Dipendenti «in nero» sotto ricatto della disoccupazione

La suprema Corte di Cassazione, sezione penale, del 6 ottobre 2007, n. 36642 ha stabilito che i datori di lavoro che hanno alle proprie dipendenze dipendenti in nero e sotto la minaccia di
perdita del proprio posto di lavoro commettono un reato di estorsione.

Fatto e diritto
Il Tribunale ha assolto tre datori di lavoro responsabili di aver costretto alcune proprie lavoratrici dipendenti ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non corrispondenti alle
prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai CCNL e quindi dei delitti di estorsione aggravata e continuata per cui, concesse le attenuanti generiche,
prevalenti sulle aggravanti contestate, li condannava alla pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione ed ? 800,00 di multa, nonché, in solido, al pagamento delle spese processuali.
Invece la Corte di Appello ha riformato la suddetta sentenza di assoluzione in quanto gli imputati avrebbero approfittato della situazione di mercato in cui la domanda di lavoro era di gran
lunga superiore all’offerta e, quindi, avevano posto le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivaleva a perdere il posto di
lavoro.
Peraltro la Corte di Appello aveva evidenziato che le dipendenti erano state assunte senza libretto di lavoro, non godevano di assistenza assicurativa, firmavano buste paga per importi
superiori a quelli realmente percepiti, non percepivano emolumenti ad essi spettanti (quali la quattordicesima mensilità) e ricevevano un trattamento corrispondente a quello del
contratto di formazione lavoro, pur osservando un orario superiore a quello previsto dai contratti collettivi.

La difesa dei datori di lavoro imputati
I datori di lavoro imputati i hanno provato a sottrarsi alla condanna chiedendo di ricevere solo le sanzioni previste per chi ha alle proprie dipendenze dipendenti non in regola ed argomentando
che nei fatti in questione non si integrerebbero gli estremi dell’estorsione in quanto le lavoratrici avevano accettato quelle condizioni senza ricorso ad alcuna violenza ed il licenziamento
aveva costituito una condizione preesistente all’assunzione per le dipendenti che non avessero voluto accettare le chiare, anche se illegali, condizioni proposte dagli stessi datori di
lavoro.
I datori di lavoro in questione contro la sentenza della Corte di Appello sono ricorsi in cassazione.

La decisione della Cassazione
La suprema Corte di Cassazione invece ha rigettato i ricorsi dei datori di lavoro e confermato il giudizio della corte di Appello in quanto «l’accettazione di quelle condizioni non
fu libera perché condizionata dall’assenza di altre possibilità di lavoro».
Secondo la Cassazione le lavoratrici sono state limitate nel potere di autodeterminazione in maniera considerevole.
In altri termini il soggetto passivo dell’estorsione è posto nell’alternativa di far conseguire all’agente il vantaggio economico voluto ovvero di subire un pregiudizio diretto e
immediato.
In questa prospettiva anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni astrattamente consentite può assumere un significato ricattatorio e genericamente estorsivo, quando lo scopo
mediato sia quello di coartare l’altrui volontà.

Corte di Cassazione, sezione penale, n. 36642 del 6 ottobre 2007
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