Punto e Virgola sotto l’ombrellone d’Agosto: dieci riflessioni di Giampietro Comolli
10 Settembre 2026
Dal turismo al vino, dai legumi alla cucina domestica, dall’Aceto Balsamico all’Oltrepò Pavese fino ai vitigni PIWI: raccogliamo e aggiorniamo dieci riflessioni scritte da Giampietro Comolli durante il mese di agosto.
Queste dieci riflessioni scritte sotto l’ombrellone hanno un elemento comune: non possiamo affrontare i cambiamenti di oggi continuando semplicemente a finanziare, regolamentare e comunicare i modelli di ieri.
Newsfood.com, 10 settembre 2026
Nota di Newsfood
I testi che seguono sono stati scritti da Giampietro Comolli nel corso dell’agosto 2026 e vengono pubblicati oggi riuniti in un unico articolo.
Abbiamo volutamente conservato il carattere di appunti e riflessioni “sotto l’ombrellone”, intervenendo soltanto sulla forma, eliminando ripetizioni e aggiornando alcuni dati che, nel frattempo, sono cambiati o sono stati resi disponibili da fonti ufficiali. Opinioni, giudizi e proposte restano naturalmente dell’autore.
Punto e Virgola sotto l’ombrellone d’Agosto:
dieci riflessioni di Giampietro Comolli
1 – Turismo verso il 2030: dalle DMO alle destinazioni che diventano brand
L’Italia possiede quasi tutto ciò che un grande Paese turistico potrebbe desiderare: coste, montagne, laghi, città d’arte, piccoli borghi, patrimonio storico, cultura, gastronomia e paesaggi diversissimi concentrati in pochi chilometri.
Eppure possedere attrazioni non significa automaticamente saper governare il turismo.
La crescita dei flussi dopo la pandemia sta facendo emergere una questione nuova: non conta più soltanto quanti turisti arrivano, ma come, quando e dove arrivano.
In alcune destinazioni europee la pressione è ormai enorme. I dati Eurostat mostrano territori insulari e costieri nei quali si superano addirittura i 100 pernottamenti turistici annui per residente.
Qui nasce il problema dell’overtourism.
Il residente può continuare a sopportare affitti più elevati, congestione, aumento dei prezzi e trasformazione dei servizi locali? E il turista continuerà ad accettare ticket, limitazioni e sovraffollamento?
La tradizionale DMO – Destination Management Organization – deve quindi evolvere.
Io preferisco parlare sempre più di DMB, Destination Management & Brand: non soltanto organizzare una destinazione, ma darle un’identità riconoscibile e distribuire l’attrattività nel tempo e nello spazio.
Il turista di domani non cerca necessariamente quindici giorni nello stesso albergo con ombrellone e sdraio.
Cerca esperienze più brevi, intense, personalizzabili, all’aria aperta, modificabili anche all’ultimo momento. Cerca la “chicca” del territorio.
La destinazione non deve semplicemente attirare più persone. Deve attirarle meglio.
2 – Pacchetto Vino UE: un passo avanti, ma non basta
Il nuovo quadro europeo per il settore vitivinicolo rappresenta un passo importante.
L’Unione europea ha introdotto misure per riequilibrare domanda e offerta, aumentare la flessibilità degli impianti, affrontare gli effetti del cambiamento climatico, semplificare alcune regole di etichettatura e rispondere ai nuovi comportamenti dei consumatori.
Bene.
Ma non confondiamo un passo avanti con la soluzione definitiva.
Il problema del vino europeo non nasce soltanto dalla promozione. Nasce anche in vigna, nelle rese, nelle superfici, nei costi e nella distanza crescente fra quanto produciamo e quanto il mercato è disposto ad assorbire.
Nel 2025 l’export italiano è sceso del 3,7% a valore e dell’1,9% a volume. Nei primi quattro mesi del 2026 il valore ha segnato un ulteriore -6,8%.
Sono numeri che impongono di guardare oltre l’OCM.
Servono strumenti più semplici, capacità di intervenire sulle crisi produttive, innovazione, assicurazioni efficaci e maggiore responsabilità per Consorzi e organizzazioni di filiera.
Il Pacchetto Vino è utile.
Ma senza un Pacchetto Vite rischiamo ancora una volta di intervenire sul prodotto quando il problema comincia molto prima.
3 – Il vino italiano ha davvero smesso di far valere le proprie ragioni?
Ogni tanto qualcuno scopre improvvisamente che il vino italiano avrebbe perso capacità di farsi ascoltare.
Ma chi rappresenta da anni il settore dovrebbe anche domandarsi: chi avrebbe dovuto farlo ascoltare?
