Sei ingegnoso? Allora la tua mamma ha mangiato tanta cotognata

Si racconta che il nonno del Re babilonese Sin-Muballit era andato più volte a caccia nei pressi del Tigri e aveva notato delle bellissime mele che però aveva assaggiata e
gli avevano fatto sentire la bocca impastata per l’aspro sapore e per la conseguente sensazione di avere di sentire rimanere la bocca irritata. Non li aveva più gustati i
frutti di quell’albero anche perché alcuni schiavi israeliti che lo accompagnavano nella caccia gli avevano raccontato che nel Paradiso terrestre Eva ha raccolto il famoso
“pomo”, proprio da un bel Cotogno, dai delicati fiori. Il frutto, però, aveva un sapore acerbo, perciò Adamo non riuscì ad ingoiarlo. Il cotogno, infatti, gli
rimase in gola, dando origine a quel famoso “Pomo d’Adamo”.

Anche il nonno del Re babilonese Sin-Muballit aveva il pomo d’Adamo e quindi di Cotogno non ne volle più sapere.

Qualche mese dopo il nonno del Re babilonese Sin-Muballit catturò una lepre e siccome aveva fame accese un fuoco vicino al fiume e sotto il cotogno. Dall’albero caddero dei
frutti che finirono vicino al fuoco che li fece cuocere. Un bel profumo si sparse nell’aria e il nonno del Re babilonese Sin-Muballit volle ancora assaporare il frutto
dall’odore intenso e un po’ aspro dei grossi frutti autunnali e la polpa gialla, durissima e granulosa, ma grazie a quel provvidenziale fuoco la polpa aveva assunto un
colore rosa e un sapore delicato che deliziò stavolta il palato dl nonno del Re babilonese Sin-Muballit.

Quando tornò alla reggia portò con se una strana preda, un cesto di mele cotogne, le diede alla cuoca e la pregò di cuocerle superando le resistenze della stessa
che avvisava il Re della sgradevole esperienza che aveva fatto da giovane quando aveva morso quella mela perché era rimasta suggestionata dalla bellezza dei frutti tondi e
ricoperti da una lanugine argentata, perfetti nella loro acerba bellezza, circondati dalle larghe foglie carnose, racchiuse quasi a formare un manto regale, e sormontati dal loro
prezioso diadema.

Ma la cuoca del nonno del Re babilonese Sin-Muballit si dilettò a trasformarne la polpa gialla, durissima e granulosa, in una profumata e gradevolissima cotognata, una conserva
dai bei colori ambrati, quando la vide bella calda e burrosa la versò ancora bollente in formelle di terracotta tonde, ovali, rettangolari. Il fondo delle formelle era
intagliato in modo da formare i più disparati decori: le squame nelle formelle a forma di pesce, i raggi in quelle a forma di sole, e ancora petali e corolle, arabeschi, case
coloniche con interi paesaggi, a quel punto la cotognata ottenuta, ormai solida, venne sformata, e meraviglia delle meraviglie sulla sua lucida e dolce superficie emersero in rilievo
anche i più minuti decori.

Si dice che tutta la corte provò una grande stupore alla vista di quelle opere d’arte da gustare, un piacere: prima per gli occhi e poi per il palato.

Impararono poi con l’esperienza che la cotognata si può consumare non appena sformata, oppure, si lascia asciugare del tutto fino a che perde la sua lucentezza, diventa
leggermente gommosa e si ricopre di una bianca patina zuccherina: in questo modo è pronta per essere mangiata in qualunque momento.

Bella storia eh?

L’ho visto il cotogno lungo il reticolo idrografico che collega Ruffano a Supersano in provincia di Lecce, l’ho guardato raccogliere dal mio collega Cosimino che mi ha detto
di volerlo mettere nel mosto che stava fermentando in casa sua.

È una delle più antiche piante da frutto conosciute: era coltivato già 4.000 anni fa dai Babilonesi, tra i Greci era considerato frutto sacro a Venere e in epoca
romana era ben noto, venendo citato da Catone, Plinio e Virgilio.

Antonio Bruno

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