Crescere in uno scenario difficile

By Redazione

Il 2007 è stato un anno difficile, per il settore alimentare, soprattutto sul mercato interno, la produzione ha segnato una stagnazione (-0,8%) inedita per il settore, i prezzi al
consumo ( 5%) hanno superato – altro fattore davvero eccezionale – l’inflazione, generando una contrazione media dei consumi di circa 1,5 punti percentuali in volume.

Il peso dell’alimentare, nel paniere generale degli acquisti degli italiani, resta comunque fermo al 17,7% del totale dei consumi.
D’altra parte, la reazione del settore a questo momento di difficoltà è stata molto netta, in positivo, sui mercati esteri. L’export alimentare è cresciuto del 7%,
attestandosi a 18 miliardi di euro e raggiungendo una percentuale del 16% rispetto al totale fatturato. Si può cominciare a dire che il raggiungimento dell’incidenza media comunitaria
del 18% non è più così lontana.

A saper leggere oltre la patina di stagnazione dei consumi e di oggettiva difficoltà che hanno gli italiani con minore capacità di spesa ad arrivare alla fine del mese, esistono
però dei segnali interessanti – di consumi dinamici e di target emergenti di consumatori – nei quali può essere cercata, e trovata, la ricetta che può aiutare il settore a
confermare il proprio percorso di ripresa.
Non tutti i «carrelli della spesa», infatti sono in flessione: esiste una tendenza alla crescita (del 25% – 30% negli ultimi 4 anni) del carrello dei prodotti «etnici»,
«salute», «pronti» e una buona tenuta di quello «lusso» (piccoli piaceri, come un caffè in cialda o una bottiglia di vino doc e docg?).
Continua a ottenere ottime performance di crescita – potendo contare sul ruolo determinante del 50% di famiglie italiane medio/alto spendenti che generano il 64% dei consumi alimentari
complessivi – soprattutto tutto ciò che evoca il binomio vincente qualità&servizio.
Anche sotto l’impulso di un target «dinamico» e in continua crescita come quello dei single – 6 milioni d’italiani attentissimi al contenuto di servizio e al valore salutistico del
cibo – che in circa 30 anni è cresciuto, sostenendo i consumi, del 300%.
Ma la sorpresa più grande, in fatto nuovi consumatori, arriva dalla scoperta del ruolo insostituibile nella tenuta dei consumi giocato dai 3 milioni di stranieri residenti nel nostro
Paese, che scopriamo ottimi clienti della GDO e convinti sostenitori dei prodotti di marca alimentari.

L’INDUSTRIA ALIMENTARE: I RISULTATI DEL 2007
Il 2007 è stato un anno caratterizzato da fenomeni nuovi e importanti per l’industria alimentare nazionale.
Il primo fatto nuovo è la forte stagnazione del mercato interno. Questa per la verità si era già annunciata con chiari segnali nel triennio precedente, ma nel 2007 si
è trasformata in vera e propria erosione delle vendite in quantità, specie negli ultimi mesi dell’anno. Le vendite alimentari sono cresciute complessivamente del 0,9% in valuta:
una percentuale che non ha coperto il tasso d’inflazione e che significa un arretramento medio in volume prossimo a 1,5 punti percentuali in media d’anno.
Fra i canali di vendita alimentare, ha tenuto meglio, ancora una volta, il segmento della grande distribuzione, con un incremento valutario complessivo del 1,0%, contro il 0,3% delle piccole
superfici.
Il trend dei prezzi è il secondo fatto nuovo emerso nel 2007. I prezzi alimentari al consumo hanno superato il tasso di inflazione, dopo lunghi anni in cui avevano manifestato spiccate
doti calmieratrici, con aumenti costantemente inferiori ad esso.
La media dei prezzi alimentari alla produzione è salita del 9,8%, nel confronto fra febbraio 2008 e febbraio 2007, mentre i prezzi alimentari al consumo dell’alimentare trasformato sono
aumentati del 5% sullo stesso arco di tempo. Tali spinte hanno continuato a lievitare in questi ultimi mesi.
Il peso dell’alimentare sul «paniere della spesa» degli italiani è rimasto comunque largamente minoritario, anche se è salito al 17,7%, rispetto al 16,2% di due anni
prima.
E’ chiaro che il settore si trova in una «stretta», tra scarsa capacità di acquisto e dinamica accentuata dei prezzi. Così la debolezza del mercato, alla luce anche
dell’atteso appiattimento della dinamica di sviluppo del Paese, con un aumento del PIL 2008 del tutto marginale, promette di permanere almeno per tutta la prima metà del 2008.

