Roma: Biodiversità a rischio gli ogm non sono la soluzione

By Redazione

 

La Preside della Facoltà di agraria dell’Università di Pisa segnala i danni dell’agricoltura intensiva alla biodiversità al V Congresso internazionale
«Scienza e Società» della Fondazione Diritti Genetici.

«L’uso intensivo di poche varietà selezionate e la pratica delle monocolture hanno ridotto drasticamente la diversità delle piante coltivate. Oggi solo 14 specie ci
forniscono il 90% del cibo di origine animale e solo 4 specie di piante rappresentano il 50% delle nostre risorse energetiche: grano, mais, riso, patate. E di queste si coltivano, nei
paesi dove si pratica l’agricoltura intensiva, poche varietà, geneticamente uniformi. Tale bassa diversità genetica le rende intrinsecamente deboli, poiché mostrano
le stesse reazioni di fronte alle avversità ambientali e alle malattie».

Questo il parere di Manuela Giovannetti, Preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Pisa, intervenuta al V Congresso internazionale «Scienza e
Società» della Fondazione Diritti Genetici, quest’anno dedicato a «Biodiversità e beni comuni».

«Le colture transgeniche non rappresentano un cambio di rotta né una rottura di continuità rispetto all’agricoltura ad alto input energetico della rivoluzione verde
– ha spiegato la Preside della Facoltà di Agraria – e inoltre determinano la concentrazione nelle mani di pochi del monopolio delle piante alimentari attraverso il controllo e la
vendita delle sementi».

Secondo la docente, però, un’alternativa c’è. «Poiché le agro-biotecnologie basate sulle piante transgeniche utilizzano le stesse pratiche di agricoltura ad
alto input usate nel passato – basti pensare che circa l’85% di tutte le piante transgeniche coltivate nel mondo contengono geni per la resistenza agli erbicidi – la vera alternativa
è rappresentata dall’agricoltura ecologica. Essa mira infatti a produrre cibo evitando gli effetti estremi dell’agricoltura intensiva e utilizzando tecnologie, anche
«low-tech», ma ad alta intensità di conoscenza, capaci di integrare il sapere consolidato delle tecniche agrarie tradizionali con le nuove conoscenze ecologiche sulla
complessa rete di interazioni che regola il funzionamento degli agroecosistemi».

 

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