Il ministro Turco scrive al Presidente della FNOMCEO

«Caro presidente, il tema della libertà di coscienza del medico ha acquisito crescente spessore in diversi contesti della sua vita professionale, la sensibilità personale,
morale, religiosa ed etica del medico è infatti tema di confronto costante su molti aspetti dell’attività medica e in ambiti spesso estremamente delicati per la sensibilità
e la vita stessa delle persone.

Mi riferisco in particolare alle tematiche della maternità e della procreazione ma anche a quelle del fine vita. Temi che, pur in presenza di leggi e norme che regolano ambiti e
modalità di intervento, continuano a suscitare perplessità ed interrogativi di grande rilevanza etica e verso i quali si è ormai consolidata una grande attenzione
dell’opinione pubblica.

Basta ricordare il caso Welby con le sue implicazioni sul tema del fine vita e dell’accanimento terapeutico, o i numerosi casi di controversa applicazione della legge 40 in materia di diagnosi
prenatale, nonché le altrettanto controverse opinioni della scienza in merito all’assistenza più appropriata per i nati molto pre-termine. Fino alle sempre più frequenti
polemiche sull’obiezione di coscienza del medico in riferimento alle legge 194 sull’interruzione di gravidanza e anche quelle molto recenti sulla mancata prescrizione della pillola del giorno
dopo.
In particolare vorrei soffermarmi in questa sede proprio su quest’ultimo aspetto, perché, anche se apparentemente di minore complessità, mi sembra possa invece rappresentare
perfettamente quella contrapposizione tra il diritto del cittadino ad ottenere una prestazione sanitaria garantita dalla legge e il diritto del medico ad opporsi a tale prestazione, qualora
essa contrasti con la sua coscienza o con il suo convincimento clinico, così come contemplato dal codice deontologico. Una contrapposizione della quale ritengo sia nostro dovere farci
carico.

E vi sono due modi per farlo: rispondere alle «clausole di coscienza» in una logica di «muro contro muro» (e parlo non a caso di clausole, usando un termine coniato per
la prima volta dalla Commissione nazionale di Bioetica proprio per indicare quei casi di obiezione alla prescrizione della pillola del giorno dopo non chiaramente riferibili all’obiezione
prevista dalla 194); oppure cercando di contemperare i due diritti in modo assolutamente «laico».
Penso che la seconda via sia quella giusta. Ed è quanto ho fatto con l’atto di indirizzo per la piena applicazione della legge 194 con il quale abbiamo posto una serie di obiettivi
programmatici e indicato specifici indirizzi alle strutture sanitarie italiane, al fine di far sì che fosse comunque garantito il diritto alla prestazione. Compresa la prescrizione della
pillola del giorno dopo.
In quel documento, che ora vedo con piacere si sta adottando in diverse Regioni (l’hanno già fatto Liguria e Puglia e mi auguro seguano tutte le altre che lo hanno condiviso), prevediamo
infatti che la prescrizione della contraccezione d’emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo contestualmente
che le Regioni debbano assicurare la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario.
In sostanza con questo atto di indirizzo ci poniamo l’obiettivo di garantire la prestazione di interruzione volontaria di gravidanza ma anche, e direi soprattutto, le azioni finalizzate a
prevenire l’aborto. E la pillola del giorno dopo è uno strumento di prevenzione dell’aborto, come lo sono tutti i contraccettivi sui quali lo stesso atto di indirizzo insiste
affinché i Consultori attuino appositi programmi di informazione e sensibilizzazione per una procreazione responsabile.
Resta il fatto che, anche in presenza di leggi e di indirizzi organizzativi chiari, episodi come quelli recenti di Pisa potrebbero comunque ripetersi. Per questo dobbiamo riflettere e vigilare
per evitare che sia la magistratura ordinaria o quella ordinistica a dover dirimere la questione.

Personalmente non ho dubbi: la coscienza di un medico deve essere volta prima di tutto al bene del paziente, anche di quel paziente di cui non si condividono i comportamenti. Nel caso della
pillola del giorno dopo i medici che rifiutano di prescriverla sostengono che farlo equivarrebbe a prescrivere un aborto. Per questo penso non serva a molto ripetere a questi professionisti che
si tratta di un farmaco registrato in tutto il mondo come farmaco anticoncezionale e non abortivo, perché sosterrebbero che comunque esso potrebbe precludere una possibilità di
vita. Voglio fare invece un ragionamento diverso. Partendo da una domanda. Si può rifiutare di assistere due giovani donne che hanno la sola responsabilità di trovarsi spaventate
da una possibile gravidanza non voluta e che chiedono il nostro aiuto per evitare che quella eventuale gravidanza debba un domani essere interrotta da un aborto? Anche questa è una
questione di coscienza con la quale il medico penso non possa non fare i conti. E penso che sia un suo dovere professionale, ma anche umano ed etico, quello di adoperarsi affinché la
donna possa comunque ricevere una risposta appropriata alla sua richiesta di assistenza. Senza lasciarla sola con la sua paura e insicurezza».

Livia Turco

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