Tale situazione non poteva non riflettersi sul trend di produzione del settore. E’ questo il terzo «fatto nuovo», emerso nel 2007. L’anno si è chiuso per l’alimentare con una
stagnazione della produzione in termini grezzi (-0,2%) e con un -0,8% su dati corretti a parità di giornate lavorative.
Il mercato alimentare 2007 tuttavia, al di là del quadro generale estremamente fluido e in diffusa erosione, ha fatto emergere qualche spunto interessante.
Si sono posti in controtendenza, infatti, alcuni prodotti in qualche modo «innovativi» (o, se si vuole, «tradizionali evoluti»), come gli «ortaggi di IV e V
gamma», con un aumento in quantità del 2,2%, gli «ortaggi surgelati», con un 1,7%, i «sostituti del pane», col 3,5%, gli «yogurt e dessert»,
col 3,8%.
Anche prodotti «classici», ma con un «delta aggiuntivo» di qualità, sono andati in qualche modo in controtendenza. Come l’olio extravergine di oliva, che ha
segnato un 1,8% in quantità e come i vini Doc e Docg, che sono riusciti a «tenere» in Italia e a crescere all’estero.
Sono dati che devono far riflettere sulle modifiche che stanno subendo i consumi alimentari: alcune fasce di consumatori sono disposte a spendere di più per prodotti con nuovi contenuti
di servizio, qualità e gusto.
I sei milioni di «single» in Italia individuati dall’Istat nell’ultimo Censimento costituiscono un segmento «dinamico» di consumo, in continua crescita. Che abbiamo
voluto esaminare più puntualmente in uno dei capitoli di questo lavoro.
A questa fascia nuova e in crescita occorre aggiungerne un’altra – alla quale abbiamo voluto dedicare un altro capitolo di questo dossier – in forte espansione: quella degli immigrati. Una
fascia – circa 3 milioni di persone – che sta rivelando abitudini alimentari in gran parte simili alle nostre e che, inaspettatamente, dimostra buona conoscenza delle marche e
selettività di acquisto in questo senso.
Insomma, in un clima difficile di contrazione dei consumi e di tensione sul fronte dei prezzi, cominciano a delinearsi dei fenomeni nuovi relativi ad alcune fasce di consumo che si
caratterizzano per la ricerca di nuovi contenuti di servizio, esigenti in fatto di qualità e disposte a spendere per essi.
E’ un segnale importante, che riesce a emergere con chiarezza anche in una fase difficile, che vede l’accelerazione dei discount e dei primi prezzi, mentre i prodotti in promozione superano la
quota del 20% delle referenze in molte catene commerciali.

EXPORT ALIMENTARE: UN 7% CHE FA BEN SPERARE PER IL 2008
L’industria alimentare nel 2007 ha risposto comunque in modo significativo alle difficoltà, dimostrando buona reattività. Essa ha mantenuto un passo espansivo sostenuto
dall’export per tutto l’arco dell’anno, chiudendo con una quota pari a 18 miliardi e un incremento del 7%, quasi uguale a quello dell’anno precedente. Va aggiunto che, al citato aumento in
valuta, ha corrisposto nel 2007 un aumento in quantità dell’export del 3,5%, con una conseguente crescita del valore unitario medio di circa 3,5 punti. Significa che l’export,
diversamente da quanto avvenuto spesso in passato, è stato in molti casi più remunerativo del mercato interno.

L’incidenza del fatturato export su quello complessivo del settore ha toccato il 16%, guadagnando più di mezzo punto rispetto al 15,3% dell’anno precedente. Si può cominciare a
dire che il raggiungimento dell’incidenza media comunitaria del 18% non sembra più così lontano.

