Consorzi tutela vino: più poteri sì, ma chi garantisce la filiera?
22 Agosto 2026
Dopo oltre quarant’anni vissuti dentro il sistema dei Consorzi mi pongo una domanda
E’ sufficiente dare maggiore centralità ai consorzi, se non si affrontano rappresentanza, competenze ed equilibrio della filiera?
Newsfood.com, 22 agosto 2026
Nota del Direttore
Più potere ai Consorzi? Può essere giusto. Ma prima viene una domanda molto semplice: chi controlla i controllori? Un Consorzio dovrebbe difendere una denominazione, non una parte della denominazione. E soprattutto dovrebbe rappresentare una filiera nella quale convivono soggetti con dimensioni e interessi molto diversi. Se attribuiamo maggiori responsabilità ai Consorzi senza verificare rappresentanza, competenze, trasparenza e capacità dei vertici, rischiamo di rafforzare non la denominazione ma chi è già più forte al suo interno. Comolli conosce questo mondo da dentro; 40 anni di esperienza diretta. Per questo alcune sue affermazioni possono essere discutibili e persino scomode. Ma pongono una questione che non può essere aggirata: un Consorzio forte serve se rende forte la denominazione, non semplicemente se diventa più potente il Consorzio stesso.
Giuseppe Danielli
Dopo oltre quarant’anni vissuti dentro il sistema dei Consorzi mi pongo una domandaE’ sufficiente dare maggiore centralità ai consorzi, se non si affrontano rappresentanza, competenze ed equilibrio della filiera?
di Giampietro Comolli
Quando i Consorzi erano davvero volontari
I primi Consorzi di tutela dei vini nacquero in Italia come organismi volontari, secondo principi associativi e cooperativistici.
I termini fondamentali erano pochi e chiari: tutela della denominazione, proposta e cura del disciplinare, volontarietà nel produrre Doc e Docg, volontarietà nell’adesione al Consorzio e pagamento di una quota associativa destinata alla tutela e alla valorizzazione della denominazione.
La rappresentanza nasceva dall’assemblea e il presidente poteva anche essere una figura non direttamente produttrice. Una parte importante delle risorse arrivava inoltre da Camere di Commercio, Province, Comuni, Regioni e Ministero. In diversi casi le quote degli associati coprivano soltanto il 30-40% del bilancio.
Questo, in estrema sintesi, era il quadro che ho conosciuto fra gli anni Sessanta e la fine del Novecento.
Nessuna componente della filiera avrebbe dovuto poter comandare da sola.
Quando c’era un direttore, a mio parere, il Consorzio aveva una garanzia in più soprattutto se si trattava di un tecnico esterno, non produttore e non espressione diretta della politica.
Molti direttori provenivano da strutture pubbliche, Camere di Commercio, Regioni o organizzazioni professionali e possedevano una preparazione tecnica trasversale.
Consorzi Vino: Poi arrivò il peso economico e il sistema cambiò.
Si volle riconoscere maggiore peso a chi rappresentava quantità e dimensioni economiche superiori. Un principio che aveva una propria logica, ma che poteva produrre conseguenze molto diverse a seconda di come veniva applicato. Il punto, secondo me, è sempre stato distinguere fra ponderazione e semplice proporzionalità.
Se chi rappresenta cento bottiglie conta uno e chi ne rappresenta mille finisce per contare venti, e se a questo aggiungiamo un sistema molto ampio di deleghe, diventa facile arrivare alla situazione nella quale “l’asso piglia tutto”.
A quel punto il rischio è che il Consorzio, nato per tutelare una denominazione, diventi soprattutto una struttura amministrativa nella quale il peso economico determina anche quello politico.
E la questione diventa ancora più delicata quando entrano in gioco le funzioni erga omnes, cioè attività e contributi che possono riguardare l’intera denominazione e non soltanto gli associati.
Francia e Spagna hanno seguito altre strade
Oggi sembra emergere la volontà di dare maggiore forza e centralità ai Consorzi italiani.
Finalmente, verrebbe voglia di dire.
Ma subito dopo bisogna chiedersi: quali Consorzi, con quali poteri e a quali condizioni?
