La Torre Velasca compie 70 anni

La Torre Velasca compie 70 anni

By Giuseppe

Intervista ad Alberico Barbiano di Belgiojoso

 

Lodovico Barbiano di Belgiojoso, padre di Alberico, oggi commenta con Assoedilizia Informa i 70 anni dell’opera, celebrata al convegno di Italia Nostra

 

 

Milano, 21 aprile 2025

La Torre Velasca, icona milanese, compie 70 anni

Intervista ad Alberico Barbiano di Belgiojoso

  

Di Saverio Fossati

Difficile parlare dei padri. Soprattutto se hanno lasciato ricordi imponenti come la Torre Velasca di Milano, progettata e realizzata (con i colleghi Enrico Peressuti ed Ernesto Nathan Rogers) da Lodovico Barbiano di Belgiojoso, padre di Alberico, che oggi commenta con Assoedilizia Informa i 70 anni dell’opera, celebrata al convegno di Italia Nostra del 26 marzo scorso.
Alberico Barbiano di Belgiojoso, a sua volta architetto ma anche docente universitario, ricorda il suo primo lavoro nello studio BBPR con il padre: “Per tutto il mese di luglio, dopo il 2° anno di liceo classico (avevo 17 anni) ho lavorato al plastico di uno dei piani delle residenze”; si lavorava non su una planimetria ma, appunto, sul plastico per percepire gli spazi, e se ne vedono i risultati. Un insegnamento che mi è rimasto”.

 

Torre Velasca – Milano

Veniamo alla forma così particolare dell’edificio
Vi era il problema dell’inserimento in uno spazio abbastanza ristretto, nel Piano Particolareggiato, dopo che era stato trasformato per la soluzione a Torre, fra gli edifici circostanti e del rapporto con il Duomo molto vicino (che ha imposto anche il limite d’altezza); e poi c’era naturalmente il grande tema della forma per un grattacielo. 

E che ne pensava suo padre?
Diceva mio padre Ludovico: “La progettazione della Torre Velasca ha comportato, effettivamente per noi, un grande sforzo nelle analisi e nelle scelte preliminari, nella valutazione delle implicazioni con la scala urbana, nell’approfondimento degli aspetti tipologici, tecnici e del linguaggio architettonico. La gestazione del progetto è durata circa dieci anni e la sua esecuzione circa tre. Non pensammo mai, a priori, ad un ritorno alle tipologie medioevali. Le successive edizioni dei progetti, risolte con linguaggi espressivi differenti coerentemente al modificarsi delle ipotesi strutturali (in ferro prima, in cemento armato poi), dimostrano come l’aspetto finale sia stato raggiunto con una progressione di approfondimenti senza alcuna prefigurazione di carattere stilistico“. Attenzione a questa espressione!

Può accennare all’evoluzione dei progetti?
Una prima soluzione è stata quella chiamata “a paravento” in cui non vi erano larghezze diverse e si cercava solo una forma che desse senso a quello sviluppo in altezza e si inserisse nel sistema urbano del Centro Storico. Poi si è cominciato a considerare l’allargamento in alto dove vi era più spazio. È stata considerata una soluzione che noi chiamiamo “a trapezio” con allargamento in alto, che era già una forma abbastanza particolare. In seguito si è passati alla differenza di larghezza fra le due parti, quella bassa e quella sopra, anche in corrispondenza del diverso tipo di uso, la parte inferiore ad uffici (con bisogno di minore profondità) e la parte superiore, dove si spaziava al di sopra del tessuto urbano circostante, a residenze. 

Ma inizialmente la torre avrebbe dovuto essere tutta in  acciaio e vetro, no?
Si è iniziato con la struttura in acciaio e vi sono state  anche visite dei progettisti negli Stati Uniti per conoscere i problemi, le tecniche, e le logiche; si è arrivati a un buon avanzamento della progettazione con l’acciaio. Ma si è constatato che i costi dell’acciaio erano in Italia molto più alti di di quelli del cemento armato (circa il 25% in più); oltre al fatto che l’Italia per il cemento armato è sempre stata campione nel mondo, mentre l’acciaio era ancora poco usato

Quindi la scelta finale è stata per il cemento armato. E le polemiche non sono mancate
 Per la struttura in cemento armato è intervenuto il professor Arturo Danusso, docente al Politecnico di Milano. Si era anche in un momento particolarmente interessante dello sviluppo del Movimento Moderno, quello così detto delle “Preesistenze Ambientali” in cui, in particolare con Rogers, si è ritenuto che in questa direzione dovesse procedere la ricerca della forma architettonica, che nel Movimento Moderno si era sviluppata all’inizio specialmente con la famosa formula “la funzione crea la forma” (peraltro con una certa forzatura), perché questo permetteva di rinnovare il linguaggio architettonico, che dopo l’Ottocento aveva bisogno di un grande cambiamento. Per cui, pur approfondendo, come dicevamo, la “funzione”, si poneva anche una questione di “forma”, e di riferimenti culturali per le ricerche artistiche del periodo. Attenzione alle “preesistenza ambientali” significava appunto (devo schematizzare) fare riferimento, nella nuova Architettura, alle presenze culturali (perciò storiche e architettoniche) nell’area in cui si inseriva il nuovo manufatto. Naturalmente mentre questo ragionamento già nella cultura italiana e milanese costituiva un certo cambiamento, nella cultura europea più ampia e in quella internazionale, ha generato una grande discussione che qui non riesco a riportare per intero. Cito solo ad es. nel 1959 Reyner Banham sulla rivista “Architectural Review”, che si è scatenato contro questo “tradimento”, a cui Rogers ha risposto riempiendo l’intera copertina di Casabella proprio con la Torre Velasca, e con un saggio a lui rivolto dal titolo “il custode dei frigidaires”.