Significative le performances 2007 di alcuni comparti. La birra è cresciuta del 37,8%, l’alimentazione animale del 26,7%, il lattiero-caseario del 13,6%, il caffè del 13,7%,
il riso del 13,0%. Ma sono riusciti a registrare dinamiche significative anche comparti già molto export-oriented (quindi dotati, in teoria, di margini inferiori di ulteriore
espansione) come: la pasta ( 10,2%), la trasformazione della frutta ( 12,9%) e degli ortaggi ( 11,1%), le acque minerali e gassose ( 9,1%). In linea col trend generale il comparto leader
dell’export, quello enologico e quello dolciario, che hanno segnato, rispettivamente, un 6,3% e un 6,1%.
A livello di sbocchi-paese, la Germania ha confermato e rafforzato la sua leadership, con un aumento del 5,1% e una quota pari al 18% dell’intero export alimentare. Dopo la stagnazione del
2006, esso ha registrato così un buon recupero. Seguono gli Stati Uniti che, malgrado la svalutazione del dollaro, sono risaliti dai segni negativi fra il -5% e il -10% di inizio anno su
trend quasi stazionari, con un calo limitato al -1,2% e una quota pari al 12,3% dell’intero export di settore. Infine, merita una segnalazione il Regno Unito: un mercato che cammina da anni con
dinamiche premianti. Il 2007 ha visto infatti un tasso di crescita dell’export alimentare oltre Manica del 9,4%, che rafforza il ruolo di terzo sbocco del «food and drink»
nazionale.
Interessanti i tassi di sviluppo di Polonia ( 38,6%) e Russia ( 17,6%). Proprio questa area dell’est europeo sembra essere quella più promettente per il nostro export, anche se
l’incidenza di questi paesi sulla «torta» dell’intero export alimentare nazionale risulta ancora modesta.
Come è modesta l’area asiatica, ad eccezione del Giappone e della Corea. E’ quindi necessario investire in promozione: per questo Federalimentare ha creduto nelle iniziative Cibus
Vinitaly Russia e Cibus Shanghai e guarda con soddisfazione al successo ottenuto con l’aggiudicazione dell’Expo Italiana Universale 2015, anche alla luce del protocollo firmato con il Sindaco
di Milano.

CONSUMI : I «CARRELLI DELLA SPESA» EMERGENTI
Se il consuntivo d’anno e l’andamento dei primi mesi del 2008 rivelano un fenomeno di flessione dei consumi, inclusi quelli alimentari, a fronte di una minore capacità di spesa da parte
degli italiani, risulta interessante, anche per capire meglio gli scenari futuri, quali sono invece i settori più dinamici che sembrano reggere meglio all’impatto e al confronto con la
crisi generalizzata di mercato.

I consumi alimentari domestici vivono una fase di maturità che rende difficili crescite significative, in considerazione di alcuni fenomeni come la progressiva lievitazione dei consumi
extradomestici ( 64% negli ultimi 10 anni), la contrazione percentuale dei consumi determinata dal peso crescente del target anziani (età nella quale si determina una flessione delle
quantità di cibo consumate), un flusso demografico che rende sempre più frequenti saldi vicini alla crescita zero, appena compensati dall’ingresso di nuovi consumatori come gli
immigrati (circa 300-400 mila ogni anno).

D’altra parte l’alimentare sta diventando uno dei comparti di compensazione al quale gli italiani fanno riferimento per trovare le risorse necessarie per rispondere ai nuovi bisogni
(elettronica di consumo, viaggi, ristorante, cura di sé?).
L’abitudine a spendere «un po’ meno per qualcosa» per concedersi «piccoli lussi» (il nuovo modello di televisore ultrapiatto, la vacanza in spa) e assecondare in questo
modo anche mutamenti dei propri stili di vita complessivi, viene resa ancora più frequente in un periodo di contrazione generalizzata dalla capacità di spesa.
I dati dimostrano che circa il 15% delle famiglie che spendono meno della media in generi alimentari, risulta invece al di sopra della media per le spese in abbigliamento e calzature,
arredamento, elettronica e servizi per la casa, tempo libero.

