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Parkinson, doppio attacco ai neuroni

By Redazione

La malattia di Parkinson ha un grave impatto anche sulla psiche, e non si tratta solo della conseguenza del decadimento della qualità di vita del malato, dovuto agli impedimenti fisici
che aumentano nel decorso della malattia, ma, come dimostrano studi degli ultimi anni, di una vera depressione clinica che, in un quarto circa dei casi, precede addirittura di anni la comparsa
dei più noti sintomi motori. Un’indagine dell’Associazione europea dei pazienti parkinsoniani condotta in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito ha rivelato che a soffrire di
depressione sarebbe oltre l’80 per cento dei malati, ma del disturbo si renderebbe conto meno della metà dei medici, anche perché il 40 per cento dei pazienti non ne parla col
dottore. A complicare il quadro sono arrivati di recente i dati dello studio «Prodest», presentati all’undicesimo Congresso europeo di neurologia. La ricerca, dopo aver valutato
oltre mille pazienti in otto diversi Paesi, Italia compresa, ha concluso che, anche usando farmaci antidepressivi scelti fra quelli che non complicano il già precario equilibrio della
neurochimica cerebrale di questi pazienti, quasi la metà dei malati (il 44,1%) non riesce a liberarsi dalla depressione, che spesso finisce per diventare ancor più invalidante dei
sintomi motori del Parkinson. E il motivo di questi insuccessi risiederebbe nel fatto che la «depressione parkinsoniana» è una vera alterazione neurochimica.

COINVOLTI DUE TIPI DI CELLULE NERVOSE – In sostanza, nei malati di Parkinson, si altererebbero, oltre ai neuroni che utilizzano per «funzionare» il neurotrasmettitore
dopamina (quelli che, si sa, sono colpiti dalla malattia), anche i neuroni che usano i neurotrasmettitori serotonina e noradrenalina, come accade nella depressione. Studi epidemiologici
avevano, peraltro, già evidenziato una relazione biunivoca fra le due malattie: non solo i parkinsoniani sono a maggior rischio di depressione, ma anche i depressi lo sono per il
Parkinson. «Molti disturbi non motori sembrano espressione diretta della malattia di Parkinson, più che di un’associata sindrome depressiva? commenta Paolo Barone del Dipartimento
di scienze neurologiche dell’Università Federico II di Napoli, referente italiano dello studio Prodest ?. Se questa nuova osservazione sarà confermata anche dai risultati finali
dello studio, potremmo sviluppare nuovi approcci di trattamento per la depressione in corso di malattia di Parkinson». Un nuovo approccio sembra, peraltro, già disponibile. Un
farmaco usato per curare i disturbi motori del Parkinson (il pramipexolo) avrebbe, infatti, anche un effetto benefico sui sintomi depressivi. Proprio i ricercatori diretti dal professor Barone
hanno pubblicato per primi sul Journal of Neurology una ricerca che evidenzia come in questi malati questo farmaco dia risultati migliori di quelli di un noto e solitamente efficace
antidepressivo (la sertralina). Paolo Barone, peraltro, ha coordinato anche un’altro significativo studio, condotto in 55 Centri italiani. La ricerca chiamata «Priamo», durata due
anni, confermando anche quanto emerso ora dallo studio Prodest, ha dimostrato, infatti, l’importanza nella malattia di Parkinson della sintomatologia non motoria, che può presentarsi con
disturbi diversi che vanno da quelli gastrointestinali a quelli urinari e al dolore, anche se quelli con il maggior impatto sulla qualità di vita del paziente e più frequenti
restano ansia e depressione. «Sintomi depressivi e disturbi di tipo motorio possono sovrapporsi e confondersi fra loro ? commenta Matthias Lemke della Rheinische Kliniken di Bonn,
ordinario di psichiatria all’Università di Kiel, in Germania ?. Importante è, quindi, che i medici imparino a riconoscere i due tipi di sintomi, in modo da saper scegliere la
giusta terapia per combatterli entrambi».

Cesare Peccarisi
7 ottobre 2007

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