Ma la discussione non si è fermata lì
il Convegno CIAM (Congresso Internazionale di Architettura Moderna) a Otterlo (in Olanda),  in cui Rogers ha presentato la Torre Velasca, ha suscitato gli interventi molto critici di Alison e Peter Smithson,  e gli accostamenti all’emergente “Neo Liberty”. E Antonio Cederna, fratello di Camilla Cederna, che era un importante critico di arte e di architettura, e amico dei BBPR, ha accusato la Torre di essere “un brutto fallo tumefatto”. Per alcuni (come L’Economist) uno dei più brutti edifici, per altri un grande e interessante esempio: Giuseppe Samonà, fondatore e per molti anni preside dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, nella presentazione su “l’Architettura Cronache e Storia” (direttore Bruno Zeri) dice che la Torre rispetto il Centro di Milano “veramente ci appare come l’esplosione di un magma compatto che improvvisamente in un punto abbia elevato con un getto verticale la materia di cui è composto”.

Insomma, l’edificio vuole o no richiamare una torre medioevale?

Certamente no. Diceva ancora mio padre: “Se una certa somiglianza con le torri medievali è dato ritrovare, questa può essere forse interpretata alla luce di alcune analogie casuali tra il nostro problema e quello che ha mosso il costruttore medievale a creare in alto superfici più abbondanti, per meglio sfruttare il suolo limitato all’interno delle mura oltre che per ragioni di difesa. Nel nostro caso abbiamo dovuto interpretare uno spazio, costretto, in basso, dalle dimensioni della piazza e libero, in alto, a partire da un numero di metri cubi e da un’altezza prefissata. Che poi si potesse riscontrare, nella sagoma dell’edificio, un’analogia con quella delle torri lombarde, in fondo non ci è mai dispiaciuto, poiché eravamo convinti della sua genesi formale.” non di riferimento a esse ma giustificato dalla logica. Anche Rogers ha sempre negato il riferimento alle torri medievali.

Ma come ha resistito questo imponente edificio ai tumulti urbanistici, sociali ed economici?
Fortunatamente, per merito dell’allora Soprintendente Alberto Artioli, è stato posto il “vincolo” appena in tempo prima che il requisito di 50 anni necessario venisse modificato in 75 anni. Gli siamo molto grati. E anche, fortunatamente, la proprietà è sempre rimasta unica. Sarebbe stato un disastro se fosse divenuto un condominio, come a un certo punto si paventava. Come sapete vi sono stati due passaggi di proprietà, ciascuno con programmi di restauro. Il primo con UnipolSai che l’aveva rilevata dal “fallimento” della SAI di Salvatore Ligresti, in cui con il professor Angelo Lucchini del Politecnico abbiamo studiato tutta la parte tecnica per il restauro degli esterni e della struttura. Il secondo con Hines, condotto dall’architetto Paolo Asti.

Quali sono stati i problemi del restauro?
Contrariamente a quanto di solito succede, per cui l’intonaco esterno è la prima cosa che la Soprintendenza vincola negli edifici storici, qui era invece la parte più pericolante, e da quella altezza molto pericolosa, per cui ha dovuto essere interamente demolito e, dopo il risanamento della struttura in cemento armato, rifatto interamente. L’intonaco era, ed è rimasto, “colorato in pasta” perciò non tinteggiato, quindi non era possibile scegliere il colore con campionature in opera; occorreva formarlo prima e controllare la colorazione dell’impasto durante la formazione e dopo maturazione. È  stato messo a punto con la società Mapei, con prove e verifiche anche con la Soprintendenza prima della messa in opera, a cui abbiamo partecipato con il professor Angelo Lucchini. Mi sembra sia riuscita bene. 

Ma ora non sembra troppo nuova?
È la questione della “patina del tempo”: tutti sono abituati a vedere l’edificio con un colore più scuro, appunto per quella “patina” che si forma nel tempo, che a Milano è peraltro molto evidente, per cui quando lo si sostituisce il problema è se mantenere la colorazione a cui il pubblico è abituato, o scegliere quella originale, sempre più chiara. Qui, quando sono stato interpellato, ho indicato senz’altro questa seconda opzione.

La torre, però, si protende su una piazza in perenne rifacimento…
La piazza era stata progettata da noi per incarico della Società Metropolitana come contributo alla città di Milano per la Linea 3. Un reticolo molto geometrico, con protagoniste le lastre diagonali in “trachite” (pietra dominante al piano terreno sotto la Torre e nei sedili alla base dei lampioni), in un reticolo quadrangolare (come la parte alta dei lampioni) con strisce in granito, le scale d’ingresso alla Metropolitana e l’ascensore, rivestite in granito di Cuasso al Monte, i lucernari che davano luce al mezzanino del metrò e che con una parte angolata guardavano alla Torre, e due fontane previste con getto intermittente (cioè un gioco non costante) che dava movimento a sculture mobili sorgenti dall’acqua. Il tutto è stato realizzato solo in parte (gli ingressi alla metropolitana e il blocco ascensore); spero ancora che venga completato; almeno il rivestimento dei lucernari che è ancora da porre in opera.

Saverio Fossati

 

 

 

Vedi anche: Torre Velasca Milano

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