Federazioni, associazioni, Consorzi, organizzazioni professionali e organismi tecnici hanno avuto e hanno responsabilità precise.
Nel frattempo una parte del vino italiano continua a funzionare.
Gli spumanti nel 2025 hanno superato 1 miliardo di bottiglie prodotte e commercializzate, con circa sette bottiglie su dieci destinate ai mercati esteri.
Il problema è che questa performance non fotografa l’intero vino italiano. Rossi fermi e altre tipologie incontrano difficoltà ben maggiori.
Serve quindi una nuova generazione di dirigenti e tecnici con esperienze diverse: mercato, diritto, agronomia, economia, pubblica amministrazione e lingue straniere.
Quando contribuimmo a rilanciare Federdoc alla fine degli anni Ottanta, il confronto fra direttori e istituzioni era continuo.
Oggi la domanda è semplice:
dove sono i nuovi dirigenti capaci di costruire la strategia del vino italiano dei prossimi vent’anni?
4 – Legumi: salute, agricoltura e una possibilità per le aree interne
Sono sempre stato un difensore della montagna e delle aree agricole svantaggiate.
L’abbandono delle imprese agricole non significa soltanto perdere produzione.
Significa perdere persone che presidiano il territorio.
E allora perché non guardare anche ai legumi?
Lenticchie, ceci, fagioli e piselli hanno un interesse alimentare evidente e, grazie alla capacità delle leguminose di fissare azoto, possono avere un ruolo importante nelle rotazioni e nella fertilità dei terreni.
La FAO dedica da anni il 10 febbraio alla Giornata mondiale dei legumi proprio per sottolinearne il contributo alla nutrizione e ai sistemi alimentari sostenibili.
L’Italia importa quantità rilevanti di legumi.
Perché una parte di questa domanda non potrebbe essere soddisfatta recuperando terreni nelle aree interne e montane?
Servirebbero cooperative, meccanizzazione, acqua, assistenza tecnica e contratti capaci di garantire uno sbocco economico.
Non basta distribuire contributi.
Bisogna creare imprese che possano continuare a vivere anche quando il contributo finisce.
5 – Draghi, Lagarde e un’Europa che deve tornare a produrre
Anche Zibibbo, Grana Padano, Amarone e Barolo dipendono dalla macroeconomia.
Tassi, cambio, energia, materie prime e geopolitica arrivano prima o poi dentro la cantina, la stalla e il supermercato.
La BCE deve naturalmente perseguire la stabilità dei prezzi. Ma l’Europa deve contemporaneamente chiedersi come finanziare gli investimenti necessari per tornare competitiva.
Mario Draghi ha descritto con grande chiarezza molti dei ritardi europei: produttività, energia, innovazione, dimensione delle imprese e dipendenza tecnologica.
La diagnosi ormai è conosciuta.
Il problema è la terapia.
L’Europa non può pensare di affrontare Stati Uniti e Cina soltanto attraverso norme e politica monetaria.
Deve tornare a produrre, investire e costruire asset strategici propri.
E questo vale anche per agricoltura e agroalimentare.
6 – La campagna istituzionale sul vino: chi misurerà i risultati?
Promuovere la cultura del vino è giusto.
Ma una campagna finanziata con risorse pubbliche deve poter rispondere a una domanda semplicissima:
ha funzionato?
Il problema non è soltanto scegliere uno slogan efficace.
Il consumo e soprattutto il rapporto delle nuove generazioni con il vino sono cambiati. Parlare a un ventenne attraverso gli stessi mezzi e lo stesso linguaggio utilizzati per un sessantenne difficilmente può produrre gli stessi risultati.
Servono contatto diretto, cultura, formazione, territorio, università, luoghi di aggregazione e soprattutto i canali digitali realmente frequentati dai giovani.
E serve una valutazione indipendente.
Audience raggiunta, fasce di età, comprensione del messaggio, cambiamento nella conoscenza e, dove misurabile, comportamento di acquisto.
La comunicazione istituzionale non deve dimostrare di essere stata fatta. Deve dimostrare di essere servita.
7 – Gli italiani tornano ai fornelli
Qualcosa sta cambiando anche dentro casa.
Le ricerche Coop-Nomisma mostrano una crescente centralità della cucina domestica. Per il 2026 sette italiani su dieci prevedono di mantenere stabile la spesa alimentare domestica e uno su cinque pensa addirittura di aumentarla.
Crescono l’attenzione a semplicità, salute e prodotti percepiti come meno elaborati.
Parallelamente resta forte la ricerca della convenienza: promozioni e marche del distributore hanno assunto un ruolo sempre maggiore.
Non è una contraddizione.
Il consumatore cerca contemporaneamente prezzo, controllo e gratificazione.
