Giulio Cesare: l'uomo, le imprese, il mito

 

Per la curiosità di molti, alla mostra “Giulio Cesare. L’uomo, le imprese, il mito” in preparazione al Chiostro del Bramate (dove aprirà i battenti il prossimo 23 ottobre)
sarà esposto anche un mitico globo. E’ quello che, secondo la tradizione, avrebbe conservato le ceneri di Cesare poste sulla punta dell’obelisco egizio che attualmente domina
Piazza San Pietro. Verrà esposto come simbolo del mito di Cesare e delle infinite storie e leggende che nei secoli si sono sedimentate sul grande personaggio. L’antico manufatto
è conservato oggi nei Musei Capitolini, sfregiato, tra l’altro, dai segni delle archibugiate infertegli dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527.

Col tempo, afferma Giovanni Gentili che con Paolo Liverani, Enzo Sallustro e Giovanni Villa cura l’imponente mostra in via di approntamento al Chiostro del Bramante, capita anche che
dallo stesso mito siano stati permeati luoghi e monumenti che nulla hanno avuto a che fare, direttamente o indirettamente, con la persona e le varie vicende di Cesare; ed è
questo un ulteriore segno della sua fama imperitura. Esemplare in questo senso è la leggenda cesariana legata al celebre obelisco egizio che si erge maestoso ancora oggi in
piazza San Pietro, proveniente dal vicino circo di Nerone-Caligola in Vaticano. Trasportato dall’Egitto per volontà dell’imperatore Caligola nel 37 d.C. come principale elemento
decorativo della spina per il circo, l’obelisco era stato realizzato per Nencoreo, faraone della XII dinastia (1991-1786 a.C.) e collocato ad Heliopolis, città dalla quale Giulio
Cesare lo fece trasferire ad Alessandria, capitale ellenistica dell’Egitto dei Tolomei, per adornare la città di Cleopatra.

Con tale simbolo eretto a Roma, Caligola si univa idealmente all’iniziatore dell’impero; tuttavia egli non riuscì a vedere completato il circo, che fu portato a termine da Nerone
e che fu anche teatro del martirio di S. Pietro nel 64. Il primo papa della chiesa cristiana fu sepolto lì a fianco, nel luogo dove già sorgeva una necropoli, poi
occultata dai lavori per la realizzazione della prima basilica di S. Pietro, al tempo dell’imperatore Costantino. L’obelisco però rimase fuori dal perimetro dell’edificio e fu
lasciato al suo posto – nei pressi dell’attuale Aula Nervi, col suo globo bronzeo dorato e l’iscrizione, poi perduta, che rimandava a Cesare.

Nel corso del Medioevo il monumento, impostosi per l’attiguità alla mèta di migliaia di pellegrini, venne chiamato l’aguglia e la probabile suggestione data allo stesso
dalla vicinanza della sepoltura di S. Pietro, portò a vedervi un monumento funerario, ovviamente di un «Grande»: il grande globo posto sulla sommità
dell’obelisco altro non sarebbe stato che l’urna cineraria di Gaio Giulio Cesare, di cui si sapeva, attraverso le fonti letterarie, della cremazione, avvenuta tra i tumulti poco dopo
l’assassinio.

La leggenda divenne parte integrante delle notizie raccontate ai visitatori della basilica ed il monumento additato come tomba di Cesare nei Mirabilia Urbis Romae, tanto da essere
ancora vivo nella memoria culturale della stessa popolazione romana fino alla fine del XVI secolo, quando papa Sisto V Peretti, fiero avversario di ogni superstizione e diffidente della
considerazione quasi religiosa per il globo, decise di porre fine alla medesima. Si decise allora, nel progetto di ampliamento e nuovo allestimento di piazza S. Pietro, lo spostamento
dell’obelisco al suo centro, dove veniva a rappresentare, nel solco del significato simbolico dell’oggetto, l’autorità cristiana. L’impresa titanica delle complesse operazioni di
trasferimento e nuovo innalzamento dell’obelisco al centro della piazza è descritta dal suo organizzatore, l’architetto Domenico Fontana, nel libro Della Trasportatione
dell’Obelisco Vaticano et delle Fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V, edito nel 1590.

Parte integrante dei lavori, realizzati nel 1586, è stata la rimozione dell’antico globo dorato e quindi della fine della leggenda popolare: la sfera fu aperta e trovata vuota e
al suo posto sull’obelisco fu issata una croce bronzea contenente una reliquia della «vera Croce».

 

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