Intervista a Giacomo Rallo presidente e fondatore di Donnafugata

Intervista a Giacomo Rallo presidente e fondatore di Donnafugata

By Redazione

Mascia Maluta per Newsfood.com
Vinitaly 2010, venerdì 09/04/2010

Incontriamo al Vinitaly Giacomo Rallo, presidente e fondatore di Donnafugata, azienda siciliana che dal 1983 porta avanti con la moglie Gabriella e i figli Josè e Antonio all’insegna di ricerca e innovazione, con più di 150 anni di tradizione nella produzione di vini di qualità.
Un’avventura che nasce dalle storiche cantine di famiglia a Marsala e dalle vigne di Contessa Entellina nel cuore della Sicilia occidentale, fino a sbarcare sull’isola di Pantelleria. L’azienda
è focalizzata sull’obiettivo della Qualità Estrema attraverso progetti innovativi, ricerca e valorizzazione dei marchi.

E’ attenta al patrimonio socioculturale del territorio ed è socia e sostenitrice del Cervim, centro di ricerca, studi, salvaguardia, coordinamento e valorizzazione per la Viticoltura Montana, organismo internazionale col quale ha promosso a Pantelleria, nel settembre dello scorso anno,  l’incontro “La viticoltura eroica di montagna e delle isole una risorsa per la creazione di reddito e per la tutela del paesaggio” a cui è intervenuto anche il Ministro Luca Zaia.

Le origini di  Donnafugata?
Siamo una famiglia che fra quelle siciliane ha una tradizione radicata da più di un secolo, in quanto  abbiamo prodotto il marsala per più di 150 anni. In seguito abbiamo dato
una sterzata al nostro interesse nel settore e ci siamo messi a produrre vini da pasto di qualità, fino ad appassionarci anche all’isola di Pantelleria dove facciamo un passito naturale,
il Ben Ryé, un alchimia di perfetto equilibrio tra acidità, alcool e zuccheri, prodotto interamente da Moscato d’Alessandria con un processo di appassimento naturale al sole e al
vento, che dura quattro settimane. Il gusto è davvero speciale, albicocca e pesca, con profumi di miele ed erbe aromatiche.

Com’è iniziata la sua avventura a Pantelleria?
Sono sbarcato sull’isola 53 anni fa’, perché come famiglia Rallo avevamo degli interessi commerciali, compravamo dell’uva zibibbo, che poi lavoravamo e facevamo un vino dolce destinato ai paesi anglosassoni. In seguito questo interesse diminuì  e per dieci anni non andai a Pantelleria. Ci ritornai da turista per poi definitivamente scoprire la vocazione vitivinicola a Pantelleria. Ho cominciato a comprare delle terre e a recuperare dei vigneti centenari, focalizzando la mia attenzione su quella, che secondo una mia lettura del patrimonio vitivinicolo pantesco, poteva essere un obiettivo importante, quello del passito naturale, che in pochi anni ha riservato a me, alla mia famiglia e a Donnafugata grandi soddisfazioni anche a livello internazionale. Il Ben Ryè ha ricevuto il premio “Tre Bicchieri 2008” per l’annata 2006.

La vostra azienda si contraddistingue per innovazione e ricerca, quali sono i progetti futuri per Donnafugata?
Noi siamo sempre attaccati a motivi forti di scoperta continua della realtà che ci interessa da un punto di vista verticalizzato, dalla vigna alla bottiglia, e su Pantelleria ci siamo impegnati a capire quali erano i forti motivi che tenevano il contadino pantesco legato alla terra e a questo tipo particolare di viticoltura. Abbiamo capito, che prima di tutto andava difesa l’impalcatura e l’impostazione dei terrazzamenti, perché questi ci davano la possibilità di avere delle produzioni viticole già realmente e naturalmente orientate alla qualità dell’uva. Successivamente abbiamo spostato necessariamente la nostra attenzione a un’interpretazione più moderna del processo di cantina e siamo riusciti a creare un iter che cattura completamente il grande corredo aromatico e di profumi che l’uva zibibbo a Pantelleria offre. Oggi siamo orientati a qualche cosa ancora di più avanzato, abbiamo un campo sperimentale di uva Zibibbo, ovvero di moscato di Alessandria, con 36 cloni che provengono da tutta le sponde del Mediterraneo, che stiamo portando a sperimentazione definitiva, che fra un paio
di anni ci garantirà dei risultati importanti da un punto di vista enologico, per un prodotto raffinato e ricercato all’insegna di una qualità estrema, che caratterizza oggi il nostro prodotto sul mercato.

Con queste caratteristiche di estrema cura, qualità e ricerca, come si differenza la vostra offerta?
Noi interpretiamo in modo fedele le qualità che l’isola esprime e pensiamo che bisogna vendere Pantelleria in un modo assolutamente pertinente, cioè a nostro avviso non può
essere svenduta con produzioni di livello medio basse, ma deve essere interpretata nel senso più appropriato e più autentico. E’ un territorio di grandissimi valori e non immenso,
che necessariamente deve essere valorizzato al massimo. Come nel settore turistico alberghiero si ritengono un errore le installazioni di mega strutture ed è invece prioritaria la
conservazione del dammuso, come soluzione anche per una accoglienza agrituristica o di turismo rurale, così anche nel vino bisogna stare attenti, che se si procede unicamente verso un’interpretazione dilatata  di produzione quasi di massa si può anche andare incontro al rischio di designare la fine di una grande viticoltura eroica.

Il “made in Sicily” è un’operazione di marketing o riflette dei contenuti specifici, che si differenziano da altre realtà italiane?
Il “made in Sicily” al di là delle aberrazioni un po’ demagogiche è un qualche cosa che in effetti regge, perché la Sicilia ha da offrire tantissimo da un punto di vista di valori storico culturali e architettonici. Parliamo anche di archeologia, di paesaggio e di valore di sintesi da un punto di vista microclimatico, quindi c’è tutto perché si possa parlare di brand “made in Sicily”. Dobbiamo considerare, che per promuovere il valore di un territorio c’è tutta una cultura che deve essere promossa e rispettata da tutti gli agenti dell’isola e non semplicemente dai soli produttori vitivinicoli. Ci devono essere i burocrati, i politici e tutta la Sicilia civile, che deve rispondere in senso positivo. Non si possono mandare in giro degli ottimi interpreti o amatori del vino siciliano e poi far trovare un paesaggio un po’ disordinato o qualche nostra città un po’ inquinata da qualche cosa che non ci dovrebbe essere e che invece spesso c’è.”

Mascia Maluta
Redazione Newsfood.com

Condividi su:

VISITA LO SHOP ONLINE DI NEWSFOOD