Barolo di Cavour contro Brunello di Garibaldi. Sfida tra vini patriottici

Barolo di Cavour contro Brunello di Garibaldi. Sfida tra vini patriottici

By Redazione

Nell’Italia unita non c’è spazio per due vini-simbolo. Si può riassumere così la contesa, scoppiata nella cornice dei 150 anni e che contrappone il Barolo di Cavour e il
Brunello di Garibaldi.

Il primo ha origine è sostenitori nelle Langhe piemontesi. La regione ospita il castello di Grinzane, nelle cui vicinanze sorge la vigna appartenuta al conte Camillo Benso Cavour. Fu
proprio il Conte, con la collaborazione dell’enologo Oudart e della Marchesa Juliette Colbert Falletti di Barolo ad iniziare la produzione del rosso che prende il suo nome. Nelle intenzioni
della squadra, il vino piemontese doveva superare le Alpi per sfidare i vini francesi sul loro terreno.

Il Barolo del politico è la miscela prescelta anche da Bruno Ceretto, per 3 anni curatore della vigna coinvolto anche nell’iniziativa “Barolo Letterario”. Ceretto non ha esitazioni:
“L’unico vino che ha le radici nella nostra storia risorgimentale è il Barolo. Ma vi immaginate cosa farebbero i francesi, se potessero vantare una vigna di Napoleone? Il vino di Cavour
deve essere regalato a Obama e agli altri capi di Stato, non può mancare dalle tavole ufficiali delle celebrazioni”.

Lo sfidante arriva da Montalcino e dal produttore Franco Biondi Santi. Per Santi, il “vero” vino nazionale nasce nel 1870, quando Ferruccio Santi, suo antenato e combattente garibaldino, crea
la bevanda, dandogli una notevole longevità. Perciò, per Sandri, il signor Ferruccio “Fu un grande agronomo e un grande patriota. Nel 1866, a soli 17 anni, si unì ai
volontari garibaldini per la campagna del Trentino. E un altro mio antenato, Tullio Santi, fu il primo sindaco di Montalcino dopo l’Unità del 1861. Il Brunello è senza dubbio il
vino giusto per brindare all’italianità”.

La disputa tra le fazioni continua, senza risparmiare colpi bassi e frecciatine.

Ad esempio, i fan del Brunello ricordano come la marchesa Colbert regalò le prime bottiglie a a Carlo Alberto, Re di Sardegna. Un dono simbolico: 325 esemplari, uno per ogni giorno
dell’anno, quaresima esclusa. Allora, pungono gli avversari, un vino così legato alla ex-casa reale non può rappresentare l’Italia repubblicana e post-monarchica.

Matteo Clerici

ATTENZIONE: l’articolo qui riportato è frutto di ricerca ed elaborazione di notizie pubblicate sul web e/o pervenute. L’autore, la redazione e la proprietà, non
necessariamente avallano il pensiero e la validità di quanto pubblicato. Declinando ogni responsabilità su quanto riportato, invitano il lettore a una verifica, presso le fonti
accreditate e/o aventi titolo.

Condividi su:

VISITA LO SHOP ONLINE DI NEWSFOOD