Il faraone, il torrone, e il generone. Torino ostaggio delle banche?

Il faraone, il torrone, e il generone. Torino ostaggio delle banche?

Torino, nelle ultime quattro legislature, è stata governata da un’amministrazione che è l’emanazione del potere bancario, per ammissione degli stessi interessati. Nel
1993, Enrico Salza, allora vicepresidente di Banca San Paolo e oggi presidente uscente di Banca Intesa, per “defenestrare” il carismatico Diego Novelli, avviato a essere
eletto come sindaco, impose Sergio Castellani, allora un perfetto sconosciuto, tramite le sue relazioni e il suo potere di influenza nei confronti del mondo della finanza e degli
organi di informazione. 
 
Ora, il presidente-faraone, all’approssimarsi della sua pensione, vuole lasciare un segno – e che segno – del suo passaggio in città: un torrone alto più di 160 metri, una sorta
di mastodontico kleenex di vetro e cemento, a ridosso del centro storico di Torino.
 
Qualsiasi persona, di buon senso e gusto, che passa per Torino, rimane colpito da un certo tipo di architettura, dall’urbanistica, dalla geometria, dagli scorci, dalle prospettive, dal
panorama, dalle vedute che offre la città. La stessa persona proverebbe un senso di ripulsa nel vedere un immane monolite squadrato, spigoloso, dalle superfici lucide e riflettenti, che
incombe come un’astronave discesa per sbaglio, e fuori tempo; discesa in un tranquillo giardino di quartiere.

Ma i torinesi sembrano narcotizzati e non avvertono l’incombere di un nuovo mostro architettonico, anche se avrebbero dovuto imparare dai casi recenti di sfregio del bene paesaggistico
pubblico ad opera di scelte architettoniche e urbanistiche poco accorte, se non criminali. Fra i casi più clamorosi ricordiamo il “catino” di piazza Valdo Fusi e l’osceno PalaFuksas a
Porta Palazzo. 
 
La lista degli infortuni urbanistici di questi ultimi anni, a Torino, è lunga e deprimente. Per quello che è stato fatto si potrebbe parlare quasi di un terzo sacco urbanistico
della città, dopo quelli perpetrati dal regime fascista con gli sventramenti, e dopo il dilagare delle periferie-dormitorio negli anni del boom. Oggi, il sacco urbanistico, la
desolazione architettonica, è partita con lo smantellamento di vaste aree semicentrali, prima occupate da capannoni industriali, ora dismessi, che hanno lasciato il posto
al moltiplicarsi di edifici residenziali di tipo scatolare, senza nessi fra loro e con l’ambiente circostante, in un disordine progettuale, dove le aree sono
state lottizzate e lasciate a imprese che hanno agito in autonomia, nell’assenza di un piano, di un disegno, di uno studio, di un progetto globale. 
 
Il torrone Intesa è in un certo senso l’emblema e l’apoteosi di un modo di governare il territorio e il bene pubblico, è la cartina di tornasole che rivela il
deperimento civile, il crollo culturale, l’infiacchimento della classe dirigente e la nascita di una sorta di generone torinese, parassitario, che non riesce a concepire lo sviluppo
se non con le colate di cemento. Infatti, nel piano urbanistico di Gregotti-Cagnardi veniva posto un limite all’altezza degli edifici, di circa 70 metri. Poi, di variante in
variante, grazie alla distrazione o alla connivenza dei consiglieri comunali, si è riuscito a innalzare il limite a oltre 160 metri; e si è data la licenza di
costruzione di questo mostro senza neanche effettuare un Valutazione di Impatto Ambientale.

Al danno si somma il ridicolo, perché l’amministrazione comunale, con la regione Piemonte, in pompa magna  organizza manifestazioni e si dice impegnata sul tema dell’energia,
del risparmio e dell’efficienza; ma poi autorizza la costruzione di un edificio che presenta consumi specifici tre volte superiori agli obiettivi che essa stessa ha suggerito. Non
basta, perché gli amministratori, per essere alla moda, parlano di riuso, di ristrutturazione, recupero; ma non considerano i tanti edifici vuoti o semivuoti, anche importanti,
presenti nelle zone centrali e semicentrali di Torino, che potrebbero essere utilizzati da Banca Intesa – anche se si fa fatica a credere che la banca necessiti di una
nuova sede centrale per le sue attività. 
 
Il sindaco Sergio Chimparino, con la sua aria dimessa e sofferente, sembra quasi subire la presenza di questo progetto, perché deve gestire un debito comunale enorme, pertanto la
vendita dei terreni e gli oneri di urbanizzazione ridaranno fiato alle sue esigue finanze. L’assessore Mario Viano, invece, sempre pimpante, abbronzato e sorridente, come un abile piazzista
cerca di convincerci che quest’opera è un’opportunità e un bene per Torino. Infine, Renzo Piano, dall’alto della sua torre d’avorio o di vetro, predica la
partecipazione ma non fornisce alcuna opportunità e nessun materiale per incontri, discussioni e valutazioni.
                                           

Laura Genovese
Redazione Newsfood.com+WebTV

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