Del resto se il 25% delle famiglie con il più basso reddito – quelle che soffrono di più della generale lievitazione del costo della vita – coprono appena l’11% dei consumi
complessivi, il 50% di quelle con il reddito più alto rende possibile ben il 70% della spesa complessiva delle famiglie.
Questa chiave di lettura, trasposta nel settore alimentare, ci spiega che chi risente di più di una dinamica dei prezzi che dopo molti anni ritornano a crescere più
dell’inflazione, è il 50% degli italiani, che spende meno e genera circa il 36% dei consumi.
Il rimanente 64%, facendo riferimento a target con maggiore capacità di spesa, risente meno di dinamiche di contrazione dei consumi e si comporta, semmai, cambiando e rivedendo le
proprie abitudini.
In questo caso le modifiche riguardano dunque piuttosto le tipologie di beni acquistati, rilevando una certa tendenza del consumatore più «forte» a privilegiare, accanto ai
grandi classici dell’alimentazione mediterranea, i prodotti che rispondono a un’esigenza diffusa di qualità&servizio, favorendo l’ottimizzazione dei tempi di preparazione dei pasti
senza incidere sul gusto e sulla qualità – anche dal punto di vista delle tendenza salutiste oggi dominanti – di quello che mangiamo.

Se guardiamo ai primi 10 prodotti con le migliori performance all’interno della GDO nella prima metà dello scorso anno, troviamo alimenti che rispondono proprio a queste caratteristiche:
le specialità surgelate salate già pronte ( 27,3% in un anno), le merendine fresche ( 15,8%), i dessert pronti ( 13,1%), i gelati ( 12,9%), i piatti pronti freschi (10,6%), gli
yogurt ( 9,7%), i prodotti dietetici ( 7,7%), la birra ( 6,7%) l’olio di oliva ( 6,3%) e i salumi ( 4,8%).
«Pronto e fresco – commenta il rapporto Coop 2007 – sembrano gli aggettivi vincenti di questa graduatoria? mentre fra le categorie di prodotti con maggiore crescita vi sono anche quelli
legati alla tematica della salute, come yogurt e prodotti dietetici, dove i ritmi di crescita si assestano intorno al 10%. In particolare, nella categoria dei dietetici è compresa una
moltitudine di prodotti: bevande alla soia e altri prodotti a base di soia, la lecitina, le crusche, le fibre, i lieviti, il gingseng, la propoli, la pappa reale e il polline, i dolcificanti,
gli integratori alimentari».

Anche sul medio periodo – dal 2003 al 2006 – vediamo performance eccezionali soprattutto da parte degli elaborati pronti da cucinare ( 131%), delle basi dolci e salate ( 90%) dei sughi e
condimenti pronti freschi ( 26,8%), della pasta all’uovo fresca (38,5%), della pasta di semola fresca ( 41,8%), pasta ripiena fresca ( 19,2%) e degli gnocchi ( 11,8%)
Notevoli anche i risultati da parte della gastronomia fresca ( 46,4%), dei salumi, soprattutto in busta ( 36,4%), dei derivati del latte ( 23,8%), degli snack salati ( 18,9%), dei piatti pronti
freschi ( 14,4%), dei prodotti da forno, cereali e biscotti per la prima colazione (13,9%), dei surgelati ( 13,7%), dei cibi per l’infanzia ( 11,5%), dei dolci da ricorrenza ( 11,3%) e dei
prodotti dolci in genere (9,7%).
Sul fronte delle curiosità: prendono sempre più piede le cialde per le macchine espresso da casa, il tè verde, il karkadè e alcuni alimenti esotici (particolari
tipologie di riso, cous cous, salse orientali e messicane), legati a un misto di tendenze salutiste e maggiore curiosità per le cucine del mondo da parte degli italiani, ma anche a una
maggiore presenza di cittadini immigrati nel nostro Paese.

In conclusione, le ultime tendenze relative ai consumi alimentari nella GDO sembrano potersi riassumere in 4 tipologie di «carrello della spesa» che vanno per la maggiore: il
«carrello pronto», che comprende tutto ciò che aiuta il consumatore a risparmiare tempo senza sacrificare il gusto; il «carrello salute», dove dominano i prodotti
dietetici, quelli arricchiti di nutrienti o vitamine, ma anche la pasta integrale, il tè verde, le crusche; il «carrello lusso», caratterizzato da piccoli sfizi come il
caffè in cialde, vini pregiati, champagne, aceto balsamico ecc?; per finire con il «carrello etnico», dove troviamo tutto ciò che profuma di esotismo e cucine del
mondo.
Il carrello più dinamico risulta essere quello etnico ( 36% in 4 anni), seguito dal carrello salute ( 33%), tallonati dal carrello pronto ( 30%) e da quello lusso ( 25%).

