Poca alimentazione stimola vista e memoria

Poca alimentazione stimola vista e memoria

La riduzione (senza estremismo) del cibo consumato rende la memoria più acuta e la vista migliore.

Merito della plasticità del cervello, cioè la capacità di reagire agli stimoli esterni, che viene influenzata dalla quanto ci si alimenta.

L’informazione arriva da una ricerca del CNR (sezione Istituto di neuroscienze), dell’Accademia dei Lincei e della Scuola Normale di Pisa, diretta dalla dottoressa Maria Spolidoro e pubblicata
su “Nature Communications”.

Gli studiosi hanno lavorato con ratti adulti, sottoponendoli a test per 3 anni. In particolare, i ricercatori hanno osservato il cervello, concentrandosi sui circuiti visivi e sull’ippocampo,
regioni-pilastro della memoria. Per valutare i mutamenti, il team di lavoro ha alimentato i roditori in maniera alternata: un giorno si, l’altro no. I seguenti esami hanno così rilevato
come la riduzione ragionata del cibo aumentava la plasticità celebrale.

Per la dottoressa Spolidoro, alla base del fenomeno vi è l’istinto di sopravvivenza La fame e la mancanza di cibo attivano l’organismo, che per aumentare le proprie possibilità
aumenta la capacità del cervello di conoscere e percepire l’esterno.

Ovviamente, continua la scienziata, nel caso la carenza si protragga, aumentano i rischi: “La mancanza di cibo eccessiva o prolungata può avere effetti diametralmente opposti, causando
un grave stress, e quindi danni enormi, al nostro organismo”.

Infine, la dottoressa ipotizza future applicazioni pratiche, specialmente nel campo della riabilitazione dei soggetti vittime di ictus od ischemie. Sfruttando la plasticità, il cervello
può manifestazione una maggiore capacità di recupero da danni o lesioni. Allora, sfruttando  di conseguenza l’influenza che l’alimentazione ha sulla plasticità, i
medici potrebbero definire specifici regimi nutrizionali per favorire i trattamenti di riabilitazione.

FONTE: Maria Spolidoro et al., “Food restriction enhances visual cortex plasticity in adulthood”, Nature Communications Volume: 2,Article number: 320, doi:10.1038/ncomms1323

Matteo Clerici

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