Preparare pizza, pane, dolci o ricette tradizionali significa anche riappropriarsi del cibo.
Dopo anni trascorsi a guardare chef cucinare in televisione, forse qualcuno ha deciso di spegnere lo schermo e accendere il forno.
Non mi sembra una cattiva notizia.
8 – Aceto Balsamico Tradizionale: vendere meno? No, vendere meglio
L’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP rappresenta un interessante modello di valorizzazione.
Non soltanto prodotto.
Territorio, acetaie, tempo, famiglie, cultura e turismo.
Il Consorzio ha costruito strumenti che consentono al visitatore di conoscere direttamente le acetaie e il territorio. E persino il contenitore è diventato identità: la bottiglietta da 100 ml disegnata da Giorgetto Giugiaro nel 1987 è utilizzata per il prodotto certificato.
È una lezione interessante anche per altri Consorzi.
Il digitale è utile, ma il contatto diretto fra produttore e consumatore rimane potentissimo.
Visitare un’acetaia permette di capire perché un prodotto che richiede almeno 12 anni di invecchiamento — 25 per l’Extravecchio — non possa essere valutato soltanto confrontando il prezzo sullo scaffale.
La strategia non deve necessariamente essere:
vendere di più.
Può essere:
vendere meglio, a chi comprende il valore.
9 – Oltrepò Pavese: salvare il territorio prima delle strutture
L’Oltrepò Pavese possiede vitigni, storia e condizioni pedoclimatiche che molti territori vorrebbero avere.
Eppure da anni fatica a trasformare questo patrimonio in un’identità economica altrettanto forte.
Le difficoltà di Terre d’Oltrepò hanno reso ancora più evidente un problema che non riguarda soltanto una cantina.
Riguarda viticoltori, cooperative, Consorzio, denominazioni e futuro dell’intero territorio.
La magistratura stabilirà eventuali responsabilità. Alla politica e al mondo produttivo spetta un altro compito:
decidere che cosa salvare e per quale progetto futuro.
Salvare una struttura senza cambiare il modello che l’ha portata in difficoltà serve a poco.
Il Pinot Nero, la Barbera, la Croatina e le altre varietà dell’Oltrepò hanno ancora enormi potenzialità.
Ma forse è arrivato il momento di chiedersi se quantità, concentrazione e peso dei grandi operatori siano ancora gli unici parametri con cui governare una denominazione.
Prima di salvare muri e bilanci bisogna salvare vigneti, viticoltori e valore delle uve.
10 – PIWI: miracolo, moda o uno degli strumenti del futuro?
Il clima cambia e la vite cambia con lui.
Siccità prolungate, temperature elevate ed eventi estremi stanno modificando le condizioni nelle quali abbiamo costruito molti dei nostri modelli viticoli.
Le varietà resistenti alle malattie fungine — comunemente indicate come PIWI — rappresentano una delle possibili risposte.
Possono contribuire a ridurre il numero dei trattamenti e quindi costi, passaggi dei mezzi in vigneto e pressione ambientale.
Ma attenzione.
I PIWI non sono una bacchetta magica.
Un vino nasce dall’interazione fra vitigno, suolo, clima, tecniche agronomiche e processo produttivo.
E per le denominazioni entra in gioco anche un’altra questione decisiva: le regole dei disciplinari e l’ammissione delle varietà utilizzabili.
La ricerca genetica può correre molto più velocemente della normativa.
Per questo occorre una strategia nazionale che coinvolga ricerca, vivai, Regioni, Ministero, produttori e Consorzi.
La domanda non deve essere semplicemente “PIWI sì o PIWI no?”.
La domanda corretta è:
quali varietà, in quali territori, per quali vini e con quali garanzie di identità e qualità?
Questa è innovazione. Il resto rischia di essere soltanto moda.
Dieci articoli, un unico filo conduttore
Turismo, vino, agricoltura, alimentazione, Europa, territori.
Sembrano argomenti diversi.
In realtà queste dieci riflessioni scritte sotto l’ombrellone hanno un elemento comune: non possiamo affrontare i cambiamenti di oggi continuando semplicemente a finanziare, regolamentare e comunicare i modelli di ieri.
Il turismo deve governare i flussi.
Il vino deve tornare a interrogarsi sulla produzione.
L’agricoltura deve garantire reddito.
Le denominazioni devono creare valore.
L’Europa deve recuperare capacità strategica.
E le risorse pubbliche devono produrre risultati misurabili.
Forse agosto serve anche a questo.
A stare qualche ora sotto l’ombrellone e domandarsi, con un Punto e Virgola, se al ritorno dalle vacanze possiamo ricominciare facendo qualcosa in modo diverso.
Giampietro Comolli

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli
Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.
Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici
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