Sì… Facciamoci male!

Sì… Facciamoci male!

Siano benedette le osservazioni del Ministro Zaia che ha levato un grido di allarme sui danni che stiamo producendo alla nostra economia e alla nostra stessa cultura in nome di luoghi comuni
ripetuti stupidamente. Certo le notizie di persone investite da macchine guidate da persone ubriache fanno orrore, ma non dobbiamo per questo reagire irrazionalmente, buttando via il bambino
assieme all’acqua del bagnetto.

Dovremmo prima di tutto indagare se la colpa sia da attribuirsi all’alcool o alle droghe. Anche nel primo caso dovremmo poi distinguere fra alcoolismo dovuto a superalcolici, più o meno
miscelati o veramente al vino.Naturalmente indagini serie in questo senso non sono mai state fatte, perché è molto più comodo criminalizzare moralisticamente il vino.

E il moralismo non è neanche lontano parente della moralità! Se queste ricerche venissero fatte seriamente, sono sicuro che il vino risulterebbe responsabile di una minima parte
degli incidenti, senz’altro molto meno di quelli che capitano fumando in macchina o per colpa della stanchezza che nessuno sanziona. Non nego che possa esserci qualche caso, ma certamente non
statisticamente significativo.

E comunque il problema è un altro: periodicamente si legge di agricoltori schiacciati dal trattore rovesciato; che cosa si dice in tali casi? Bisogna insegnare agli agricoltori a non
mettersi in condizioni di pericolo.

Nessuno propone di bandire i trattori!Anche in questo caso invece di criminalizzare comunque l’abitudine a bere uno o due bicchieri di vino, bisognerebbe proporre di insegnarne le modalità
corrette di assunzione, e cioè le giuste quantità in rapporto alle proprie caratteristiche fisiche, ma anche di assumerlo ai pasti, come la sapienza mediterranea ha sempre
insegnato.

Infatti il cibo rallenta l’assorbimento dell’alcool che così (purchè sia assunto nelle giuste quantità), non crea problemi.Ecco che dunque, invece che accapigliarsi
sull’abbassamento dei tassi alcolemici accettati, che sono anche troppo restrittivi, andrebbe insegnato come e quanto bere perché ciò rimanga un’esperienza piacevole e non rechi
danno o pericolo né a sé né agli altri.

Se questa ricerca sulle cause degli incidenti stradali dovuti all’alcool fosse fatta seriamente, si scoprirebbe non solo che il vino viene certamente buon ultimo dopo cocktail, superalcoolici,
birra e via dicendo, ma che la psicologia di quel tipo di guidatori era tale da creare pericolo anche al di là del momentaneo abuso alcoolico. Si scoprirebbe probabilmente che il
più delle volte alla base non c’è l’amore (magari eccessivo) per il vino, ma c’è la ricerca dello sballo, ottenuto con qualsiasi mezzo: alcool o pillole o droga.

Allora il problema è un altro: perché tanti giovani vanno alla ricerca dello sballo, cioè della perdita della coscienza ovvero in ultima analisi dell’annullamento? Ecco
questo è il vero problema: è evidente che questi giovani non si amano.

E perché? Mah, probabilmente perché i genitori non li hanno amati e poi la società gli ha fatto credere che il loro unico valore sia l’avere tanti soldi (l’avere, non
necessariamente il guadagnare!) senza i quali sono nulla e con i quali dopo un po’ si accorgono ugualmente che sono personalmente un nulla.Ecco questo è il vero problema morale, non andare
a misurare se uno ha bevuto un bicchiere o un bicchiere e mezzo (scandalo!) di vino. Ma certo è più facile invocare questo rigore un po’ calvinista; con questa logica qualcuno
potrebbe dire: siccome le macchine uccidono tanta gente aboliamole.

Da un punto di vista puramente logico questo approccio è perfettamente uguale a chi vuoleabolire il vino (perché non si cerca solo di evitare le stragi del sabasantemente sulla vita
quotidiana di tutti noi, o almeno di quelli che, come me gradiscono un po’ di vino a pasto, ma per questo non hanno mai messo a repentaglio la vita di nessuno. to sera in cui, ammesso che rimanga
questa cultura dello sballo, uno a turno potrebbe sacrificarsi a stare sobrio, ma di criminalizzare il vino in quanto tale).

Ciò verrebbe ad incidere pe- Moralismo d’accatto e attentato alla libertà Antefatto. Per le vacanze estive 2009 siamo stati un paio di settimane oltre Manica, e abbiamo visitato
città, monumenti e musei d’Inghilterra e di Scozia. Chissà quante foto scattate nelle varie location, direte voi…Sbagliato: l’unica foto che abbiamo scattato, con emozione
autentica, a Edimburgo, è stata quella sulla tomba – stranamente anonima e dimenticata – di Adam Smith.

Scartabellando fra i ricordi di scuola, qualcuno ricorderà che Adam Smith è stato il primo dei grandi economisti classici del Settecento, e che è stato uno dei massimi
campioni della libertà del suo tempo. L’immagine di Adam Smith ci è tornata alla mente leggendo il bell’articolo dell’amico Gianluigi Pagano, in cui si confutano le ragioni del
recente moralismo d’accatto contro il consumo, ancorché moderato, di vino. “Io amo l’Italia” dice il noto giornalista Magdi C. Allam “ma gli italiani la amano?”.

È quanto ci chiediamo anche noi di fronte alle ricorrenti, italianissime campagne d’opinione contro il consumo di vino. Della serie: quando la vera eccellenza nazionale è quella del
masochismo…
A molti compatrioti con la sindrome di Tafazzi vorremmo sommessamente ricordare che il vino, per l’Italia, è una questione di prosperità economica, di civiltà della tavola (e
non solo: diremmo di civiltà tout court) e di libertà. Sì, avete capito bene, di quella libertà personale e collettiva che per Adam Smith era diritto naturale
inalienabile, nonché fonte prima della “ricchezza delle nazioni”, come la chiamava lui.
Ebbene, se il Direttore ce lo consentirà, nei prossimi numeri di DEGUSTA cercheremo di argomentare le tre equazioni etiliche che abbiamo enunciato qui sopra, e cioè: vino =
prosperità, vino = civiltà, vino = libertà. Senza fare sconti a nessuno, e senza voler essere a tutti i costi politicamente corretti.
La nostra impressione è che il silenzio assordante su queste materie, l’assenza sconcertante di dibattito e l’eccesso di timidezza e di correttezza politica stiano portando un attacco
esiziale alla produzione enologica del nostro Paese.
E non vorremmo che il vino italiano, a furia di imboscate e di “fuoco amico”, come si dice in questi casi, finisse pian piano sotto terra, trascurato e negletto come Adam Smith…

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