Crisi Vino italiano: prima un Pacchetto Vite, poi il Pacchetto Vino by Comolli

Crisi Vino italiano: prima un Pacchetto Vite, poi il Pacchetto Vino by Comolli

By Giuseppe

Mercati, consumi e giacenze lanciano segnali che non possono più essere ignorati.

Giampietro Comolli: prima di sostenere il vino bisogna ripensare vigneti, territori e produzione con una strategia di lungo periodo.

 
Newsfood.com, 2 settembre 2026

Crisi Vino italiano: prima un Pacchetto Vite, poi il Pacchetto Vino

Mercati, consumi e giacenze lanciano segnali che non possono più essere ignorati. Prima di sostenere il vino bisogna ripensare vigneti, territori e produzione con una strategia di lungo periodo.

di Giampietro Comolli

Il consumatore resta l’ago della bilancia

I mercati non mentono. O, come preferisco dire, il consumatore è sempre l’ago della bilancia fra domanda e offerta.

Vale per il vino, ma vale per tutti i prodotti, alimentari e non. Il successo di un prodotto, oggi ancora più di ieri, dipende dalla capacità di incontrare bisogni, desideri, occasioni di consumo e disponibilità economiche.

Possiamo distinguere Millennials, Generazione Z, uomini, donne, consumatori benestanti o famiglie alle prese con bilanci sempre più difficili. Possiamo studiare le abitudini delle generazioni più mature, certamente più legate al consumo tradizionale.

Alla fine, però, è il consumatore che compra oppure non compra.

Il mercato è il risultato di molti fattori. Il consumatore è quello che alla fine emette il verdetto.

Il vino italiano deve guardare i numeri

I segnali del 2026 impongono prudenza. Il settore arriva da un 2025 già difficile sui mercati esteri e nei primi mesi dell’anno sono proseguite le difficoltà, in particolare su alcune piazze extraeuropee.

Anche le giacenze meritano attenzione.

Secondo Cantina Italia dell’ICQRF, al 31 luglio 2026 nelle cantine italiane risultavano 42,6 milioni di ettolitri di vino, circa il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E intanto è iniziata la vendemmia 2026.

Non significa che si possano semplicemente sommare le giacenze alla nuova produzione e parlare automaticamente di 80 milioni di ettolitri “invenduti”: una parte del vino esce continuamente dalle cantine, viene imbottigliata, esportata o consumata.

Ma il segnale resta evidente.

Se entra nuova produzione mentre gli stock sono ancora elevati e la domanda rallenta, il problema dell’equilibrio fra offerta e mercato non può più essere rinviato.

Occorre una sveglia.

Spritz, birra, acqua: il vino non è più solo al tavolo

Anche l’osservazione quotidiana racconta qualcosa.

Recentemente ero seduto in uno dei classici Café-Bistrot parigini, a Saint-Germain-des-Prés, davanti al Pont des Arts e alla Senna. Zona turistica, certo, ma frequentata anche da residenti.

Guardavo i tavolini.

Una presenza sorprendente di Spritz, qualche cocktail tradizionale, birra, acqua. Molto meno protagoniste, almeno in quel momento, le grandi bollicine francesi.

Non è una statistica e non pretende di esserlo. È semplicemente una fotografia.

Ma certe fotografie aiutano a capire come stanno cambiando le occasioni di consumo.

Il vino non compete più soltanto con un altro vino. Compete con cocktail, birra, bevande analcoliche e soprattutto con nuovi stili di vita.

Frescobaldi apre agli estirpi. Qualcosa sta cambiando

Finalmente qualcosa si muove.

Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, ha aperto alla possibilità dell’estirpo selettivo dei vigneti, purché accompagnato da alternative e non trasformato in un intervento indiscriminato.

È un cambiamento significativo.

Ancora nel giugno 2026 UIV escludeva piani generalizzati di estirpo, puntando su contenimento delle rese, stop temporaneo alle nuove autorizzazioni all’impianto, revisione dei disciplinari e un piano strategico nazionale.

Oggi la discussione è andata oltre.

Ben venga.

Ma bisogna stabilire quali vigneti, quali territori, quali produzioni e con quali obiettivi.

Prima il Pacchetto Vite

Da tempo sostengo che prima di un nuovo “Pacchetto Vino” serva un vero Piano Nazionale Viticolo.