I Consorzi italiani potrebbero avvicinarsi maggiormente ad alcune esperienze interprofessionali francesi o ai Consejos Reguladores spagnoli, dove la rappresentanza della filiera ha storicamente assunto forme differenti.
Prima delle grandi modifiche normative europee del settore vitivinicolo, in Italia si discusse a lungo anche sulla possibilità di costruire organismi interprofessionali realmente rappresentativi dell’intera filiera. Non fu quella la strada prevalente.
Si consolidò invece il modello dei Consorzi volontari, con la possibilità per chi non aderiva di restare fuori dall’organizzazione pur continuando naturalmente a utilizzare la denominazione, nel rispetto del disciplinare.
Con l’estensione delle funzioni a tutta la denominazione si è poi cercato di costruire un equilibrio fra rappresentatività, partecipazione e responsabilità economica.
Un equilibrio che continua a essere il vero nodo.
Posso dirlo perché questo sistema l’ho vissuto da dentro
Sui Consorzi mi permetto di esprimere un’opinione anche per una ragione personale. Sono stato membro di Federdoc dal 1984 e fra il 1997 e il 1999 ho partecipato alla stesura di norme e circolari riguardanti i Consorzi.
Ho lavorato alla rifondazione della nuova Federdoc su mandato dell’allora presidente, il senatore romagnolo Ezio Assirelli, e dell’onorevole veneto Pellizzari.
Anche l’attuale impostazione del logo Federdoc risale a una scelta che feci insieme al grafico nel 1998. Prima ancora, nel 1986, fondai e diressi il Consorzio dei Colli Piacentini.
Poi arrivarono altre esperienze e altri territori: la legge 164/1992, Franciacorta, Suvereto e Val di Cornia, Colle Val d’Elsa, Terre di Gavi, Bolgheri-Sassicaia, Valdobbiadene e il percorso verso una Docg autonoma.
Non le cito per costruire un curriculum. Le cito perché le regole di un Consorzio che ho viste funzionare – e qualche volta non funzionare – sul campo.
Franciacorta e la regola che considero fondamentale
Quando presi in mano operativamente il Consorzio Franciacorta, fondato nel 1990, avevo due principi molto chiari.
Il primo: le quote associative devono garantire almeno un livello minimo di vera operatività nella tutela.
Un Consorzio senza risorse può esistere formalmente, ma difficilmente può esercitare davvero le proprie funzioni.
Il secondo principio era ancora più importante: le regole devono essere eque per tutti gli associati, pur tenendo conto delle differenti dimensioni e funzioni all’interno della filiera.
Su questo ebbi anche opinioni differenti rispetto ad autorevoli colleghi che dirigevano altri grandi Consorzi italiani negli anni Novanta e nei primi Duemila.
Difesi un sistema nel quale quote e voti – binomio per me fondamentale – fossero espressione della situazione reale della denominazione: numero degli operatori, quintali prodotti, bottiglie immesse sul mercato.
Ma attraverso una ponderazione per scaglioni, non attraverso una proporzionalità tale da consegnare automaticamente il controllo a pochissimi soggetti.
Consorzio vino: Tre anime della filiera, nessun padrone
La ponderazione, attraverso scaglioni più stretti o più larghi, permetteva di adattare lo stesso principio a denominazioni anche molto differenti. Per me la condizione fondamentale era mantenere un equilibrio fra le tre grandi componenti della filiera: viticoltori, vinificatori e imbottigliatori.
Non significa attribuire artificialmente a tutti lo stesso peso.
Significa evitare che una componente potesse diventare, da sola, padrona della denominazione.
Anche gli investimenti e i contributi dovrebbero tenere conto delle differenti dimensioni economiche, ma sempre all’interno di regole di categoria trasparenti e non costruite a misura del singolo operatore.
Questa distinzione oggi è ancora più importante.
La vendemmia 2026 ha mostrato differenze enormi
La vendemmia anticipata 2026 ha evidenziato ancora una volta quanto possano essere differenti capacità, organizzazione e tempestività dei Consorzi italiani.
Esistono strutture attrezzate, con competenze tecniche, dati aggiornati e capacità di intervenire rapidamente.
E ne esistono altre che sembrano vivere soprattutto sulla carta, appoggiandosi ad altre organizzazioni oppure muovendosi soltanto dopo indicazioni provenienti dalle amministrazioni regionali.
