Chi trova un amico accende il cervello

Chi trova un amico accende il cervello

Quando si prova amicizia per qualcuno e si accetta la condivisione di esperienze il cervello si attiva, rendendo più facile la comprensione e l’accettazione dell’altro. Inoltre, tale
meccanismo è più forte in presenza di un amico, anche se diverso, che in presenza di uno sconosciuto, anche se molto somigliante.

Questo il messaggio di una ricerca dell’Università di Harvard, diretta da Fenna Krienen e pubblicata sul “Journal of Neuroscience”.

Precedenti studi avevano mostrato come in uomo, primati e roditori la regione del cervello più coinvolta nell’elaborazione degli atteggiamenti sociali è quella della corteccia
mediale anteriore. Non a caso, in caso di danni localizzati si manifesta una persistente difficoltà a comprendere le regole basilari del vivere comune.

Sulla base di tali informazioni, il team di Harvard si è concentrato su tale zona, in cerca della formula che mette in relazione i due ambiti di percezione sociale del prossimo: la
somiglianza (immedesimarsi nell’altro e capire la sua emotività) e la familiarità (diretta conseguenza della condivisione di un’esperienza, con un peso personale).

Commenta Fenna Krienen: “Entrambi i meccanismi hanno una base psicologica ed evolutiva come elementi fondamentali per giudicare il diverso da sé. Il nostro modo di rapportarci con il
mondo esterno passa sempre attraverso una valutazione di questi due valori”.

Allora, gli scienziati hanno reclutato 98 giovani (18-23 anni) sottoponendoli ad un esperimento sociale mentre il loro cervello veniva monitorato da risonanza magnetica funzionale. Il test
consisteva nel provare a mettersi nei panni di un’altra persona e indovinare le sue risposte a una serie di domande. Il ventaglio delle altre persone era composto sia da amici (sia simili che
diversi) che da estranei (alcuni con bibliografie e foto).

Gli studiosi hanno così notato come in tutti gli esperimenti effettuati a guidare la risposta celebrale nella regione della corteccia mediale anteriore è stata la
familiarità, e non la somiglianza in fatto di trascorsi e comportamenti. Inoltre, La presenza o meno di un certo grado di caratteristiche in comune tra soggetto analizzato e protagonista
del test non sembrava pesare in modo particolare.

Spiega la Krienen: “Dal nostro studio emerge chiaramente come la vicinanza sociale, o familiarità, si sia sviluppata nel cervello lungo circuiti di prima classe e sia il fattore
principale di cui la mente si serve per interpretare gli altri”.

Allora, la scienziata ritiene che il sistema nervoso gestisca l’amicizia in maniera speciale e che questa corsia preferenziale sia un risultato dell’evoluzione. In altre parole, durante la
propria storia l’uomo ha recepito i vantaggi del lavorare assieme, superando le diversità di base tramite la creazione di legami forti. E tale relazione si è guadagnata un posto
d’onore nelle strutture mentali.

FONTE: Fenna M. Krienen, Pei-Chi Tu, and Randy L. Buckner. Clan Mentality: Evidence That the Medial Prefrontal Cortex Responds to Close Others. Journal of Neuroscience, 2010; 30:
13906-13915 DOI: 10.1523/JNEUROSCI.2180-10.2010

Matteo Clerici

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