Indagine Aiga: la classe dirigente italiana è anziana e maschilista

Indagine Aiga: la classe dirigente italiana è anziana e maschilista

E’ questo il dato più ricorrente quando si analizza la condizione occupazionale del nostro Paese e si osserva il ruolo delle donne e dei giovani, una realtà comune a tutte le
categorie professionali. E’ quanto emerge dall’indagine AIGA sulla Composizione delle Istituzioni Forensi che è stata presentata giovedi 16 luglio – ore 14,30 – presso la sede del
Consiglio Nazionale Forense in Roma, via del Governo Vecchio, 3, alla presenza del Sottosegretario alla Giustizia Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati, del Presidente della Commissione
Giustizia del Senato Sen. Filippo Berselli, dei Senatori Antonino Caruso e Giampiero D’Alia, degli Onorevoli Cinzia Capano, Donatella Ferranti, Antonino Lo Presti, Pierluigi Mantini, Lanfranco
Tenaglia e Michele Vietti. L’indagine ha preso in considerazione diverse realtà professionali ed istituzionali. L’impegno politico, ad esempio, sembra precluso alle giovani generazioni ed
alle donne, nonostante le recenti modifiche della legge elettorale e la introduzione di un sistema elettorale proporzionale. Se numericamente è aumentata la presenza di giovani e donne tra
i candidati, lo stesso non può dirsi degli eletti per effetto della perversa applicazione, da parte delle segreterie di partito, del meccanismo di scorrimento. La cooptazione – ovvero
la negazione del merito prevista per legge – ha favorito big e meno giovani e penalizzato giovani e donne, collocati nella parte inferiore delle liste. Per ciò che riguarda
l’Università, siamo di fronte ad una roccaforte presidiata da un corpo docente avanti negli anni e neppure il mondo della scuola brilla per freschezza generazionale, tanto più
ove si verifichi la composizione delle posizioni apicali. L’83% dei professori ordinari infatti è di sesso maschile e solo poco più del 6% di 45enni; la stessa condizione si
rinviene tra i dirigenti scolastici, con oltre il 94,85% di età superiore a 45 anni. Apparentemente, il ceto professionale è stato sottoposto, a giudicare dal trend di iscrizioni
agli albi, più di altri ad un processo di ringiovanimento, con una forte “femminilizzazione” degli ordini professionali. In realtà l’accesso alla professione non coincide con
un marcato ricambio generazionale e tanto meno con una maggiore facilità di affermazione professionale per donne e giovani. La professione forense, nonostante la crescita esponenziale
degli iscritti, non fa eccezione ed è composta da avvocati che mediamente vi accedono in età non più giovane. I laureati del gruppo giuridico che riescono a conseguire il
titolo di studio negli anni previsti dall’ordinamento universitario sono appena il 10%, tutti gli altri accumulano ritardi che per un 9% è di un anno e per il restante 80% è ben
maggiore. Gli studenti di giurisprudenza si laureano mediamente a 28 anni ed impiegano quattro anni per conseguire il titolo di abilitazione[1], è quindi difficile non convenire sul loro
tardivo ingresso nel mondo del lavoro. Una obiettiva condizione di svantaggio, aggravata da una crescente difficoltà di ritagliarsi spazi di mercato soddisfacenti. Il numero
spropositato di avvocati, tanto più in un momento di forte recessione, altera infatti il fisiologico meccanismo concorrenziale né la scelta – che in tanti hanno fatto – di limare
verso il basso i propri compensi è destinata a pagare. C’è un punto infatti oltre il quale la prestazione viene resa sottocosto, ovvero è diseconomica: l’unico effetto
compensativo in tal caso è poter disporre di un robusto “portafoglio clienti”. Proprio quello su cui generalmente può contare chi è da più tempo sul mercato. Il
risultato involontario di questa “scommessa” è pertanto quello di falsare i principi di “libera” concorrenzasenza alcun apprezzabile vantaggio.   La condizione delle donne
è, ove possibile, peggiore. Il reddito delle colleghe, infatti, è inferiore alla metà di quello dei colleghi uomini, benchè oggi le donne
rappresentino oltre il 45 % del totale della categoria. Disaggregando i dati, tuttavia, affiora una doppia condizione delle donne: la loro assenza dai vertici del ceto forense (attualmente nel
Consiglio Nazionale Forense non siede neppure una donna) e dell’ordine giudiziario (per i magistrati va appena meglio perché, su 58 posti per funzioni direttive nazionali, le donne sono
rappresentate da una sola unità) ma una presenza non più sporadica a livello territoriale. In particolare, se all’interno della avvocatura c’è un gruppo di donne che ha
cominciato a scalare  i vertici ordinistici raggiungendo i ruoli apicali, questo fenomeno non è certamente isolato dal momento che circa il 30% dei consiglieri degli ordini con
incarichi nell’ufficio di presidenza è donna. Con queste premesse, la governance della categoria rimane solidamente nelle mani degli avvocati maschi di età compresa tra i cinquanta
ed i sessanta anni, rispecchiando l’umore di tutto il Paese.   Nota metodologica L’analisi si è rivolta, innanzitutto, alla composizione delle tre istituzioni rappresentative della
classe forense, deputate alla suagovernance. Ci si è dunque occupati del Consiglio Nazionale Forense, della Cassa di Previdenza e dei singoli Consigli dell’Ordine.
 

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