Ricerca e agricoltura alleate per il “bio”

L’Italia si posiziona al primo posto per superficie in Europa per coltivazioni biologiche, con oltre un milione di ettari, e al secondo posto nel mondo, dietro il Messico, con circa 50000
aziende di settore.

Sono alcuni dati (fonte INEA e FiBL-Forschungsinsitute fur biologischen Landbau) che dimostrano l’attenzione del nostro Paese ai temi della sostenibilità in agricoltura, oggetto del
convegno: «Avanzamento delle conoscenze e agricoltura biologica: le nuove frontiere per il bio», organizzato a Roma dal Dipartimento agroalimentare del Consiglio nazionale delle
ricerche, in collaborazione con il Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) e l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab). L’incontro propone un
confronto tra mondo della ricerca, produttori e consumatori per favorire un’agricoltura sempre più sostenibile e, in particolare, quella biologica.

Nonostante il quadro incoraggiante delineato dai dati, c’è ancora molta strada da percorrere per dare definitivo slancio a questo tipo di produzione. Il fatturato complessivo del
biologico in Italia, stimato in 1,5 miliardi di euro (Coldiretti-Ispo), è pari solo al 2% del mercato dei prodotti alimentari. Alcune tendenze sono decisamente positive: nelle scuole si
è passati dalle 69 mense con pasti biologici del 1996 alle 683 rilevate nel 2007 e lo stesso trend in crescita si registra nelle mense aziendali, passate da 896 mila pasti biologici del
2006 a 924 mila nel 2007 (Rapporto Bio Bank).

«La ricerca scientifica nel settore, però, assorbe una quota ancora molto bassa delle risorse destinate alla ricerca in campo agricolo e agroalimentare, mettendo a rischio il
trend positivo», avverte Mauro Gamboni del Dipartimento agroalimentare del Cnr. «E’ invece necessario rendere più competitivi imprese e prodotti biologici,
innalzando il livello delle conoscenze, sostenendo una più mirata ricerca a carattere interdisciplinare e incoraggiando le innovazioni tecnologiche. Per tale ragione, ci stiamo
adoperando nel promuovere collaborazioni tra mondo della ricerca e produttori».

Nel portafoglio delle attività presentate dal Cnr nell’ambito del convegno, occupano un posto di riguardo i nuovi biosensori applicabili per il monitoraggio dell’inquinamento ambientale,
la valutazione della qualità dei cibi, la valorizzazione di produzioni tipiche e l’individuazione di OGM. «L’obiettivo dei nostri studi», spiega Maria Teresa Giardi
dell’Istituto di cristallografia (Ic) del Cnr, «è quello di disporre di uno strumento facilmente applicabile alla valutazione di una vasta gamma di impatti sull’ambiente, dove
l’organismo vegetale e quello microbico diventano componenti innovativi per la sensoristica biologica».
Soluzioni sostenibili nella lotta contro i parassiti arrivano dall’Istituto per la protezione delle piante (Ipp) del Cnr, che ha realizzato un prodotto contro i nematodi, responsabili di
ingenti danni ai raccolti, sviluppato dalla ditta ELEP. Il formulato ottenuto utilizzando i funghi Pochonia chlamydosporia e Arthrobotrys oligospora può essere
somministrato in campo attraverso le acque d’irrigazione. Sul fronte della conservazione di frutta e ortaggi, si fa strada la termoterapia sperimentata dall’Istituto di scienza delle produzioni
alimentari (Ispa-Cnr) sugli agrumi di Acireale; tale metodologia rappresenta un’alternativa all’uso di sostanze chimiche normalmente utilizzate nel trattamento di post-raccolta.
Infine, nell’ottica di salvaguardare e valorizzare le tipicità italiane, l’Istituto di genetica vegetale (Igv) del Cnr, all’interno del progetto «Olviva», sta collaborando
alla caratterizzazione molecolare, morfologica e sanitaria delle varietà più importanti di olivo della Sicilia, in cooperazione con altre regioni d’Italia.

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