400 mila imprese agricole rischiano il fallimento

400 mila imprese agricole rischiano il fallimento

Negli ultimi dieci anni hanno chiuso i battenti oltre 500 mila aziende agricole. Senza interventi incisivi e straordinari e nuove politiche, entro il 2015 altre 400 mila rischiano di fare la
stessa fine. E così sulle nostre tavole, con l’inevitabile crollo della produzione agroalimentare nazionale, ci sarà una vera e propria invasione straniera.

C’è il fondato pericolo che nel carrello della spesa ci sia solo un prodotto su tre “made in Italy”. Un danno non solo economico, ma sociale, culturale. Un colpo micidiale alle tradizioni,
alla tipicità, al legame con il territorio delle nostre produzioni di eccellenza e di qualità. Tutti i settori sarebbero investiti, dal latte all’ortofrutta, dai cereali al vino,
dall’olio d’oliva alla zootecnia. Una tragedia di immani proporzioni.

Migliaia di ettari di coltivazioni, oggi fonte di lavoro per milioni di persone e punto fermo dell’export italiano, verrebbero cancellate. Assisteremo ad un “taglio” del 50 per cento della
produzione agricola, ad una riduzione del 60 per cento l’occupazione e alla distruzione di un presidio formidabile per l’ambiente. A delineare questo scenario drammatico è la
Cia-Confederazione italiana agricoltori che nel corso del sit-in a Roma, in piazza Montecitorio davanti alla Camera dei deputati, ha lanciato un disperato grido d’allarme per salvare il mondo
agricolo che, sotto il peso dei opprimenti e asfissianti costi, della completa disattenzione da parte delle istituzioni e della politica, della mancanza di una strategia tesa allo sviluppo e alla
competitività, è destinato a soccombere.

Tra il 2000 ed il 2009, più di un quarto del totale delle imprese agricole è stato costretto a cessare l’attività. E questo preoccupante fenomeno non ha interessato soltanto
le piccole e medie aziende, quelle dei territori marginali, di collina, di montagna. Oltre un terzo ha riguardato anche imprese grandi e attive, iscritte nel registro delle imprese delle Camere
di Commercio.

A rendere più oscuro il panorama è che solo 112 mila aziende hanno un conduttore giovane, il 6,6 per cento del totale. Il che significa che -come è stato riaffermato durante
la V Assemblea elettiva nazionale della Cia- nell’agricoltura italiana non vi è ricambio generazionale: solo il 16 per cento delle nuove aziende è guidato da un giovane, solo nel
2,3 per cento delle aziende storiche è subentrato un giovane alla conduzione.

Un abbandono che -avverte la Cia- sarà destinato ad aumentare, viste le enormi difficoltà che oggi incontrano gli imprenditori agricoli, moltissimi dei quali sono con l’acqua alla
gola oberati da gravosi costi produttivi, contributivi e burocratici, da prezzi sui campi che nell’anno scorso sono scesi del 13,5 per cento (con punte anche del 40-50 per cento per produzioni
come quelle del grano duro), da redditi sempre più falcidiati (meno 25,3 per cento nel 2009).

Una situazione drammatica che, se non si interviene in maniera tempestiva e soprattutto concreta, rischia di gettare sul lastrico migliaia di imprese che non sono più nelle condizioni di
stare sul mercato, di produrre reddito, di svolgere una sana attività gestionale.

Negli ultimi dieci anni -sottolinea la Cia- abbiamo assistito ad aumenti dei costi produttivi che superano abbondantemente il 350 per cento, quelli contributivi sono praticamente triplicati.
Nello stesso periodo i prezzi hanno registrato un andamento altalenante che ha toccato il suo picco più basso nel 2009. Mentre i redditi degli agricoltori italiani sono crollati del 30 per
cento: il “colpo di grazia” è venuto lo scorso anno, quando sono crollati, appunto, del 25,3 per cento.

I riflessi negativi dei costi produttivi e degli oneri sociali sono stati, comunque, devastanti. Sono costi che oggi incidono nella gestione aziendale agricola, in media, tra il 60 e l’85 per
cento per cento. I rincari hanno coinvolto tutti i fattori della produzione agricola. Non solo. A questi aumenti, che negli ultimi anni hanno frenato l’attività imprenditoriale con un
crescendo impressionate, si sono aggiunti -nota la Cia- anche gli oneri previdenziali (in poco meno di due anni sono cresciuti del 25,7 per cento) e quelli di carattere burocratico. Oneri pesanti
che si traducono in forte ostacolo alla crescita economica delle imprese, con incidenza negativa notevole sull’occupazione e la competitività.

Cia.it
Redazione Newsfood.com+WebTV

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