Cooperative del vino: un’ancora per salvare viticoltori e territori

Cooperative del vino: un’ancora per salvare viticoltori e territori

By Giuseppe

Le cantine cooperative possono diventare uno degli strumenti decisivi per affrontare la crisi della viticoltura italiana. Ma, secondo Giampietro Comolli, devono cambiare modello: meno strutture autoreferenziali, più servizi, innovazione e sostegno concreto al reddito dei viticoltori.

Cooperative del vino e crisi della viticoltura: Comolli propone un nuovo modello al servizio di viticoltori, reddito, innovazione e territori.

 

 
Newsfood.com, 5 settembre 2026

di Giampietro Comolli

La cooperazione ha fatto crescere interi territori

La cooperazione vinicola e vitivinicola ha rappresentato da sempre un elemento fondamentale dell’agricoltura italiana.

In molti territori la cooperazione è stata un punto di partenza, un percorso di filiera oppure un punto di arrivo che ha consentito enormi passi avanti in termini di numero di imprese, fatturato, reddito, occupazione e valorizzazione delle produzioni locali.

Naturalmente esistono modelli diversi.

Ci sono cooperative che hanno saputo crescere, innovare, aggregarsi, esportare e costruire marchi forti. Altre, soprattutto in alcune aree del Centro-Sud, mostrano maggiori difficoltà strutturali: bilanci fragili, impianti da aggiornare, scarsa capacità d’investimento e una presenza sui mercati non sempre adeguata.

Le eccezioni positive esistono. E proprio quelle andrebbero studiate e, quando possibile, imitate.

L’esperienza di Petrosino e una provocazione sul Grillo

Tre anni fa partecipai a un convegno a Petrosino, importante centro del Trapanese e territorio fortemente legato all’uva Grillo.

Ero stato invitato dal sindaco e da amici della Regione Siciliana e in quell’occasione ascoltai direttamente le preoccupazioni di presidenti e direttori di cooperative.

Proposi allora un’idea volutamente ambiziosa: lavorare su un progetto Grillo DOCG Petrosino, inserendolo però in una revisione più profonda del modello cooperativo.

Non bastava cambiare un disciplinare o creare una nuova denominazione.

Occorreva ripensare alcuni meccanismi delle cooperative vitivinicole puntando su semplificazione, flessibilità, pluralità dei servizi e collaborazione fra strutture diverse, mantenendo però una strategia comune.

Una sola strategia territoriale condivisa fra soci e non soci, singole cooperative e cooperative limitrofe.

Il problema resta attuale.

La cooperazione vitivinicola è già una forza economica

Non stiamo parlando di una componente marginale.

Il sistema cooperativo vitivinicolo italiano rappresenta una parte importante della produzione nazionale e comprende alcune delle maggiori aziende vinicole del Paese.

Basta guardare alle realtà di vertice: Cantine Riunite & CIV, Caviro e Cavit sono esempi di cooperative capaci di raggiungere dimensioni industriali, costruire marchi, presidiare la distribuzione ed esportare.

I dati di Legacoop Agroalimentare, per esempio, indicano circa 60 cantine cooperative associate, oltre 27.000 soci, 2.600 occupati e circa 2 miliardi di euro di fatturato annuo.

Numeri che dimostrano una cosa: la cooperazione può essere molto più di un luogo dove conferire l’uva.

Può diventare uno strumento industriale, commerciale e territoriale.

Il problema è il viticoltore senza cantina

È proprio qui che dobbiamo guardare.

Nella crisi attuale — consumi più deboli, mercati difficili, cambiamento climatico, tensioni geopolitiche e aumento dei costi — le cooperative possono rappresentare uno strumento particolarmente importante per la componente più esposta della filiera:

il viticoltore che produce uva ma non possiede una propria cantina.

Se il prezzo dell’uva scende a livelli che non consentono più una remunerazione adeguata, se diminuiscono le rese, se aumentano i costi e contemporaneamente il mercato non assorbe il vino prodotto, non basta fare più promozione.

Il problema diventa l’esistenza stessa dell’impresa agricola.

Non sto parlando soltanto dell’identità terra-vino.

Sto parlando del rapporto impresa-reddito.

Perché senza reddito non c’è impresa. E senza imprese agricole non esiste territorio vitivinicolo da promuovere.

Se il viticoltore abbandona, perde tutto il territorio

Questo è il punto che troppo spesso dimentichiamo.

Se i viticoltori estirpano, abbandonano l’attività, rinunciano a coltivare o vendono i terreni, non perde soltanto il singolo produttore.

Perde l’intero territorio.

Perde la denominazione.

Perde l’economia locale.

