SUMMIT 2015 PARIGI CLIMA Cop 21: problema vitale non politico

SUMMIT 2015 PARIGI CLIMA Cop 21: problema vitale non politico

By Giuseppe

(Vedi anche gli altri articoli su Summit Parigi 2015 Cop 21)

Due settimane di lavori con Accademia Kronos, Giampietro Comolli  e gli esperti Carlo Dettori e Alfonso Navarra
(terzo articolo di cinque)

 

3) SUMMIT PARIGI CLIMA. PROBLEMA VITALE SOCIALE, NON POLITICO.
Comolli: <<Sostenibilità e sussidiarietà devono essere inserite nel rapporto cibo-energia>>
ComolliAll’inizio della seconda settimana di lavori, era abbastanza chiaro che le posizioni più concrete e più realiste erano molto distanti, quasi opposte e che la politica voleva in ogni caso raggiungere un risultato condiviso, quindi molte parole ma pochi fatti. Gli unici fatti concreti si possono leggere nell’uso del freno a mano da parte di tutti i comparenti forti, ad iniziare da quei paesi che hanno nella leva finanziaria o estrazione petrolifera il loro asset Paese. Appare sempre più evidente che si discute di impegni volontari e non vincolanti, nel documento infatti si punta sulla buona volontà dei governi, ma non è prorogabile la scrittura testamentaria verso le prossime generazioni per garantire un futuro dignitoso in questo mondo. Un tema caldo è anche l’effetto del clima e delle temperature verso le coltivazioni, quindi alimentazione e nutrizione. Soprattutto dopo Expo perché non iniziare a fare sistema e vedere le grandi-cose insieme, tema molto caro a Giampietro Comolli, sempre nostro contatto per spiegarci i diversi lavori di Parigi al Cop 21. Stavolta parliamo di viticoltura, vino e di alcune posizioni assunte direttamente o indirettamente con diverse dichiarazioni. Il vino è un  argomento tanto caro a Giampietro Comolli.

Comolli, allora più temperatura meno cibo?
 << Più che tema caldo, un tema incandescente. Visto che l’imperativo è “vietato sbagliare”. Mentre i grandi della terra cercano un accordo, la viticoltura mondiale fa i conti con il cambiamento. Molti Paesi produttori stanno cercando di correre ai ripari, modificando il modo di fare vino. Soprattutto in Australia dove, oltre ad anticipare la vendemmia di circa otto giorni, gli enologi si stanno muovendo a Sud (ndr …più fredda…verso il Polo Sud), verso l’isola di Tasmania. Sembra, infatti, che le temperature medie nelle principali regioni vinicole australiane siano destinate ad aumentare tra 0,3 e 1,7 gradi entro il 2030, e secondo l’agenzia nazionale di scienza e ricerca in viticoltura,  la qualità delle uve subirà un calo che va dal 12 al 57%. >>
Quindi i grandi si stanno muovendo, e i piccoli?

