1963 e l’Italia scoprì la DOC

1963 e l’Italia scoprì la DOC

12 luglio 1963. Una data importante per gli amanti del vino, un compleanno ricco di promesse ed aspettative.

Esattamente 50 anni, il Decreto legge 930/1963 crea la Denominazione d’Origine Controllata: la DOC, idea di Paolo Desana, Senatore DC di Casale Monferrato, con due grandi obiettivi.

Primo, fare ordine nella complicata situazione del vino tricolore, all’epoca zona grigia di difficile orientamento. Secondo, non rimanere indietro rispetto alla concorrenza: ad inizio ‘900, la Francia aveva creato l’Appellation d’origine contrôlée (Aoc), per il Cognac.

Nata così come semaforo burocratico e legale, la DOC è diventata molto di più: una parola d’uso comune, un simbolo anche per non addetti di qualità, passione, vino buono.

Con il crescere della consapevolezza ecologica, DOC è diventato sinonimo di amore per il territorio e voglia di farlo conoscere tramite qualcosa che lo rappresenta anche a tavola.

Non va poi dimenticato Renzo Arbore: nel 1987, è sua l’idea di usare le tre lettere come nome per una trasmissione musicale di culto, andata in onda su Rai Due.

Ritorniamo al presente. Oggi la DOC è composta da 521 prodotti riconosciute, 330 DOC vere e proprie più 73 DOC, la Denominazione d’Origine Controllata e Garantita, sorta di sorella maggiore nata nel 1980, e le 118 Igt, le Indicazioni Geografiche Tipiche.

Un mondo di grandi dimensioni, il 70% della produzione nostrana, ma dalla grande varietà, da giganti come il Prosecco DOC, più di 200 milioni di bottiglie, a gioielli mignon come il Loazzolo DOC, meno di 3000 bottiglie che nascono nella bassa Langa astigiana.

Nel 2009, altra data importante: in seguito alla OCM vino, i marchi degli Stati UE sono stati assorbiti nella DOP (Denominazione d’Origine Protetta), controllata da Bruxelles.

A tirare le fila di questa lunga storia, Giuseppe Martelli, presidente del Comitato nazionale vini presso il ministero per le Politiche agricole e direttore generale di Assoenologi.

Di base il giudizio è positivo: se “In mezzo secolo è cambiato tutto, l’importanza e il ruolo delle denominazioni è rimasto immutato”. Di più, “Se fino a 35 anni fa il vino da tavola rappresentava il 90% della produzione, oggi la percentuale è quasi capovolta e (la DOC) rappresenta un punto di riferimento per il consumatore”.

Detto questo, non mancano punti su cui lavorare: “Ci sono tante Doc che si sovrappongono, alcune addirittura non vengono neppure rivendicate ed esistono solo sulla carta. Se vogliamo migliorare
la situazione, oltre alle viti dobbiamo potare drasticamente anche i campanili. Ma è un traguardo che si può raggiungere solo se c’è una seria volontà politica di lavorare per il bene comune”.

Stessa lunghezza d’onda di Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc.

Anche lui parte dai pregi, definendo il mondo DOC “Un patrimonio pubblico, che dà lustro all’immagine dell’Italia nel mondo, garantendo al 100% ogni singola partita di vino e la sua rintracciabilità”.

Detto questo, la diffusione delle denominazioni toglie specialità e garanzia d’eccellenza: “La corsa a ottenere il riconoscimento ha spesso creato inutili zavorre e generato confusione soprattutto tra gli stranieri: c’è senza dubbio spazio per fare sintesi, anche perché l’ottenimento della DOC non è un premio, ma l’inizio di un percorso”.

Redazione Newsfood.com

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