Codice disciplinare e locali di affissione: la questione dell'accessibilità

Con sentenza del 3 ottobre 2007, n. 20733, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che non vi è obbligo di effettuare l’affissione del codice disciplinare in
locali in cui i dipendenti devono passare necessariamente anche se ha chiarito che la mancata affissione del codice disciplinare comporta la nullità della sanzione disciplinare irrogata
ad eccezione di quando si è in presenza di violazione di norme di legge o comunque di doveri fondamentali del lavoratore, riconoscibili come tali senza necessità di specifica
previsione.

Fatto e diritto
Un gruppo di dipendenti era stato sottoposto a sanzioni disciplinari non avendo effettuato la manutenzione ordinaria delle macchine attraverso la raccolta delle polveri in un apposito
macchinario (bidone aspiratutto) messo a loro disposizione dall’azienda, violando così l’obbligo, previsto a loro carico negli accordi aziendali intervenuti tra le organizzazioni
sindacali ed il datore di lavoro stesso, di provvedere ad effettuare, nei limiti dell’orario di lavoro, la piccola manutenzione delle apparecchiature del reparto.
Tali dipendenti hanno impugnato le sanzioni disciplinari irrogate dal datore di lavoro perchè non era stato affisso il codice disciplinare, ottenendo una sentenza favorevole da giudice
di primo grado e dalla Corte d’appello, ma contro tale sentenza il datore di lavoro ha ricorso in Cassazione per la violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970 con
riferimento agli artt. 2082 e 2086 c.c., nonché per la illogicità, la contraddittorietà e l’erroneità della motivazione.
Secondo il giudice di primo grado, l’affissione era inidonea perché, tra le altre cose, il codice era stato esposto in un luogo in cui non «era più necessario
passaggio dei lavoratori»., e secondo la Corte d’appello l’affissione era inidonea perché effettuata in un locale in cui in precedenza erano apposti cartellini di presenza,
e nei quali i lavoratori dovevano ormai recarsi appositamente in quanto, a seguito di cambiamenti nei locali produttivi, non percorrevano più necessariamente quella via.
L’art. 7 prescrive soltanto che le norme disciplinari devono essere portate a conoscenza dei lavoratori mediante affissione in un luogo accessibile a tutti.
Nella questione in esame, il contrasto principale verteva sull’interpretazione da dare all’inciso «luogo accessibile a tutti», contenuto nel citato articolo 7.
Nel caso esaminato non era prevista, invece, nessuna indicazione specifica sui requisiti che il luogo doveva possedere per essere ritenuto idoneo a garantire la conoscibilità della
normativa disciplinare.
L’unico elemento rilevante era il fatto che il contratto collettivo fosse posto in un luogo facilmente accessibile. Non occorreva che fosse affisso in una apposita bacheca.
Il datore di lavoro, pertanto, aveva ritenuto di aver adempiuto all’obbligo a suo carico di affissione e di comunicazione.

La decisione della Cassazione
Per la Cassazione il comportamento dei lavoratori, che non avevano adempiuto ai propri obblighi, non poteva non essere contestato e sanzionato dall’azienda in quanto non era stato affisso non
solo il codice disciplinare, ma il testo integrale del CCNL. Tuttavia non era corretto neppure il comportamento dell’azienda, che aveva esposto un CCNL precedente a quello in
vigore  in un luogo in cui non era più necessario il passaggio dei lavoratori.
Per la Cassazione, inoltre, l’art. 7, primo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300 prevede che “le norme disciplinari relative alle sanzioni, alle infrazioni in relazione alle quali ciascuna
di esse può essere applicata ed alle procedure di contestazione delle stesse, devono essere portate a conoscenza dei lavoratori mediante affissione in luogo accessibile a tutti.”
È necessario, perciò, che i locali in cui sono affisse le disposizioni siano accessibili liberamente a tutti i lavoratori.
Tale obbligo a carico del datore di lavoro impone che la possibilità di recarsi nei locali in cui sono esposte le norme disciplinari deve essere effettiva, non meramente teorica, e
perciò rientra nel concetto di libero accesso anche la comodità dell’accesso e la necessità che non sussistano difficoltà particolari, come nel caso esaminato in cui
il codice era stato esposto in un luogo in cui non «era più necessario passaggio dei lavoratori» (anche se i locali non erano chiusi ed i dipendenti avevano
piena libertà di accedervi senza impedimenti di sorta e senza dover chiedere permessi particolari.)

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 20733 del 3 ottobre 2007
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