E, alla fine, ne risente tutto il comparto produttivo.

Per questo oggi le cooperative vite-vino devono diventare un mezzo, insieme ad altri strumenti coordinati, per cambiare un modello di produzione, commercio e rapporto con il mercato che mostra evidenti segnali di difficoltà.

La cooperativa non deve essere il fine.

Deve essere uno degli strumenti.

Una cooperativa diversa: più servizi e più libertà

Anche statuti e regolamenti devono evolvere.

Naturalmente vanno salvaguardati i principi essenziali della mutualità e della cooperazione. Ma questo non significa che regole costruite decenni fa debbano necessariamente restare immutate.

Occorrono modelli più flessibili, compatibilmente con le norme cooperative e fiscali.

La cooperativa dovrebbe poter offrire sempre più servizi tecnici e produttivi: assistenza agronomica, uso di attrezzature, vinificazione, affinamento, imbottigliamento, etichettatura, logistica, commercializzazione e accesso ai mercati.

Il viticoltore deve poter trovare nella struttura cooperativa gli strumenti che da solo non potrebbe economicamente permettersi.

In questo modo si possono ridurre gli investimenti individuali duplicati e aumentare qualità, efficienza e capacità commerciale.

Prima di sostenere la struttura cooperativa bisogna sostenere l’impresa viticola che le dà vita.

Innovazione sì, assistenzialismo no

Anche gli aiuti pubblici devono cambiare logica.

Non credo in una cooperazione mantenuta artificialmente in vita da contributi senza una strategia.

Gli interventi pubblici dovrebbero favorire soprattutto innovazione tecnica, innovazione commerciale, digitalizzazione, risparmio idrico ed energetico, aggregazione dei servizi e resilienza territoriale.

La proposta europea per la PAC post-2027, destinata — se approvata — al periodo 2028-2034, ( Commissione europea – PAC post-2027.) offre proprio l’occasione per discutere di modernizzazione, diversificazione, innovazione e sostegno mirato alle aziende agricole.

L’Italia deve arrivare a quell’appuntamento con una propria strategia vitivinicola.

Non con una lista della spesa.

Basta pensare che basti “raccontare il vino”

Per anni abbiamo ripetuto che bisogna raccontare il territorio, raccontare il produttore, raccontare la storia del vino.

Tutto vero.

Ma oggi non basta.

Se un viticoltore non riesce a coprire i costi, raccontargli meglio la storia del suo territorio non gli paga le bollette.

Se una cooperativa non riesce a valorizzare l’uva dei soci, spendere altre risorse soltanto in comunicazione rischia di diventare un alibi.

La priorità deve tornare alla vigna e al viticoltore.

Acqua.

Energia.

Infrastrutture.

Innovazione.

Fiscalità favorevole alle giovani imprese.

Remunerazione dell’uva basata anche sulla qualità e non soltanto sulla quantità conferita.

Sono questi alcuni dei pilastri sui quali costruire il futuro.

La cooperativa dentro il Pacchetto Vite

Nel precedente intervento ho sostenuto la necessità di un Pacchetto Vite, distinto ma strettamente collegato al Pacchetto Vino.

La cooperazione vitivinicola deve entrare a pieno titolo in quel progetto.

Non come soggetto da proteggere a prescindere.

Non come nuovo destinatario automatico di contributi.

Ma come infrastruttura economica al servizio dei viticoltori e del territorio.

Una cooperativa moderna può mettere insieme ciò che il piccolo produttore non può affrontare da solo: tecnologia, competenze, cantina, imbottigliamento, energia, logistica, commercializzazione ed export.

E può contribuire soprattutto a mantenere le imprese agricole sul territorio.

Questa è la vera funzione strategica.

Prima il reddito, poi tutto il resto

La viticoltura italiana non si salva difendendo ciò che esiste soltanto perché esiste da decenni.

Bisogna avere il coraggio di cambiare ciò che non funziona e rafforzare ciò che funziona.

Le grandi cooperative del Nord dimostrano che aggregazione, dimensione, innovazione e mercato possono convivere con la natura cooperativa.

La sfida è portare strumenti altrettanto efficaci anche dove la frammentazione produttiva e le difficoltà economiche sono maggiori.

Perché alla fine la questione è molto semplice.

Se il viticoltore resta sulla propria terra e riesce a ricavarne un reddito dignitoso, sopravvivono vigneto, impresa, denominazione e territorio.

Se il viticoltore se ne va, possiamo raccontare tutte le storie del vino che vogliamo.

Ma rischierà di non esserci più nessuno a produrlo.

Giampietro Comolli

 



Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


Articolo aggiornato al 5  settembre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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