Se dai prodotti passiamo ai target dei nuovi consumatori, ci accorgiamo che dietro al successo di un certo tipo di alimenti c’è la loro capacità di rispondere ai bisogni dei circa
9 milioni di consumatori, tra single e immigrati, che risultano avere un peso crescente nell’evoluzione e nella crescita dei consumi alimentari nel nostro Paese.

SINGLE: ALLA RICERCA DEL BINOMIO QUALITÀ&SERVIZIO
Si fa presto a dire single. Oramai all’interno di questo target crescente di consumatori «dinamici» – parliamo di 6 milioni di persone/famiglie, pari al 26% del totale – esiste una
serie di differenze e sfumature che diventa inevitabile studiare se si vuole comprendere il loro peso, oggi e domani, nell’evoluzione dei consumi, anche alimentari, nel nostro Paese.
Intanto va chiarito che parliamo di una fetta rilevante – il 12,4% della popolazione adulta italiana. Negli anni Settanta i single erano circa 2 milioni; diventati 4 milioni negli anni Novanta;
5,4 milioni nel 2001; 5,6 nel 2004 e circa 6 milioni nel 2007.
In 30 anni la loro crescita, esponenziale, è stata dunque di circa il 300%.

Le regioni con una maggiore incidenza dei single rispetto al totale della popolazione, sono, nell’ordine: la Liguria (35,6%), la Val d’Aosta (34,5%), il Friuli Venezia Giulia (30,9%), il Lazio
(30,8%), il Piemonte (29,3%), il Trentino Alto Adige (28,6%), l’Emilia Romagna (27,7%) e la Lombardia (27,5).
Quattro single su 10 sono uomini, di conseguenza la maggioranza, 6 su 10, sono donne.
Il 37% dei single è celibe o nubile, il 18% risulta separato e il 44% è vedovo/a.

Un single su 4 (26,7%) ha meno di 45 anni: parliamo di circa 1 milione e 600 mila persone, con netta prevalenza maschile (44% del totale, contro il 16% delle donne).
Uno su 5 (1 milione e 300 mila persone) ha tra i 45 e 64 anni, con un maggior equilibrio tra la componente maschile (27%) e femminile (18,5%).
Un po’ più della metà (circa 3 milioni) sono invece over 65: e qui la presenza delle donne (65,5% contro 28,7%) è davvero schiacciante. Il maggior numero di anziani soli
vive al Sud, sia per quanto riguarda i maschi (35%) sia per le donne (69,5%).

Il single in media spende 1.614 euro al mese, scontando una diseconomia di scala pari a circa il 40-60% in più (visto che chi vive in coppia spende circa 1.200 euro a testa, ma le
famiglie di tre-quattro persone scendono a 900/1.000 euro a testa).
Per cibo e bevande chi vive da solo spende circa 3.600 euro l’anno: pari a 300 euro al mese (contro i 225 euro di chi vive in coppia e i 150-170 euro di chi vive in famiglie di 4 o 3
persone).
Questo, ovviamente, in media. Ma come abbiamo visto all’interno della categoria dei single esistono almeno tre sottocategorie: i più giovani (under 35) spendono in cibo e bevande 290
euro (15% della loro spesa media mensile, pari a 1913 euro); le persone di età compresa tra i 35 e i 64 anni arrivano invece a circa 315 euro (16,3% di 1929 euro), mentre gli anziani,
pur investendo ben il 21,9% del proprio budget in questo ambito, vista la minore capacità di spesa (1328 euro al mese) destinano al cibo più o meno la stessa cifra dei single
più giovani (290 euro).

Dando un’occhiata alla loro borsa della spesa ci accorgiamo che i circa 300 euro al mese spesi per i generi alimentari consumati in casa (esclusi bar e ristoranti) sono così ripartiti:
la maggior voce di spesa è relativa alla carne (63 euro), seguono la frutta e verdura (59 euro), pane e cereali (inclusi prodotti per la prima colazione), che pesano nell’economia per 50
euro al mese, e latte formaggi e uova (40 euro).
Circa 27 euro vengono destinati alle bevande, 24 euro al pesce, 23 euro a zucchero, caffè, te e tisane e 13 euro a olio e grassi.

