Vino: quotarsi in Borsa per crescere e innovare

Al convegno inaugurale della sesta edizione del Salone del Vino (Torino 26-29 ottobre), manager del credito, esperti di marketing e produttori concordi: il settore è atomizzato, deve
procedere ad aggregazioni. Servono più capitali per conquistare il mercato mondiale. La vendita en primeur un modello possibile. In Italia già 9 cantine pronte per andare al
listino.

Torino – Il primo comandamento per le cantine italiane è aggregarsi, innovare e dotarsi di capitali più robusti per reggere la concorrenza internazionale. E’ questo – in
estrema sintesi – il giudizio emerso dal convegno inaugurale della sesta edizione del Salone del Vino (Torino 26-29 ottobre), la rassegna dedicata al meglio del made in Italy in cantina
organizzata da Promotor International.

Il tema scelto è stato «Vino & Finanza, gli strumenti per crescere» e il dibattito, messo in piedi con la collaborazione de Il Sole 24 Ore, il più diffuso e
autorevole quotidiano economico italiano, ha messo in luce come uno dei principali problemi del settore vitivinicolo in Italia sia l’atomizzazione, la ridotta dimensione delle imprese, la
mancanza di un sistema commerciale capace di reggere l’urto della concorrenza organizzata dei Paesi emergenti, e soprattutto una debolezza di capitali.

Di particolare significato l’intervento di Anna Clauser di Borsa Italiana Spa, la quale ha affermato: «Erroneamente si crede che la quotazione non sia destinata ad aziende di dimensioni
medie o piccole come le cantine. Si sono aperti apposta nuovi «contenitori», come ad esempio il mercato Espandi, dove appunto la media delle aziende quotate sta sotto i 50 milioni
di fatturato. La più piccola ammessa a questo listino ha solo 14 milioni di fatturato, ma in tre anni ha triplicato le sue dimensioni sfruttando bene la massa di capitale che gli
è arrivata attraverso operazioni di oversubscrition. Una dimensione propria di molte cantine. Da un’analisi che abbiamo compiuto – ha sottolineato la dottoressa Clauser – abbiamo visto
che già al momento 9 cantine italiane potrebbero quotarsi, ma con pochi interventi la platea delle aziende vitivinicole che possono aspirare al listino sono 56. Noi siamo pronti a
fornire ogni consulenza. Quotarsi è uno strumento per aggregare, per consolidare e per innovare. Stiamo pensando anche ad un sistema di quotazione per aggregati, sul tipo dei fondi.
Certo bisogna accettare lo spin off (cioè la separazione) tra proprietà fondiaria e gestione dell’impresa. Bisogna avere almeno tre caratteristiche: buona marginalità,
buona redditività, buona capacità di generare incremento finanziario, ma sono convinta che attraverso la quotazione le cantine italiane potrebbero essere incentivate a risolvere i
problemi di dimensioni, i problemi di pulizia dei conti per far emergere i costi nascosti, problemi anche di passaggio generazionale».

La eccessiva parcellizzazione delle imprese è stato il tema centrale del dibattito. Lo ha sottolineato con forza Gianni Chiri, responsabile del settore agroalimentare di Intesa San
Paolo, che ha aggiunto: «E’ necessario che oggi banche e imprese dialoghino su un terreno di collaborazione. Si temeva che Basilea 2 creasse problemi di accesso al credito. Si è
visto che non è stato così. Anzi è stato un fattore di crescita perché ha spinto le aziende ad essere ancora di più imprese. Hanno dovuto pulire i loro
bilanci, recuperare efficienza. Ma sono convinto che oggi le banche possano essere un partner nella crescita del sistema vino. Queste aziende hanno caratteristiche di vitalità e
capacità di generare marginalità positive molto interessanti. Serve spesso la consulenza finanziaria e questo la banca deve imparare a fare. Noi come San Paolo abbiamo per esempio
creato le cosiddette banche territoriali proprio per interpretare al meglio i bisogni della cantine. Che tuttavia devono fare uno sforzo per crescere dimensionalmente, per mettersi insieme. Il
sistema bancario è prontissimo a finanziare buone idee e soprattutto processi di crescita dimensionale». Un imperativo quello di fare sistema riproposto sia da Giuliano Lengo,
Direttore del Centro Estero per l’Internazionalizzazione delle imprese del Piemonte, sia da Luca Remmert, del comitato Torino Finanza, il quale ha affermato: «Le banche devono abituarsi a
finanziare i progetti e non i soggetti».

Ma i tre pilastri sui quali tutti chiedono di insistere per ammodernare il sistema imprenditoriale del vino è: identità, dimensioni, innovazione. Lo ha sottolineato Vittorio
Manganelli, direttore dell’Università delle Scienze Gastronomiche, lo ha chiesto con forza Lamberto Vallarino Gancia, titolare delle storiche cantine ma anche presidente del Comitato
europeo delle imprese vitivinicole, il quale ha sottolineato: «Ci serve fare qualità, ci serve avere la capacità di stare sul mercato globale avendo buoni reti distributive,
ma ci serve anche far percepire la cultura del vino attraverso una esportazione del nostro modello di consumo». Sui valori immateriali ha molto insistito Pierangelo Biga di International
Capital Management, il quale ha sottolineato come «oggi le cantine devono vendere valore e comunicare valore attraverso sia il marchio di territorio sia il brand aziendale, ma per farlo
servono politiche di promo-commercializzazione di sistema» . E al sistema vino si è riferito anche Christian Roger di «Vino & Finanza», che ha sostenuto come in
Italia «sarebbe importante importare il sistema della vendita en primeur, per farlo tuttavia è indispensabile che l’Italia organizzi correttamente degustazioni en primeur, che i
grandi vini accettino di sottoporsi a questo sistema, che i prezzi delle annate varino a seconda della qualità e che nascano i commercianti o meglio i grandi distributori di vino».
La vendita en primeur però riporta la necessità di dotare finanziariamente il sistema vino Italia, che assieme all’aggregazione e alla innovazione sono i tre comandamenti per il
vino italiano che voglia crescere e avere successo nel mondo.

Nel chiudere i lavori, l’Assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte Mino Taricco ha affermato: «Prendo atto che da questo convegno sono venuti suggerimenti importantissimi per dare
fiato al sistema vino. Noi stiamo lavorando da tempo per un’aggregazione delle cantine: almeno nelle politiche commerciali, nelle azioni promozionali e distributive. Credo che questo Salone del
Vino ne sia una dimostrazione, ma credo anche che dobbiamo difendere la specificità del vino italiano, senza la quale perderemmo quel valore aggiunto immateriale della
territorialità, che è forse l’elemento che maggiormente può generare marginalità positive per le nostre cantine che aspirano a quotarsi in Borsa. Uno strumento
innovativo sul quale è bene riflettere positivamente».

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