Stranieri «buoni» e stranieri «cattivi». Come fare?

E’ l’argomento di queste settimane, diamo ovviamente per scontato che immigrato non vuol dire delinquente (sarà però il caso di ribadirlo?), che clandestino non e’
sinonimo di delinquente
, e proviamo ad analizzare ancora una volta la situazione, astenendoci dal commentare le interviste ai rappresentanti del Governo, la bagarre di dichiarazioni e
smentite, fornendo piuttosto qualche spunto concreto per riformare un settore del diritto e delle politiche italiane che ad oggi fa scontenti tutti.

Questi, a nostro avviso, i punti nodali da tenere in considerazione e risolvere:
– Il fabbisogno di lavoratori stranieri;
– la tutela di chi (regolarmente o meno) lavora in Italia;
– il continuo afflusso di stranieri clandestini sul nostro territorio;
– il problema della delinquenza dei clandestini che non lavorano ed il loro rimpatrio.

L’Italia ha bisogno dei lavoratori stranieri, e la domanda e’ sicuramente superiore al numero di ingressi regolari programmati dal Governo, tant’e’ che sono centinaia di migliaia gli stranieri
che vivono e lavorano in Italia senza permesso di soggiorno. Ne deriva, e non e’ una novità, che il meccanismo dei flussi di ingresso, così come attualmente concepito, e’
assolutamente inadeguato a supportare politiche migratorie stabili e realistiche. Ciò perché buona parte di quegli stranieri che vivono e lavorano in Italia da clandestini, sono
tali non per loro scelta, ma a causa dell’impossibilita’ di ottenere una delle famose quote. Come sosteniamo da tempo, un meccanismo di ingresso in Italia che non sia contingentato a un
determinato numero di quote annuali (flusso continuo) abbatterebbe quasi completamente la clandestinità di chi lavora, e non delinque.
Ciò favorirebbe inoltre un aumento
degli introiti fiscali, nella misura in cui il lavoratore regolare pagherebbe l e tasse, i contributi previdenziali, ecc. Emanare una sanatoria ogni 4 o 5 anni e’ inutile, senza una riforma del
sistema dei flussi, e’ dannosa, poiché (giustamente) ingenera la convinzione che «conviene venire in Italia da clandestini, tanto prima o poi ci sarà una
sanatoria». Ridicola, infine, la proposta del sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli, di «emanare un nuovo decreto flussi per consentire ad una buona parte di
queste persone di ottenere il nulla osta al lavoro. Questo non significherà fare sanatorie o regolarizzazioni in quanto i lavoratori che otterranno il nulla osta dovranno comunque
ritornare nei loro Paesi per richiedere il visto e poi ritornare in Italia». Sottosegretario, questa si chiama «sanatoria», con il solo incomodo che gli stranieri
«prescelti» dovranno pagarsi un biglietto aereo di andata e ritorno per il loro Paese, intasando questa volta non solo gli Sportelli unici e le Questura, ma anche le ambasciate,
come se non ne avessimo abbastanza di uffici ingolfati! Siamo seri.

Il problema più significativo riguarda la permanenza in Italia dei clandestini espulsi o dediti a delinquere. Qui’ le soluzioni proposte spaziano, ma nessuna ci pare convincente o
adeguata.

Criminalizzare la clandestinità. L’argomento sembra già passato di moda, ed il governo pare esser giunto a piu’ miti consigli, per fortuna. I
«reatucoli» già esistenti, quali la mancata esibizione di documento di identificazione o il reingresso in Italia a seguito di espulsione, non hanno portato a nessun
miglioramento, ma hanno soltanto riempito le aule di tribunale di giudici, pubblici ministeri, avvocati e cancellieri, tutti intenti a far processi in contumacia (cioè in assenza
dell’imputato), la cui conclusione e’ una severa sentenza di condanna che non verrà mai eseguita. Anche qui’, questi processi sottraggono tempo ai magistrati per condurre gli altri
procedimenti e denaro pubblico che potrebbe essere investito altrimenti.

Creare un’aggravante penale, che colpisca gli extracomunitari irregolari che delinquono o che sono socialmente pericolosi. Esiste già nel nostro ordinamento il
meccanismo della recidiva, che aumenta la pena di chi ha già commesso reati. Ho forti perplessità sulla legittimità costituzionale di una aggravante speciale di recidiva se
chi commette il reato non e’ italiano. Per ora, comunque, ritengo non sia il caso di spenderci su troppe parole: vista la velocità con cui si susseguono dichiarazioni e smentite e’ molto
probabile che anche tale eventualità venga poi scartata.

Cambiare il nome dei Cpt in Centri di identificazione ed espulsione. Torno a dirlo, siamo seri!

Aumentare il periodo massimo di permanenza nei Centri di permanenza temporanea da due a dodici mesi. Domanda: a che fine? Se il fine e’ identificativo, due mesi sono già
troppi. Se il fine e’ meramente restrittivo, equivarrebbe ad una condanna di reclusione senza nemmeno un processo.

Mettiamoci in testa che nessuno straniero clandestino ha intenzione di farsi identificare, ne’ può essere tenuto in gattabuia se non ha commesso reati. Riprendiamo allora una proposta
avanzata nella precedente legislatura, sulla quale all’epoca abbiamo nutrito diversi dubbi, ma che a questo punto sembra essere, fra le soluzioni possibili, una strada da tentare (opposta alla
criminalizzazione): adottare una politica «premiale» che elimini il divieto di reingresso a seguito di espulsione per coloro i quali collaborano con le autorità
italiane
, fornendo i propri dati personali. In questo modo il clandestino sa di essere espulso e riportato nel proprio Paese, ma sa anche che se volesse tornare in Italia per lavorare,
potrebbe nuovamente concorrere per i flussi.

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