Ancora più nello specifico, i single risultano grandi consumatori di cibi pronti e surgelati, prediligendo le confezioni monodose (fonte di risparmio anche perché consentono di
evitare sprechi).
Una recente ricerca della Camera di Commercio di Milano – città nella quale i single, quasi 333 mila, superano il numero delle famiglie (245 mila) – parla di un incremento di circa il
200% in 6 anni di tutte quelle attività commerciali/prodotti (gastronomie, rosticcerie, take away, prodotti surgelati o in confezione monodose) che fanno riferimento ai consumi dei
single.
Nello stesso arco di tempo questa ricerca segnala – sempre riferendosi ai consumi dei single a Milano – le performance di birra ( 59%), condimenti, spezie e salse ( 16,7%), caffè,
tè e infusi ( 15,8%), frutta e ortaggi conservati ( 200%)

Dati confermati, a livello nazionale, da recenti stime della Coldiretti riferite ai consumi delle verdure di Quarta gamma (già pronte in confezione), che oramai coprono il 7,9% dei
consumi totali di ortaggi freschi e non a caso sono state inserite nel paniere Istat.
Soprattutto sotto la spinta della fedeltà dei single, nel 2007 questi prodotti hanno raggiunto i 40 milioni di chilogrammi l’anno, per un fatturato di 350 milioni di euro, registrando un
4,2% rispetto al 2006, mentre cala (-2,6%) il consumo di verdura non confezionata.
Le più richieste sono le insalate miste o tenere, seguite da carote e pomodorini, mentre cominciano ad affacciarsi nella GDO anche vaschette di frutta già sbucciata e pronta
all’uso.

Sempre all’insegna della filosofia che occorre risparmiare tempo (i single sono molto impegnati su lavoro&carriera) mentre c’è disponibilità a investire in prodotti che
coniugando qualità & servizio, i single sostengono e accompagnano il successo di una serie di prodotti in ascesa nel paniere dei consumi alimentari degli italiani: tutti i piatti
pronti (in particolare i primi monoporzione) che si possono riscaldare al microonde, i sughi monoporzione, i salumi già affettati in vaschetta (ora arrivano sul mercato anche i pack da
50 grammi di salame per il panino o lo snack del single), gli yogurt in confezione singola, i prodotti salutari (biscotti a basso contenuto di grassi, cereali per la prima colazione ecc?),
affettati di tacchino in vaschetta a basso contenuto di grassi, confezioni da appena 50 grammi di formaggio grattugiato (per la pasta espressa), i cubetti di pancetta, cotto e speck, utili per
inventarsi un primo veloce in 5 minuti, le confezioni da 2 o 4 uova, la macedonia pronta, il sushi da 100 grammi per una cena raffinata, da single, le confezioni di carpaccio con rucola
monodose, gli spiedini pronti a cuocere per un barbecue?

IMMIGRATI: ATTENTI ALLA MARCA E FEDELI ALLA GDO
Gli stranieri regolarizzati residenti in Italia – secondo gli ultimi dati dell’Istat riferiti al 1 gennaio 2007 – ammontano a circa 3 milioni. Con una crescita annua – tra nuovi arrivi e saldo
nascite morti – di circa 300/400 mila unità.
Che significa, detto in un altro modo: 300/400 mila nuovi consumatori l’anno.
Una progressione destinata a crescere ulteriormente, se è vero che il tasso di natalità è più che doppio (20,6 x mille, contro l’8,9 x mille degli italiani) rispetto
al nostro, mentre il tasso di mortalità (1,2 x mille) risulta 8 volte inferiore a quello italiano (9,9 x mille).
In soli 4 anni il numero degli immigrati che vivono nel nostro Paese è letteralmente raddoppiato, passando da 1,5 milioni agli attuali 2,9 milioni.
Quattro stranieri su dieci provengono da Paesi (soprattutto Albania, Romania, Ucraina) dell’Europa Centro Orientale, mentre 3 su 10 arrivano dall’Africa (Marocco e Tunisia in primis) e 2 su 10
dall’Asia (Cina, Filippine ecc?)

