Inni e bandiere? no, si pensi ai privilegi

Inni e bandiere? no, si pensi ai privilegi

Caro direttore,

non si finirà mai di ringraziare la libera stampa che offre, di quando in quando con lucidità inaspettata, i termini di un dibattito che, troppo spesso, invece, la classe dirigente
del Paese liquida con anatemi e rozze vie di fuga.
Mi permetta di aggiungere qualche elemento, derivato dall’esperienza personale e da quella di cittadino impegnato nelle istituzioni. 
Sono leghista da sempre. Lo sono diventato per via dell’arroganza, della sufficienza e delle prepotenze con le quali i meccanici della provincia in cui sono nato e ho cominciato a lavorare
venivano trattati sui piazzali dove portavano le auto che dovevano passare il collaudo alla motorizzazione.

Sono stato testimone di scene che mi hanno convinto, fin da allora, che occorreva riprendersi dignità e territorio, strappandoli alla sudditanza che un qualsiasi burocrate “romano” poteva
farci subire. Da persona impegnata nelle istituzioni, ho potuto ammirare la genialità e le indubbie capacità dei popoli meridionali, ma mi sono convinto, da subito, che intrecci
corporativi incancreniti e connivenze tanto chiare quanto impunite da un secolo e mezzo opprimono il Sud. La questione è: fino a quando milioni di cittadini italiani che vivono nel
Mezzogiorno accetteranno di essere governati da un intreccio perverso di incapacità, incompetenza, familismo e criminalità organizzata, mascherando nella continua emergenza e nello
Stato che non funziona le mancate e dovute risposte ai problemi?

In queste settimane ho avvertito un profondo disagio nei commenti che venivano ad alcuni convincimenti di cui Umberto Bossi e molti altri si sono fatti portatori negli ultimi vent’anni. Si evita
il confronto sul merito delle questioni, e ci si abbarbica alla retorica bolsa che inneggia all’unità d’Italia, alle bandiere, agli inni, all’inutile vuotezza che cela un solo obiettivo:
proteggere i governanti (qualsiasi funzi one abbiano) dai governati. Rinchiudere nell’autoreferenzialità chi è responsabile di dissesti enormi. Salvaguardare i privilegi di eterei
nobilati, che spesso si perpetuano nel voto di scambio. Ho letto di presidenti di Regione che invece di spiegarci come faranno a por mano ai deficit immensi provocati dagli sprechi nella
sanità, parlavano stolidamente di volontà secessionis! tiche de lla Lega, capace di indicare, a differenza loro, sia il male che la terapia. Andando avanti così la secessione
sarà nei fatti, perché un immenso corpo sociale che vive, lavora e produce al Nord, sta manifestando un disagio sempre più insopprimibile. Credo sia venuta l’ora, fatti gli
italiani, di fare un’Italia Repubblica federale fondata sulla responsabilità.

Non posso che augurarmi, da ministro della Repubblica che ho giurato di servire, che l’azione del Governo sia in grado di rispondere ai bisogni della moltitudine meridionale che viene privata del
diritto all’autogoverno, a una politica saggia e morale e a servizi, finalmente, da mondo occidentale.

Tutto questo, ad esempio, per noi significa gabbie salariali o, se esteticamente piace di più, patti territoriali che garantiscano stipendi adeguati al Nord come al Sud. Tutto questo per
noi significa diritto all’autodeterminazione nel rapporto fra il frutto del proprio lavoro e i servizi che lo Stato ci deve erogare in cambio delle tasse. Lo diceva anche San Paolo: “chi non
lavora non mangi”. Noi potremmo tradurlo così: chi continua a votare certe liste, certi personaggi, certi partiti, certa diffusa illegalità, non può pensare più di
essere mantenuto dalla comunità. A scanso di equivoci, mi permetto di riferirmi all’intervista fatta dal Corriere della Sera a Luca Paolazzi di Confindustria, il quale afferma che a
Vicenza, Brescia, Bergamo e Treviso, dove il peso politico della Lega è più forte, l’integrazione è una realtà. E mi permetto di ricordare a tutti il caso di Maria
Giovanna Cassiano, la dirigente della sede Inps di Rossano Calabro che ha fatto il suo mestiere e per questo oggi vive protetta dalla Polizia.

Nello stato federalista che vogliamo, tutto questo non deve più accadere. 

www.lucazaia.it 

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