Il Futurismo in Piemonte: Giacomo Balla e Carlo Carra’
24 Novembre 2008
Il movimento futurista irruppe nel panorama culturale italiano ed europeo ai primi del ‘900, come espressione dei
tumultuosi cambiamenti dell’epoca: il rapidissimo progredire della scienza, l’industrializzazione massiccia, l’avvento dell’elettricità e dei mezzi di
trasporto pubblici, l’irruzione delle masse nella vita politica e sociale.
Due dei maggiori esponenti del Futurismo furono gli artisti piemontesi Giacomo Balla e Carlo
Carrà.
Giacomo Balla (1871, Torino
– 1958, Roma) si formò presso l’Accademia Albertina di Torino (v.scheda) e, trasferitosi a Roma nel 1895, lavorò come illustratore e ritrattista. All’
Esposizione Universale di Parigi del 1900 ebbe modo di vedere i lavori dell’Impressionismo, del Puntinismo, del Divisionismo e i risultati degli
innovativi studi fotografici sul movimento. Le sue opere pittoriche più conosciute, La bambina che corre sul balcone (1912) e Automobile da corsa (1913) riflettono proprio questi
studi, con le loro immagini dinamiche e luminose che scompongono e riportano sulla tela fotogramma per fotogramma il movimento dei soggetti.
Carlo Carrà (1881,
Quargnento, Alessandria – 1966, Roma) si avvicinò alla pittura da artigiano: lavorò per circa dieci anni come decoratore murale mentre di sera frequentava i corsi
dell’Accademia Brera di Milano. Qui venne in contatto con Marinetti, Boccioni e Russolo, insieme ai quali nel 1910, scrisse il Manifesto del Futurismo (v. box lato). Le opere del
suo periodo futurista esprimono al meglio la rottura con le regole e i preconcetti della pittura del passato, soprattutto nell’intenzione di fissare sulla tela non un unico
istante, ma il processo di percezione del movimento e i suoi effetti sulla sensibilità dell’artista.
Alcuni punti chiave del Manifesto del Futurismo ( 1910)
“…Noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente e
snobbistica del passato, alimentato dalla esistenza nefasta dei musei…dichiariamo guerra risolutamente a tutti quegli artisti e a tutte quelle
istituzioni che (…) rimangono invischiati nella tradizione, nell’accademicismo…Ecco le nostre conclusioni recise: 1) distruggere il culto del passato,
l’ossessione dell’antico(…); 5) considerare i critici d’arte come inutili e dannosi (…); 8) Rendere e magnificare la vita odierna, incessante e
tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa…Largo ai giovani, ai violenti, ai temerari!”