Chiamiamolo, se vogliamo, Pacchetto Vite.

Occorre partire dai vigneti che non alimentano DOCG o DOC, dalle superfici da anni non rivendicate, dagli impianti meno specializzati e dalle aree nelle quali produzione, condizioni ambientali e mercato mostrano ormai evidenti squilibri.

Ma attenzione: estirpare non può significare semplicemente pagare qualcuno per smettere di produrre.

Bisogna salvaguardare il viticoltore e offrirgli alternative.

Conversioni varietali, innesti, vitigni più resistenti e resilienti, ristrutturazione degli impianti, diversificazione agricola e, dove le norme lo consentono, ricollocazione della produzione all’interno di una strategia territoriale.

Anche il nuovo quadro europeo va in questa direzione: contempla riconversione varietale, adattamento climatico e rilocalizzazione dei vigneti, ma pone precise condizioni agli aiuti per l’estirpo definitivo.

Non tutte le vigne devono necessariamente restare vigne

C’è poi un tabù da superare.

Un terreno oggi coltivato a vite non deve necessariamente esserlo per sempre.

Il cambiamento climatico sta modificando temperature, disponibilità idrica e vocazione agricola di interi territori. Alcune aree potrebbero essere destinate ad altre colture; altre, comprese zone più elevate, potrebbero diventare interessanti per una nuova viticoltura.

Mango, papaia, datteri, guava, angurie, meloni o altre colture compatibili con terreno e clima non devono essere considerate provocazioni.

Sono esempi di una domanda molto concreta: che cosa potrà e dovrà produrre l’agricoltura italiana nei prossimi trent’anni?

Non possiamo rispondere guardando soltanto ciò che abbiamo coltivato negli ultimi trenta.

Pacchetto Vite e Pacchetto Vino: distinti, ma a braccetto

Servono quindi due strumenti.

Un Pacchetto Vite, dedicato alla produzione agricola: superfici, territori, rese, varietà, clima, acqua, riconversioni e futuro delle aziende viticole.

E un Pacchetto Vino, dedicato al prodotto e al mercato: denominazioni, giacenze, promozione, export, nuovi consumatori, distribuzione, prezzi e competitività.

Devono essere distinti, ma andare a braccetto.

E soprattutto devono nascere da una strategia di lungo periodo.

Cinque anni non bastano. Dieci probabilmente neppure.

La viticoltura ragiona per generazioni. Occorre quindi avere il coraggio di immaginare il vigneto Italia fra 30 o 40 anni.

Se produco 100 e vendo 50, il problema esiste

Partiamo da una banalità che forse abbiamo dimenticato.

Se produco 100 e il mercato ne assorbe 50, posso fare tutta la promozione che voglio, ma prima o poi devo chiedermi perché gli altri 50 non trovino un compratore.

Ridurre il prezzo allo scaffale o nella ristorazione può aiutare in alcune situazioni. Esplorare il mondo dei vini a basso o nullo contenuto alcolico può aprire nuove opportunità.

Ma nessuna di queste strade, da sola, risolve uno squilibrio strutturale.

E attenzione a pensare che il “no-alcol” possa essere la soluzione universale: per molte DOCG e DOC il valore è strettamente legato a storia, territorio, vitigno, metodo produttivo e identità.

Prima del prodotto bisogna quindi pensare alla terra.

Alla coltivazione.

Ai territori.

Alle imprese.

E alle generazioni che dovranno continuare a vivere di viticoltura.

Chi avrà il coraggio di decidere?

Qualcuno dovrà inevitabilmente fare qualche passo indietro.

E serviranno più controlli a monte.

Qui torna una domanda che ho già posto parlando del futuro dei Consorzi di tutela.

Sono in grado di assumersi questa responsabilità?

I Consorzi di Tutela, sono sufficientemente autonomi?

Possono prendere decisioni anche impopolari?

Oppure il peso delle quote associative e degli interessi dei soggetti economicamente più forti rischia di condizionarne le scelte?

Sono domande scomode.

Ma se vogliamo veramente costruire il vino italiano dei prossimi decenni, è arrivato il momento di farcele.

Prima salviamo e ripensiamo la vite. Poi aiutiamo il vino a ritrovare il suo mercato.

Le due cose devono procedere insieme. Ma nell’ordine giusto.

Giampietro Comolli


BOX –  



Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


Articolo aggiornato al 2 settembre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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