Coronavirus, questa mia Roma svuotata in tempi di pandemia

Coronavirus, questa mia Roma svuotata in tempi di pandemia

La mia Roma vuota in tempi di Coronavirus

Testo/Maurizio Ceccaioni
Foto/Maurizio Riccardi *

A dire che il 2020 sia cominciato male, sarebbe molto riduttivo alla luce di quello che stiamo passando da due mesi a questa parte. D’altronde, quell’augurio di speranza fatto durante il brindisi di Capodanno, che l’anno entrante sia migliore, finisce quasi sempre nel dimenticatoio, nell’affrontare la vita reale. Però mai come quest’anno, tra il dire e il fare – come recita il proverbio – c’è di mezzo il mare. Anzi, più esattamente, il male, nelle vesti di un invisibile ma implacabile nemico, chiamato genericamente Coronavirus.

I viali vuoti dell’Eur. In fondo il Palazzo della Civiltà Italiana

Un 2020 che ha ben presto cancellato le tante speranze e le non molte certezze che regolavano fino a ieri la nostra esistenza. La consuetudine devastata repentinamente da un decreto governativo, dopo la dichiarata ‘pandemia’ da parte dell’Oms. Quello che, attraverso l’ennesimo termine importato dalla lingua inglese, ci ha imposto di dare addio alla nostra vita normale e rimanere segregati in casa.
Perché quello che gli anglosassoni chiamano lockdown, ma che ricorrendo alla sempre più vandalizzata lingua di Dante, avremmo dovuto semplicemente chiamare ‘confinamento’, ci ha fatto sentire tutti dei potenziali appestati, timorosi dei nostri stessi figli e nipoti, amici e affetti.
Una situazione da ‘The Last Days’ , un film del 2013 che trattava di popolazioni mondiali costrette a vivere sottoterra per evitare il contagio, a causa di una pandemia dovuta a un virus (guarda la coincidenza).

Piazza di Spagna vuota vista da Trinità de’ Monti

Ti accorgi della libertà solo quando ne sei privato

A metà febbraio alla Garbatella, rione popolare dove ho passato la mia gioventù e conosciuto ai più per la fiction Tv su ‘I Cesaroni’, si festeggiava il primo secolo di vita. Gente per le strade, cibo di strada, brindisi e abbracci. Nulla di più lontano da quello che stava succedendo a migliaia di chilometri da lì. Perché a Wuhan, provincia cinese di 11 milioni di abitanti e importante nodo commerciale mondiale, si raccontava tutta un’altra storia, di uno strano virus che stava imperversando e di cui si avevano da noi poche notizie. Ma succedeva a circa 9 mila km da noi e si credeva che si sarebbe risolto tutto localmente, come per la Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) nel 2003. Ma in pochi giorni, quel virus poi chiamato Covid-19, era arrivato silenzioso anche da noi. Come successe all’inizio di maggio 1986, quando ignari si stava sui prati godendo della calda primavera, mentre sulle nostre teste già incombeva una nube radioattiva sprigionatasi una settimana prima dalla centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina.

Piazza Navona deserta

Fa effetto vedere l’orologio della vita che cammina svelto senza fare sconti a nessuno, gli affetti riposti nel nostro intimo e i programmi per le attese vacanze finiti nel tritarifiuti dei ricordi: scarti di esistenza che avremmo voluto vivere. Così è accaduto in Italia, come in molti Paesi nel mondo. Fuori sbocciavano i fiori, ma dalle Tv arrivavano come pugnalate i numeri del contagio, le immagini di ospedali al collasso, di medici e infermieri protetti come nei film di fantascienza, città deserte e supermercati presi d’assalto. Racconti indiretti delle nostre giornate da reclusi in casa, la “normalità” di una non vita, con un confinamento imposto per decreto.

Scorcio al tramonto di Piazza del Pantheon deserta

Chiusi nelle case, senza più gente attorno, città come Firenze o Venezia, dove si era pensato al numero chiuso per i troppi turisti, sono rimaste territori di piccioni e gabbiani. Come la mia Roma, città fantasma che il 21 aprile ha segnato i suoi MMDCCLXXIII anni di vita (2773 anni) con una Dies Romana come anticamente era chiamato il Natale di Roma senza celebrazioni solenni e parate di figuranti in abiti d’epoca. Una città muta, vuota e silenziosa, ma piena di luce. Come quella che entra nell’oculus del Pantheon il 21 aprile a mezzogiorno, per illuminare il portale d’ingresso da cui entrava l’Imperatore.
Il Pantheon o, per meglio dire “la Rotonna”, come la chiamano i vecchi abitanti del Rione Pigna per la sua forma geometrica, se ne sta lì, solo, senza le migliaia di visitatori e turisti a girarvi dentro o a calpestare i sampietrini della piazza, svuotata dai tavolini di bar e ristoranti, con le botteghe attorno chiuse. Ingabbiato nella Roma dei palazzi della politica, tra il Parlamento, San Macuto e il Senato, questo splendido esempio dell’arte edificatoria romana, fa da corollario a questa città mai vista così da sempre.

