EUROPA RIVOLUZIONE VINO… SU CHE STRADA VA? VINO & ALCOL NON PIACCIONO ALL’EUROPA?

EUROPA RIVOLUZIONE VINO… SU CHE STRADA VA? VINO & ALCOL NON PIACCIONO ALL’EUROPA?

EUROPA RIVOLUZIONE VINO… SU CHE STRADA VA? VINO & ALCOL NON PIACCIONO PIU’ ALL’EUROPA?

Vino ancora nell’occhio del ciclone come bevanda alcolica. Che strada sta percorrendo l’Europa? Il vino non è come il fumo. Meglio politiche educative formative al consumo consapevole…
Giovedì, 12 febbraio 2021

Testo di Giampietro Comolli

Pandemia si, pandemia no, varianti e nuovi lockdown mirati e chirurgici, Dpcm che impongono restrizioni personali, controlli delle forze pubbliche a singhiozzo e solo consiglianti in certi casi eclatanti… non frenano la voglia degli italiani, ma anche degli inglesi, di bere “in my house”, con qualche eccezione in Francia e Germania stando in Europa.

Il vino è un asset insieme al cibo, in Italia come in Europa?

Diciamo che leggi, normative, Doc, Dop, Igt, Stg, Pac e Ocm più che trentennali direbbero di si. Il vino in Italia vale direttamente (non aggregato a nulla) 11 mld/euro di fatturato in piena pandemia, di cui quasi 6 all’export, con 1,3 milioni di persone occupate, 523 denominazioni che coinvolgono 5000 comuni italiani, zone spesso difficili e svantaggiate di alta collina e montagna, isolate con 15 milioni di cittadini italiani più o meno interessati, coinvolti.
Non credo ci siano “numeri” assoluti in altri settori, seppur sempre strategici e importanti come formaggi, carni… automobili, moda…
Pochi giorni fa la Commissione Europea ha approvato forti impegni e sostegni economici per la ricerca e per debellare una malattia succube e molto deleteria come le metastasi tumorali e cancerogene. Piaga del tempo legata a stili di vita eccessivi, alimentari e ambientali, comportamentali e viziati, stressanti e sedentari.
In questo elenco di cause è entrato anche l’”alcol” in modo generico, giustamente e condivisibile, il cui eccesso anche ridotto può essere fonte di infezione, infiammazione, danni agli organi e alla circolazione del corpo umano. Il documento presentato dall’Europa in primis scrive chiaramente “abuso di vino e bevande alcoliche” e non più come sempre “il consumo dannoso di alcol”.
Cambia parecchio in termini di obiettivo e di processo, infatti alla parola ALCOL viene sostituita quella più mirata di “ vino e di bevande alcoliche”.
Nel documento emerge chiaramente la forte indicazione di eliminare quasi totalmente tutti i fondi dai canali ufficiali previsti nei trattati dell’UE come Pac-Vino e Ocm-Vino destinati alla valorizzazione e promozione, gli avvisi contro la salute in etichetta, l’evidenza in etichetta delle percentuali ( o quantità nette?) degli ingredienti dannosi (esclusivamente calorici),   l’aumento delle tasse senza però introdurre un parametro come il valore/grado alcolico, la riduzione di tutta la pubblicità in tutti i media con il proposito di far partire tutto dal gennaio 2022, cioè coincidente con il nuovo bilancio pluriennale della UE.
E’ evidente che già tutte le filiere europee del vino sono in subbuglio, chi più e chi meno, anche come segnale diplomatico, condividendo l’obiettivo preventivo della salute comune e il sostegno alla ricerca medica e dichiarando che le imprese produttrici sono pronte a collaborare per ridurre l’uso dannoso e l’abuso di alcol.
Ma niente parola vino, in quanto da 10 anni in Europa è in atto la campagna di “consumo del vino con moderazione” che ha dato, secondo alcuni, un inizio di dati positivi condannando gli eccessi.
Importante sarebbe anche, altri dicono, un maggiore controllo, impegno, servizio direttamente sugli irresponsabili singoli o di gruppo, piuttosto che puntare il dito sull’origine. In tal senso, per il fumo, diversi “divieti” generali e mirati al consumo diretto hanno dato ottimi risultati pur essendo il tabacco un prodotto di vendita monopolistica. Il vino non è il fumo!  
Ecco che, rispetto al fumo o alla sbronza del venerdì sera con superalcolici come abitudine, la cultura, il luogo, il momento, lo stile sono fattori, e devono essere richiamati in eventuali piani anche salutari e salutistici, che fanno del vino una bevanda alcolica ma totalmente diversa.
Un modello poi già ampiamente discusso, valutato a più riprese, a volte anche negato totalmente, del benefico effetto molto collaterale e molto minimo di un consumo molto limitato e regolare, solo  pasto, di un calice di vino: la dieta mediterranea ne è il modello più citato.
Mangiare e bere bene e il giusto, è sempre stato il primo segnale per la salute e sanità umana, anche in tempi di pandemia. E’ da valutare e considerare, non a priori, quanto in certi casi o luoghi o paesi certe misure fiscali e regolamentari possano aiutare a non demonizzare il vino e le bevande alcoliche: rifiutare un confronto sul tema può essere anacronistico anche se sul fumo ha dato risultati altalenanti e diversi.
L’importante ora è che la Commissione Europea decida e informi in modo chiaro, non solo con dichiarazioni ai media.  Sembra in atto una politica “criminalizzante” all’ombra della Commissione Europea e della pandemia catastrofica: tutelare la salute non vuol dire “vietare” tutto quello che ha rappresentato un modello e “indicare” alcuni alimenti o prodotti singoli più perniciosi di altri. Questa fase può essere molto utile per degli “aggiustamenti” tecnici, politici, designanti, formativi, istruttivi se utili a aumentare le distanze reali dal virus o dalle varianti o dai contatti perniciosi… ma devono restare dei supporti e sostegni a processi più dettagliati, più precisi, più controllati.
L’ennesima generalizzazione orizzontale favorisce solo chi è più grande, forte, diffuso, concentrato, esteso… cioè chi è già ricco, cioè le multinazionali o le mega aziende industriali largamente lontane dalla gestione diretta della “terra produttrice”.
Scrivere che “il vino uccide” nello stesso identico modo come “il fumo uccide” non porta a nulla, crea solo allarmi incontrollati, ulteriori investimenti in controlli veri che mai ci saranno, danni collaterali enormi non solo economici ma di “vita” di un Paese.
Se questo è il passaggio dalla austerity alla sostenibilità europea qualche domanda è giusto porsela. Infatti anche tutte le azioni e misure realizzate con i fondi nazionali Pac-Vino  e Ocm-Vino che sono gli strumenti con cui ritornano in parte (75-80% circa) le quote versate (circa 15miliardi di euro l’anno) dall’Italia alle casse comuni europee sparirebbero per il settore vitivinicolo e enologico, compreso tutti i piani strutturali e strumentali collegati alla “trasformazione” sostenibile e ecologica delle immissioni delle imprese.        