Comolli:- << Non è un caso che il colosso del vino e del commercio mondiale Treasury Wine Estates, nel 2013, abbia venduto i suoi vigneti nella Hunter Valley a nord di Sydney, per comprare White Hills in Tasmania. Ma altrove non è diverso. L’Italia, così come la Francia e gli altri Paesi produttori dell’area mediterranea, stanno iniziando a spostare la viticoltura in altitudine, studiando varietà sempre più resistenti ai cambiamenti climatici. Ma, nel caso di modifiche sostanziali, bisognerà rivedere il sistema delle denominazioni. Situazione positiva, invece, per le zone fredde del Nord Europa, tra cui la Germania e le regioni francesi di Champagne e Val de Loire, anche se, i cambiamenti potrebbero modificare il sapore stesso dei loro vini. E intanto, dal canto suo, l’Oiv ha siglato l’adesione al progetto “4/1000: Terreni per la sicurezza alimentare e climatica” (dentro c’è anche l’Università di Bologna), presentato lo scorso 1 dicembre a Parigi, che punta a raggiungere un tasso di crescita annuo del 4 per 1000 dello stoccaggio di carbonio del suolo: un risultato che potrebbe rivelarsi fondamentale per limitare l’aumento di temperatura a livello globale a 1,5 o al massimo 2 gradi centigradi. Sempre in ottica ambientale, il Comité Champagne fa sapere che nel 2003 è diventata la prima regione vinicola al mondo a calcolare la propria impronta carbonica. Oggi, il 100% dei viticoltori della Champagne sono integrati in questo processo.>>
Comolli, quindi sono i gradi di temperatura che modificheranno la nostra vita alimentare?: <<  Gli indici macroscopici  mostrano un probabile picco dei livelli di emissioni globali verso il 2030.  Secondo il Climate Inter Active, il solo rispetto degli  indici, senza ulteriori impegni, porterebbe l’aumento delle temperature globali da 2,7 a circa 3,5° C..  La lotta ai cambiamenti climatici deve coinvolgere per forza la salvaguardia della biosfera  e la gestione degli ecosistemi terrestri. Le foreste giocano un ruolo importante negli impegni di riduzione della maggior parte dei paesi. Questo ruolo è duplice: da un lato c’è l’assorbimento di CO2 che può aumentare attraverso l’espansione dell’area forestale e la gestione delle foreste esistenti; dall’altro ci sono le emissioni da deforestazione (attualmente pari al circa il 10% delle emissioni globali), la cui riduzione rappresenta per molti paesi in via di sviluppo la principale opportunità di mitigazione, in quanto possono conteggiare la CO2 assorbita dalla crescita forestale come una riduzione delle emissioni.>>
Comolli, ma a Parigi è stato indicato un vero obiettivo?:<< L’obiettivo principale della conferenza è riuscire ad arrivare, per la prima volta in vent’anni, ad un accordo vincolante e universale sul clima, che limiti il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 °C. rispetto all’era preindustriale (1850 circa), un accordo che sia più solido e più esteso di quello di Kyoto, mai ratificato dagli Stati Uniti. Un’enorme sfida che come obiettivo si pone di contenere il cambiamento climatico che minaccia la nostra società. Il termine temporale è il 2030, che per la prima volta in 20 anni gli Usa chiedono di anticipare al 2025. >>
Quali azioni vere e concrete si possono mettere in campo subito?
Comolli: << la risposta è più semplice di quello che uno pensi. Manca la volontà diffusa, manca il superamento di interessi infìdividuali e di parti esposte finanziariamente, ma tre possono essere le prime e più semplici, Governative e Statali, che possono mettere in pratica un dietro-front dell’attuale transizione-mediazione:

1) chiudere il rubinetto dei finanziamenti pubblici ai combustibili fossili (in Italia 15 miliardi di euro all’anno);
2) stabilire la priorità delle FER nel dispacciamento in rete;
3) garantire, con le municipalizzate e le aziende locali, le infrastrutture adeguate.

…A queste aggiungerei la condivisione di incrementare le energie rinnovabili entro il 2030, ma come e con che ritmo non si sa. >>
Comolli, ma auto diesel, ibridi, auto elettriche non potrebbero essere un aiuto in più—-?<< I carburanti fossili sono usati perché più economici in quanto spropositatamente sovvenzionati. Se fossero messi a disposizione solo a chi attua servizi sociali, civili ci sarebbe già una forte riduzione. Certamente gli anticapitalisti ideologici non sono di valido aiuto, come lo scienziato James Hansen. Finchè alcuni Stati hanno interessi economici in quel settore, difficilmente ci sarà un blocco. L’Eni si è dichiarata disponibile ad investire nell’energia solare, ma solo se ci sono tutele e passaggi simili a quelli riservati a Paesi e imprese che estraggono i carbonfossili. Quindi emerge chiaro che tutto ruota attorno al rapporto costi/ricavi, monopolio e oligopoli. Molti paesi deboli hanno accettato di rivedere al ribasso il tetto dei 2 gradi massimi, solo a fronte di un rimpinguamento del Fondo Mondiale per i Paesi in via di Sviluppo. Per certi versi i paesi più nevralgici sul tema specifico sono ancora  sono: India e Brasile che non vogliono assolutamente non usare i carbonfossili fino ad esaurimento di propri giacimenti o sviluppo, mentre la Cina che ha cambiato totalmente opinione dichiarando che nel 2050 rinuncerà al 90% dell’energia da carbon fossile!>>
– Foto d’archivio

Giampietro Comolli
Relatore, e Inviato Speciale a Parigi, al Summit COP 21,
in esclusiva per Newsfood.com

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