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Vino Italiano sogna la Cina ma ognuno “vendemmia” da solo

Vino Italiano sogna la Cina  ma ognuno “vendemmia” da solo

By Giuseppe

VINO: IN CINA OCCORRE UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO. EXPO2015-EXPORT POTEVA SERVIRE!
La Cina è un grande mercato e non è facile da raggiungere, non è semplice e aperto.  E’ un mercato dalle mille facce dovuto a luoghi, storia, legami, dimensioni, prodotti, importatori e municipalità. Esistono e sono obbligatori dei percorsi specifici e dedicati a seconda del prodotto. Il vino oggi in Cina si confronta con una produzione locale già significativa di oltre 12 mil di ettolitri, soprattutto per il numero di consumatori abituali e occasionali.

VinoPC Shanghai Scaffale enotecaChi è stato antesignano e preveggente sono stati i produttori francesi, oltre agli australiani.  Il vino francese è sbarcato con una strategia  in Cina all’inizio degli anni ’60 e ‘70: gli ambasciatori non erano i vini, ma i produttori e i personaggi del vino francese come mr Rotshild, mr Latour, mme Lalou Bize Leroy che iniziarono tour specifici e mirati nelle città della costa più internazionali e con grandi porti di navigazione. Fu un progetto specifico e misurato: l’uomo produttore prima, dopo il vino. Mesi di presenza con industriali francesi e non, già presenti per il cemento, metallurgia, escavazioni, diplomatici, ambasciatori, attivi in Cina da anni. Dopo pochissimo tempo ecco arrivare la struttura privata di Sopexa che continuò a parlare di uomini del vino, sottoscrive accordi con la prima distribuzione organizzata, a questo punto presenta storia e mito e vende territori e i vini Mouton, Lafitte,  Latour Pauillac, Iquem, Romaneè Conti nelle città metropolitane e in ambienti riservati, ristretti. Non grandi numeri, ma per creare attesa, tensione.  Dal 1971 al 1980 la Sopexa ha realizzato 500 eventi di vendita promozionale, sempre stessi vini, sempre stesse strade, stessi negozi anche delle distribuzione aumentando anno per anno le etichette, ma con una insegna unica “Vin de France”, addirittura al singolare il termine vino. Oggi questo grande sforzo è garanzia di successo, fedeltà, continuità al punto che fatto 100 le bottiglie di vino straniero venduto in Cina, circa 45 sono francesi, 17 australiane e solo 6 italiane. Piacenza non sfigura, ben posizionate nel sistema horeca. E’ il caso della cantina Vicobarone con le bollicine, vino bianco difficile, ma molto gradito da un consumatore internazionale cinese, oggi abituato a girare il mondo.

Giampietro Comolli
Giampietro Comolli

La Malvasia Spumante Dolce doc Colli Piacentini è a Shanghai in una delle enoteche del centro di una catena di 400 negozi presenti in tutta la Repubblica Popolare. Si trova in Jiangsu road, incrocio Xuanhua road, non in zona commerciale e industriale di periferia, ma in un quartiere residenziale moderno e molto ben frequentato. Il negozio si chiama 一九一九 (yao jiu yi jiu – pronunciato: iao-i-giou-i-giou) e significa letteralmente “uno nove uno nove”, come mi ha spiegato l’amico Riccardo, che vive e lavora a Shanghai.  I cinesi giocano molto con numeri e pronunce utilizzando gli stessi caratteri ma con significati diversi, oppure caratteri stampa diversi con significato uguale. Quindi, se “uno nove uno nove” non vuol dire nulla per un europeo o al massimo può essere un prefisso telefonico, in realtà  per i cinesi la pronuncia o il simbolo usato cambia il senso e il significato. Pronunciato sempre (iao-i-giou-i-giou) ma scritto 要酒要酒 (come nell’insegna esterna dell’enoteca), vuol dire “voglio alcolici”. Interessante modo di presentare il prodotto e di attirare l’attenzione. E’ di questi giorni l’iniziativa del Consolato d’Italia a Shanghai che  ha iniziato la pianificazione di una strategia congiunta tra le Istituzioni e gli operatori del settore  vino di Shanghai e della Cina. Qualche mese fa sono stati convocati i principali produttori, importatori, consulenti, “brand ambassador” e giornalisti per discutere una strategia di penetrazione che si sviluppi nel breve, medio e lungo termine e che possa permettere al vino italiano di uscire dalla “secca” degli ultimi due anni. Dopo un periodo di grande incremento fino al 2013, oggi il vino italiano soffre sul mercato cinese per mancanza di solidità contrattuali, di immagine consolidata, di identità del prodotto e di debolezza nei confronti dei competitor mondiali: eccetto alcuni grandi marchi, siamo molto provinciali e il popolo cinese non comprende. Già negli anni ’90, molto dopo i francesi, Zonin, Masi, Coltiva, Cavit e Riunite arrivarono in Cina ma senza una strategia unitaria, non facendo né squadra né sistema di accesso al mercato. Pronti a qualunque prezzo e qualunque acquirente.

Oggi 28 etichette francesi su 45 fanno parte del gruppo di primo prezzo e dei vini da tavola, ma nel panorama generale di tutti i vini esteri presenti in Cina hanno un prezzo unitario doppio del vino italiano più caro, questo grazie alla semina degli anni ’70. L’intenzione del consolato italiano, cui speriamo si associ sicuramente l’ambasciata,  è di raddoppiare la quota di mercato del vino italiano che oggi è sul 5% del totale importato. L’Italia è al quinto posto come esportazione di vini, ma con distanza siderale dai francesi. L’obiettivo dichiarato da tutti da anni in Italia e’ quello di aumentare l’attrattività e l’immagine del marchio Italia che registra minimi preoccupanti. Giustamente Expo può o poteva servire per un approccio diverso, scambi, presenze, attrazione, inviti seri e continui. Pavia, una delle capitali del progetto http://www.unpoxexpo2015.org  prevede di portare 60.000 cinesi sulla strada dei vini dell’Oltrepò a Riccagioia, nei luoghi Longobardi e sulla europea via Francigena grazie all’incoming turistico e a Expo.

Giampietro Comolli
per Newsfood.com

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