Diventa difficile digerire – da parte di tutti gli europei – un eventuale cambio di politica che ha governato e deciso l’Europa insieme dal 1960 con i primi trattati a favore di una qualità alimentare prodotta nei vari paesi sostenendone la origine, identità, metodo e disciplina verso terzi. secondo alcuni occorre mantenere questa impostazione poiché molti paesi del sud Europa hanno spinto tutto un sistema a muoversi sul binario delle “denominazioni” e della “dieta” biodiversificata, naturale, vegetale rispetto a diete più ricche di proteine di origine animale e industriale.    

Un richiamo forte arriva da tutta Europa alla Commissione e al Commissario alla Agricoltura, in particolare si chiede di procedere secondo il corretto legame o dipendenza fra un fenomeno sanitario e le conseguenze economiche e sociali che esso produce in modo di, contestualmente, procedere con interventi urgenti immediati anche drastici mirati e a tempo, con una azione preventiva di controlli e di interventi anche di dissuasione e di incentivo, ma soprattutto di guardare oltre il baratro perché tutto non finisce domani.
Salute prima di tutto, ma norme obbligatorie semplicistiche e banali fanno il doppio danno, non solo economico, ma anche di fiducia, rispetto, coscienza e spirito di condivisione e di accettazione. Quindi – come al solito – un calice di vino è equiparato ad un calice di whisky? Il blocco della convivialità (NB: controllata mirata limitata) può creare danni irrecuperabili in certi territori già difficili creando degrado, abbandono.
Questo vale per tutte le produzioni agricole. Vediamo realmente di fare un cronoprogramma e una pianificazione di cosa voglia dire great green deal e great sustainable action e environmental transaction leader. Su questo si può giocare tutto, non solo la migliore strada o viatico che porta in Italia 300 miliardi di euro in 6 anni (NB: non tutti subito), ma anche tutto l’insieme di regole e modelli che possono effettivamente
(NB: secondo diversi economisti e ricercatori è già possibile domani) guidare e governare consumo e salute, economia e ambiente, imprese e lavoratori, sanità e alimentazione… in una ottica non più di caccia al benefit aziendale e alle stock option e a una economia solo crescente o una finanza arrappata e determinante su tutto.
Ecco se il transaction sustainable green è tutto questo (NB: finora Spagna, Francia e Germania non l’hanno pensato così e non ha dato frutti sperati in un lustro di applicazione) forse ha qualche possibilità… viceversa è l’ennesima foglia di fico del trasformismo politico senza alcun risultato per i cittadini. In più con gli esempi di altri autorevoli Paesi europei

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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