Non stupisce, di fronte a questi numeri – parliamo del 5% della popolazione complessiva del nostro Paese – che si guardi a questo target con grande interesse anche relativamente alla crescita
dei consumi alimentari.
L’età media degli stranieri residenti in Italia è molto bassa: 35 anni. Si tratta spesso di single (38% del totale non è sposato, ma il 5% risulta separato/divorziato), con
una leggera prevalenza degli uomini sulle donne.
L’impiego non è sempre, come si potrebbe pensare, di livello molto basso. Se il 38% del totale lavora come operaio, portinaio, colf/badante, manovale, esiste una fascia, neppure troppo
esigua (parliamo del 14%) di persone che lavorano come artigiani, commercianti, liberi professionisti, dirigenti o addirittura imprenditori.

Due su tre vivono in affitto, spendendo cifre che variano (66% dei casi) tra 300 e 1.000 euro al mese. Uno su tre possiede un’automobile, che molto spesso è di grossa cilindrata
(superiore a 1500 cc). La metà ha un conto corrente bancario e 4 su 10 utilizzano una carta di credito. Per non parlare del cellulare, che è un must per il 90% degli
immigrati?
La spesa media procapite ammonta a circa 280 euro al mese, ma si arriva anche (circa il 20% del totale) a 400 e addirittura a 800 euro a testa.

Insomma, si tratta di consumatori «adulti» a tutti gli effetti, che anche in campo alimentare si comportano ricalcando abitudini ed esigenze dei nostri connazionali.
A partire dalla preferenza per la GDO e dalla fedeltà alla marca. Quando acquistano biscotti, merendine, pasta e caffè pescano dagli scaffali dei supermercati (dove 8 su 10 vanno
regolarmente a fare la spesa, anche più volte la settimana), si comportano esattamente come gli italiani. Acquistando i brand più noti e quelli che più investono in
pubblicità, soprattutto televisiva.
I clienti stranieri della GDO sono un po’ più donne (84%) di età compresa tra i 25 e i 44 anni, mentre i più fedeli al supermercato sono gli immigrati africani, rumeni e
sudamericani.
Se la prima catena per frequenza di utilizzo è la Lidl (30%), seguono immediatamente – con percentuali da il 25% e il 15% – tutte le altre grandi realtà (Coop, Auchan, Carrefour,
GS, Esselunga, Conad) non hard discount, a ulteriore dimostrazione del fatto che si tratta di un consumatore esigente che non rinuncia alla marca e cerca la qualità.

Gli acquisti alimentari, con un occhio al salutismo e uno alla tradizione mediterranea, coprono soprattutto, in ordine di frequenza di consumo, 3 gruppi principali di alimenti. Nel primo (80%
circa di penetrazione) figurano riso, latte, pasta e caffè. Nel secondo – intorno al 70% di penetrazione – troviamo tonno in scatola, bibite gassate e biscotti. Nell’ultimo – 40/50% di
penetrazione – merendine, snack, surgelati, birra, sughi pronti e cereali per la prima colazione.
Solo quando acquistano il cous cous abbandonano l’italianità e fanno riferimento a marche del loro Paese di provenienza?
Un «carrello» che mette insieme un misto di tradizionale, pronto, salutista ed etnico, in perfetta sintonia con le tendenze in atto nella GDO.
Il 76% frequenta ristoranti e pizzerie, in genere una volta al mese ma anche (15% dei casi) tutte le settimane.

Ancora un ultimo dato per comprendere la rilevanza e la dinamicità di questo target di consumatori. Nel 2006 i consumi sul territorio italiano sono cresciuti per un importo pari a 37
miliardi di euro.
Di questi, 28 fanno riferimento a maggiori consumi di cittadini italiani, ben 7 miliardi di euro, però, fanno capo all’incremento dei consumi dovuto ai circa 380 mila nuovi consumatori
(la quasi totalità costituita da immigrati) arrivati sul mercato e 2 miliardi di euro ai turisti in transito nel nostro Paese.
Il che significa che un quarto dell’incremento complessivo dei consumi su base annua è stato reso possibile facendo riferimento alla capacità di spesa dei cittadini stranieri,
residenti in Italia o turisti.
Un dato sul quale anche il settore alimentare farebbe bene a riflettere.

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