Corso del Rinascimento e a sinistra il Senato della Repubblica

Te ne accorgi non solo a girare per il centro storico, ma anche nelle periferie più lontane.  Va un certo senso vedere Piazza Navona deserta, come la calca a Fontana di Trevi, che t’impediva la vista al monumento. Vuota Trinità dei Monti come le strade del lusso attorno a Piazza di Spagna, il Foro Romano, Porta Pia, il Muro Torto, la Stazione Termini, l’Eur, i ponti sul Tevere.
Non più strade piene di macchine in seconda fila, i clacson, le code sul Grande Raccordo Anulare e le arrabbiature tra automobilisti. Nonostante il sole primaverile invogli a uscire fuori, Roma se ne sta raggomitolata su sé stessa, come un animale ferito, trasformata nel suo intimo, senza quel vocio e la confusione della gente per le strade, deserte come le ville, parchi, viali e spiagge.

Ponte della Musica sul Tevere tra i quartieri Della Vittoria e Flaminio

Ma nei primi giorni di “clausura” non è stato così, e alle 18 la gente si affacciava da finestre e balconi, cantando assieme come per farsi coraggio a vicenda. Una forma liberatoria, una sorta di terapia collettiva per affermare al mondo di essere ancora vivi. Sventolando bandiere tricolori e battendo a ritmo pentole e coperchi, all’insegna del «Tutto andrà bene».

Si stava a ridosso di una Pasqua che si annunciava diversa: per il sole, che dopo anni avrebbe permesso per Pasquetta, le scampagnate fuori porta senza infradiciarsi; ma principalmente per la solitudine che avrebbe accompagnato la giornata di molte persone, come in quella Via Crucis trasmessa in Mondovisione da un solitario Papa Francesco, non dal Colosseo, ma dal sagrato di San Pietro con la piazza vuota.

Giornalisti e operatori Tv a Piazza San Pietro per la Via Crucis 2020

Non un brutto sogno, ma un incubo reale che ha riscritto le regole della nostra esistenza, i rapporti sociali, affettivi, lavorativi. Una vita piatta uguale ieri come domani, senza far più caso al calendario, ma con l’immancabile conferenza stampa serale, ad annunciare i numeri della battaglia giornaliera contro questo nemico invisibile che ci ha attaccati nel fisico, nello spirito e nelle tasche. Con la paura di abbracciarsi pure vivendo nella stessa casa, senza poter partecipare al funerale del congiunto o dell’amico morto; in fila al supermercato per i generi di prima necessità o a mendicare pacchi alimentari da associazioni e parrocchie.
La fermata delle attività produttive ha messo in ginocchio la nostra economia, con oltre 4 milioni i lavoratori autonomi in attesa di un bonus da 600 euro per sopravvivere e più di 300mila aziende che hanno fatto domanda per la Cassa integrazione per circa 4,5 milioni di addetti.

Piazza del Popolo vista dal Pincio

Giriamo per la Città Eterna con occhi indagatori, rappresentando con appunti su un taccuino e gli scatti fotografici questa Roma apparentemente addormentata, ma pulsante tra le mura casalinghe, tra smart working e lezioni a distanza. La riscoperta delle fettuccine fatte in casa, gli gnocchi, il pane e la pizza: abitudini dimenticate, nozioni di cucina antica forse lontanamente apprese. Non ci sono più le file interminabili di turisti davanti al Colosseo o ai Musei Vaticani, come i gruppi di fedeli che da tutto il mondo arrivavano a Piazza San Pietro coi loro cappellini colorati e fazzoletti al collo. In questa solitudine mi mancano persino i camion bar e le bancarelle che deturpano da sempre i luoghi storici, quei tavolini affollati fuori bar e ristoranti che limitano il passaggio sui marciapiedi e persino i finti centurioni romani, i mimi lungo via dei Fori Imperiali e i venditori di caldarroste agli angoli di via del Corso.
Dal Pincio, la luce rossa del tramonto si riflette su Piazza del Popolo, riempiendola di quel calore che ha perso senza la gente. Un gabbiano ci guarda con aria di sfida dalla spalletta del Fiume. Sotto i ponti, l’effimera libertà di disperati lì accampati, mentre il silenzio è rotto da una sirena in lontananza.

Vista notturna Castel Sant’Angelo

Passando per Ponte Sant’Angelo, ci accoglie lo sguardo austero degli apostoli Pietro e Paolo, santi patroni di Roma. Ai lati ci fanno compagnia nel tragitto, le dieci statue marmoree degli angeli con i simboli della Passione di Cristo in mano. Dall’angolo di via della Conciliazione lo sguardo spazia fino alla piazza vuota del colonnato del Bernini. Al centro l’obelisco in granito rosso si antepone all’austera Basilica di San Pietro, mentre il sole sta ormai tramontando e si cominciano ad accendere le luci. Ci passa accanto un autobus con due passeggeri: forse saranno lavoratori del vicino ospedale che tornano a casa.

 

*Maurizio Riccardi, fotografo e giornalista, è direttore del Gruppo AgrPress di cui fanno parte l’agenzia fotografica Agr, la Banca Immagini Riccardi, la sezione Audiovisivi /web e la sezione Comunicazione.

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