Italia, va forte il vino kosher
22 Agosto 2013
Presente da tempo in Italia, la comunità ebraica ha influenzato l’alimentazione della Penisola: su tutto, la diffusione di cibi e bevande kosher, realizzate cioè secondo le
prescrizioni della religione ebraica. Correttezza a parte, il vino kosher può essere un’ottima fonte di guadagno, capace di piacere in maniera trasversale.
Per questo, da circa 10 anni, è diventato oggetto di produzione di piccole cantine e grandi industrie.
Per questo, recentemente l’AIS, l’Associazione Italiana Sommelier, ha organizzato una degustazione di vini kosher a Roma.
Per questo si attivato Feudi San Gregorio, colosso vinicolo del Sud Italia, capace di portare numeri come 3 milioni di bottiglie e 20 milioni di fatturato.
Nello specifico, i vini kosher sono gestiti da Antonio Capaldo, che spiega come tutto sia iniziato 4 anni fa per motivi di famiglia, “Mia moglie è di origini ebraiche”. Poi, il vantaggio
economico: il vino kosher “Si è rivelato molto interessante dal punto di vista culturale e, in fondo, anche enologico. Abbiamo appena ottenuto la certificazione Ou, Othodox Union, la
più severa, che ci permette di entrare con più forza nel mercato americano: solo 10 rabbini al mondo possono rilasciare questo certificato”.
Il primo kosher dell’azienda è stato Maryam, seguito da Rosh: 16.000 bottiglie in tutto, supervisionate dal rabbino-enologo. A lui il compito di far rispettare la procedura: in poche
parole, “Tutto ciò che entra in contatto con il vino (lieviti, solforosa, strati filtranti) deve essere kosher. Ciò implica e con poco ossigeno che si traduce in un prodotto una
maggior staticità e quindi evoluzioni più lente”.
Inoltre, la presenza del rabbino elimina l’obbligo di pastorizzazione del vino, consentendo di ottenere vini più corposi, anche se “Il non pastorizzato va servito in tavola solo da
personale ebreo”. Sono poi ammesse sostanze che nel caso dei vini naturali vengono evitate, ma è comunque passato il messaggio che i produttori di kosher siano vini più attenti di
altri alla salute dei consumatori.
Oltre, a Feudi San Gregorio, altre aziende hanno deciso di entrare nel settore.
Come Cinelli Colombini: una delle famiglie del Brunello di Montalcino col Rosso Poggialto 2011. Poi, il Daniele Della Seta con il Chianti Classico Terra di Seta 2009 e la Riserva di Le Macie.
Da Carlo Boscaini, il Valpolicella Classico Maso de’ Vrei 2011 e (nel 2016) il primo Amarone della Valpolicella Kosher.
Sicuramente questione di soldi, molto probabilmente anche questione di etica ed anima. Come infatti scritto da Monica Coluccia, di Bibenda, “Come nel Vecchio Testamento in ogni piccolo gesto
della produzione vinicola c’è una tensione verso l’infinito. Queste antiche regole assecondano la natura e la semplicità, creando una sorta di produzione ecocompatibile ante
litteram”.
Matteo Clerici