Il bilancio produttivo ed economico fa certamente la differenza.
A mio giudizio, soltanto una parte minoritaria dei Consorzi italiani riesce oggi a esprimere contemporaneamente efficienza, efficacia ed equilibrio.
Ed è proprio da qui che dovrebbe partire qualsiasi riforma.
Erga omnes: il consorzio deve servire alla denominazione
Il primo obiettivo dovrebbe essere creare le condizioni affinché tutti i Consorzi volontari abbiano reali opportunità operative, indipendentemente dalla loro dimensione assoluta ma in rapporto alla partecipazione effettiva della filiera.
Il secondo è ancora più importante: l’erga omnes deve servire alla denominazione e non semplicemente rafforzare la struttura consortile.
Se vengono attribuite funzioni che riguardano tutti, allora anche rappresentanza, responsabilità e utilizzo delle risorse devono essere costruiti con criteri comprensibili e verificabili.
Più potere richiede più responsabilità.
E più responsabilità richiede competenza.
E’ ora di dire basta ad una burocrazia che non tutela nessuno
Le dichiarazioni delle uve prodotte durante la vendemmia sono uno dei punti di partenza per conoscere realmente la situazione di Docg, Doc e Igt.
Servono dati tempestivi, affidabili e utilizzabili.
Continuare invece a prorogare scadenze oppure richiedere informazioni analoghe attraverso procedure cartacee e digitali sovrapposte significa produrre burocrazia, non tutela.
Una riforma dei Consorzi deve avere il coraggio di affrontare anche gli aspetti meno chiari delle norme tecniche e dei rapporti fra i diversi anelli della filiera. Devono essere chiari i controlli preventivi, quelli durante la produzione e quelli a valle. Devono essere chiare le scadenze.
E devono essere chiare le responsabilità.
Più sostanza, non semplicemente più potere
Non serve rafforzare un Consorzio soltanto perché esiste. Bisogna rafforzarlo se è capace di tutelare realmente la denominazione, rappresentare in maniera equilibrata la filiera, leggere i dati, anticipare i problemi e assumersi responsabilità.
Anche le organizzazioni professionali agricole hanno un compito fondamentale, ma dovrebbero concentrare la loro forza sui grandi strumenti che incidono realmente sul futuro delle imprese: PAC, Piano Strategico Nazionale e programmazione regionale.
I Consorzi facciano bene i Consorzi.
Le organizzazioni professionali facciano bene il proprio lavoro.
Le istituzioni stabiliscano regole chiare.
E soprattutto ricordiamoci che una denominazione appartiene al territorio e alla sua filiera, non a chi in quel momento possiede più voti in assemblea.
Giampietro Comolli
BOX – Consorzi del vino: cosa significa “erga omnes”
Il sistema italiano dei Consorzi di tutela del vino è oggi disciplinato principalmente dall’articolo 41 della legge 238/2016, il cosiddetto Testo unico del vino.
Il riconoscimento di un Consorzio e l’attribuzione delle diverse funzioni dipendono da precisi requisiti di rappresentatività. Le funzioni più ampie consentono al Consorzio di svolgere attività di tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e cura generale degli interessi della denominazione anche nei confronti dei produttori non associati.
È il principio comunemente indicato come erga omnes: determinate attività non producono effetti soltanto per i soci del Consorzio, ma sono svolte nell’interesse dell’intera denominazione.
Proprio per questo la rappresentatività non è una questione secondaria: più le funzioni riguardano l’intera denominazione, maggiore deve essere l’attenzione a equilibrio, trasparenza e responsabilità della governance.
Il quadro è inoltre in evoluzione. Il Regolamento europeo 2024/1143 sulle Indicazioni Geografiche ha introdotto nuove disposizioni anche per le organizzazioni dei produttori riconosciute; il MASAF ha prorogato al 14 maggio 2027 il termine previsto per l’adeguamento dei Consorzi già riconosciuti.
Fonte:
Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste – normativa Consorzi di tutela vini DOP e IGP.
MASAF – Consorzi di tutela, normativa ed elenchi ufficiali

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli
Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.
Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
mercato consumi distretti produttivi







