Censura e crisi economica: in Iran, niente pollo in TV
18 Luglio 2012
In Iran, il pollo è come la pasta in Italia, alimento-base per gran parte della popolazione.
Tuttavia, la crisi economica ha cambiato radicalmente la situazione. Alla congiuntura internazionale sfavorevole si sono aggiunte le pesanti sanzioni, entrate in vigore a luglio.
Risultato, l’inflazione galoppa: i cibi più comuni, come frutta e verdura, hanno un prezzo elevatissimo, e neanche il pollo sfugge alle regole. Così, un chilo della sua carne a
Teheran costa fino a 70.000 Ryal (4.5 Euro), mentre nei piccoli centri è praticamente introvabile. Tale scarsità si nota anche nei casi migliori, con i centri di distribuzione
statali sede di lunghe code, composte dai pochi abbastanza ricchi da poter acquistare.
Allora, spiegano le agenzie di stampa, dato il valore sociale del
volatile, il governo degli ayatollah ha deciso di puntare sulla censura televisiva. La TV non potrà trasmettere immagini delle famose code, né film dove gli attori consumano la
carne del pennuto.
Spiega Esmail Ahmadi-Moghaddam, capo dei censori: “I film oggi sono lo specchio della società e molte persone notando le differenze di classe potrebbero prendere i coltelli e reclamare i
loro diritti con le persone ricche. Irib [la tv di Stato iraniana] non dovrebbe dunque mostrare tutto quello che la gente non può ottenere”.
Stretto tra divieti e crisi, il popolo dell’Iran si sfoga come può. E’ diventata popolare una vignetta di protesta, raffigurante un pollo che, sotto la spinta dell’inflazione, vola
più in alto degli aerei.
Matteo Clerici




