Tortellini Fini rischia il fallimento

Tortellini Fini rischia il fallimento

Milano – Tortellini Fini a rischio fallimento. A quasi cento anni dalla fondazione (1912), per il gruppo alimentare modenese è iniziata una corsa contro il tempo per trovare un
accordo con la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, principale creditrice per oltre 40 milioni di euro, volto a mettere a punto un piano di salvataggio che lo rimetta in carreggiata.
  

L’obiettivo, secondo quanto riferito all’Ansa da fonti vicine al dossier, sarebbe di trovare la quadra con la Bper entro la fine di ottobre e cercare di varare un progetto industriale che
comprenda anche l’apertura di un nuovo stabilimento a Modena. Sul tavolo del gruppo controllato al 90% circa dal fondo Paladin capital (di proprietà di alcuni partner della Bain & co),
al fianco del private equity L Capital (promosso dal gruppo francese Lvmh), ci sarebbero diverse ipotesi.   

In primis, quella avanzata dalla banca: ovvero ripatrimonializzare la società attraverso la conversione dei crediti della banca fino a 12 milioni a patto che il socio di riferimento,
Paladin, immetta nuovi mezzi mediante un aumento di capitale da 2 milioni.   

In alternativa a questa soluzione, si sarebbe aggiunta nelle ultime settimane l’ipotesi di ricorrere ad un accordo di ristrutturazione del debito ai sensi dell’articolo 182 bis della legge
fallimentare, ovvero col sostegno del 60% dei creditori, che in questo caso sarebbero rappresentati proprio dall’istituto guidato da Fabrizio Viola. Un piano questo che finirebbe poi nelle mani
del Tribunale fallimentare che dovrà esaminare l’eventuale omologazione.    Insomma, la situazione è delicata. E a confermarlo sono anche i numeri del bilancio 2008: sul
gruppo Fini, che ha chiuso lo scorso esercizio con una perdita di oltre 17 milioni di euro, pesano debiti per oltre 58 milioni di euro, di cui verso le banche 43 milioni e verso i fornitori di 13
milioni.   

Anche gli amministratori della società hanno indicato ai revisori che “qualora la banca non fosse disponibile a convertire parte del credito” ai fini “della continuazione aziendale
sarà necessaria l’immissione di nuova equity” da parte degli azionisti “per garantire un’adeguata patrimonializzazione”.   

A tutto questo si aggiunge lo stato di crisi dal punto di vista occupazionale. Lo scorso maggio, infatti, in seguito alla chiusura dello storico stabilimento modenese, sono stati messi in cassa
integrazione per un anno circa 40 dipendenti, mentre la produzione è stata trasferita in altri siti. In azienda quindi lavorano soltanto le prime linee manageriali, tra cui il commerciale
e l’amministrativo, mentre restano a casa gli operai.

Nicola Capodanno – Ansa.it per NEWSFOOD.com

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