Un Salone celebra il primato alimentare italiano
21 Aprile 2010
Bologna – Gli italiani sono i più grandi produttori al mondo di pasta (6,1 miliardi in valore) e i più grandi consumatori (26 kg a testa all’anno; secondi, staccati, i
venezuelani con 12,9 kg). Eppure per questo alimento principe della cucina italiana nel mondo non c’era un salone fieristico dedicato che ne celebrasse fortune e pregi. Ci ha pensato la fiera di
Bologna che dal 24 al 27 aprile ospita “Pastatrend”, il grande salone della pasta che vedrà la presenza di 150 espositori e di circa 2.300 buyers da 40 paesi.
Ma sarà ricca anche la serie di eventi collaterali, frutto del lavoro del direttore artistico Marisa Laurito (dalle lezioni degli ‘chef stellati’ alle ricette delle sfogline di Casa
Artusi, dai convegni medici sui ‘miracoli’ della pasta per stare in buona salute agli happy hour dedicati alla pasta con l’immancabile ‘Miss tagliatella’).
Alla vigilia di questa prima edizione della rassegna, una indagine di Nomisma conferma il ruolo rilevantissimo di questa produzione: nel 1997 il valore si fermava a 2,5 miliardi. Oggi é
cresciuto a 6,1, dà lavoro a 30 mila addetti in circa 6.000 imprese, molte delle quali artigianali. Il boom c’é stato soprattutto fra il 2003 ed il 2007 con un aumento del 150%
trainato soprattutto dall’export (i consumi interni sono sostanzialmente invariati a un milione e 538 mila tonnellate). L’export si attesta oggi a 1,8 miliardi (lieve calo dovuto alla crisi, era
di due nel 2008) e rappresenta il 9% delle esportazioni alimentari italiane. La pasta è quarta dopo vino (17,4%), conserve vegetali (12,8%) e carni lavorate (10,2%), e negli ultimi cinque
anni la pasta è il prodotto che ha registrato le performance migliori.
L’Italia è prima al mondo come quota di mercato negli scambi internazionali con il 42%, segue a grande distanza la Cina con l’8%. Una quota che sale al 62% se si considera la pasta secca e
fresca non contenente uova. Nei mercati di sbocco la Germania è il maggior importatore mondiale con il 12,4% seguita da Francia (10,7%), Usa (10,6%), Regno Unito (9%). Le uniche note
dolenti vengono dalle relazioni di filiera. Infatti l’Italia non produce tutto il grano duro di cui le aziende avrebbero bisogno.
Nel 2008, quando il prezzo era salito alle stelle (500 euro a tonnellata), furono prodotte oltre cinque milioni di tonnellate. Oggi il prezzo è crollato attorno ai 150 euro e non dà
segno di risalire. In virtù di questa volatilità, nel 2009 la produzione italiana si è ridotta a 3,7 milioni su 1,2 milioni di ettari. Il risultato è che, per
soddisfare la domanda, le importazioni di grano duro sono salite fino alla quota di 2,2 milioni. Ma è un dato di lungo periodo che il settore primario non sia stato in grado di tenere il
passo con la dinamica crescente della produzione.
Ansa.it per NEWSFOOD.com





