PIL Italia e consumi in calo: stiamo davvero diventando più ricchi?

PIL Italia e consumi in calo: stiamo davvero diventando più ricchi?

By Giampietro Comolli

Il PIL italiano cresce, ma poco. Giampietro Comolli mette in discussione l’idea che basti questo indicatore per misurare il benessere reale e rilancia il tema di una politica industriale nazionale ed europea fondata su produzione, produttività, redditi e asset strategici.

Nel 2025 il PIL italiano ha raggiunto 2.258 miliardi di euro, ma in termini reali è cresciuto soltanto dello 0,5%. Basta il PIL per dire che un Paese sta meglio? 

 

 
Newsfood.com, 15 settembre 2026

di Giampietro Comolli

Il PIL cresce. Ma noi stiamo meglio?
Italia: consumi in calo, crescita debole. Ma il PIL racconta davvero come stiamo?

Ogni tanto riemerge in me la passione per l’economia e soprattutto per quella macroeconomia che dovrebbe servire non soltanto agli economisti, ma anche a noi cittadini, consumatori, lavoratori e imprenditori.

Partiamo allora dai numeri.

Nel 2025 il PIL italiano ai prezzi correnti ha raggiunto 2.258 miliardi di euro, con un incremento nominale del 2,5%. Ma depurata dall’effetto dei prezzi, la crescita reale è stata soltanto dello 0,5%.

Sono due numeri che raccontano due cose diverse.

Ed è proprio da qui che nasce la prima domanda:

il PIL è ancora sufficiente per misurare lo stato di salute di un Paese e, soprattutto, il benessere dei suoi cittadini?

Che cosa produce davvero l’Italia

Secondo i dati OCSE, la composizione del valore aggiunto italiano vede i servizi intorno al 73%, l’industria comprese le costruzioni intorno al 25% e agricoltura, silvicoltura e pesca poco sopra il 2%.

Questo non significa che industria e agricoltura siano marginali.

Al contrario.

Dietro una percentuale relativamente piccola del PIL possono esserci filiere decisive per occupazione, esportazioni, territorio, sicurezza degli approvvigionamenti e capacità di creare valore aggiunto.

L’Italia resta una grande economia manifatturiera ed esportatrice, costruita però su un tessuto nel quale hanno un ruolo determinante piccole e medie imprese.

Ed è qui che nasce una seconda domanda.

Abbiamo ancora una politica industriale capace di decidere che cosa l’Italia dovrà produrre fra venti o trent’anni?

L’Europa dei regolamenti o l’Europa delle strategie?

La stessa domanda riguarda l’Unione europea.

Per troppo tempo abbiamo avuto la sensazione di un’Europa molto presente nella regolamentazione dei dettagli e assai meno riconoscibile quando occorre costruire grandi strategie industriali comuni.

Oggi lo scenario internazionale è completamente diverso.

Guerre, energia, materie prime, semiconduttori, intelligenza artificiale, difesa, automotive, farmaceutica e agroalimentare dimostrano che disporre di capacità produttiva propria è anche una questione di autonomia politica.

Quando arrivano crisi commerciali o geopolitiche, chi possiede materie prime, tecnologie, impianti produttivi e grandi imprese strategiche dispone di strumenti negoziali.

Chi non li possiede dipende dagli altri.

Servizi indispensabili, ma senza dimenticare chi produce

Una società moderna non può fare a meno dei servizi.

Sanità, scuola, università, ricerca, pubblica amministrazione, assistenza e infrastrutture sono indispensabili.

Il problema nasce se la crescita dei servizi non procede insieme alla capacità di produrre beni, innovazione e valore aggiunto.

Non si tratta quindi di contrapporre fabbrica e ospedale, agricoltura e università.

Occorre farli funzionare insieme.

Un sistema economico sostenibile deve essere capace di produrre abbastanza ricchezza da finanziare servizi pubblici efficienti senza impoverire famiglie e imprese.

Produttività: il problema che non possiamo evitare

Da molti anni l’Italia soffre di una crescita della produttività insufficiente.

Questo è probabilmente uno dei problemi più seri e meno spettacolari della nostra economia.

Possiamo aumentare occupazione e investimenti, ma se ogni ora lavorata genera poco valore aggiunto, nel lungo periodo diventa difficile far crescere salari, redditi e competitività.

Per questo parlare soltanto di PIL non basta.

Dobbiamo parlare anche di PIL per abitante, produttività, salari reali, potere d’acquisto, investimenti e qualità dei servizi ricevuti dai cittadini.

È lì che si misura molto meglio la temperatura reale di un Paese.

Quanto ci sono costate le grandi scelte pubbliche?

Negli ultimi anni l’Italia ha mobilitato enormi quantità di denaro pubblico.

Superbonus, Reddito di cittadinanza, pensionamenti anticipati, incentivi industriali, interventi bancari, salvataggi aziendali.

Misure diversissime fra loro, nate in epoche diverse e con obiettivi differenti.

Non avrebbe senso sommarle indiscriminatamente e concludere che siano state tutte “denaro buttato”.

La domanda corretta è un’altra:

per ogni euro pubblico speso, quale beneficio strutturale è rimasto al Paese?

Quanto PIL aggiuntivo?

Quanta occupazione stabile?

Quanta produttività?

Quanto patrimonio?

Quanto risparmio energetico?

Quanto miglioramento sociale?

È questa verifica che dovrebbe accompagnare ogni grande politica pubblica.

Non basta sapere quanto abbiamo speso. Bisogna sapere che cosa abbiamo ottenuto.

Dopo il PNRR, che cosa resta?

Il PNRR rappresenta un’occasione eccezionale, ma proprio per questo pone una domanda che diventerà sempre più urgente:

che cosa accadrà quando terminerà la spinta degli investimenti del Piano?

Le infrastrutture realizzate saranno capaci di aumentare la produttività?

Le imprese saranno più competitive?

La pubblica amministrazione funzionerà meglio?

Avremo creato nuovi settori industriali oppure soltanto nuova spesa?

La differenza è enorme.

Il debito può avere senso quando finanzia qualcosa che continuerà a produrre valore.

Molto meno quando serve soltanto a mantenere in vita la spesa corrente.

Petrolio ed energia: davvero dipende tutto dal barile?

Nel luglio 2008 il Brent arrivò vicino ai 147 dollari al barile.

Oggi, settembre 2026, con le fortissime tensioni geopolitiche in Medio Oriente, il Brent è nuovamente sopra i 100 dollari e in queste ore si muove intorno a 106-109 dollari.

Confrontare direttamente il prezzo del barile con quello del gasolio alla pompa, però, può essere fuorviante.

Fra i due ci sono cambio euro/dollaro, raffinazione, logistica, margini industriali e commerciali e soprattutto fiscalità.

Ed è proprio per questo che il cittadino ha diritto a una maggiore trasparenza.

Quanto del prezzo finale dell’energia dipende realmente dalla materia prima? Quanto dalle imposte? Quanto dalla raffinazione e distribuzione? Quanto dai margini?

Prima di parlare di speculazione servono numeri.

Ma pretendere quei numeri è assolutamente legittimo.

Tassi: davvero basta portarli all’1%?

Anche sulla politica monetaria bisogna evitare soluzioni troppo semplici.

Tassi più bassi aiutano famiglie indebitate, mutui e investimenti delle imprese. Ma una banca centrale deve contemporaneamente difendere la stabilità dei prezzi.

Portare artificialmente i tassi all’1% mentre l’inflazione o l’energia tornano a salire potrebbe creare altri squilibri.

Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro:

fare in modo che il costo del denaro non soffochi gli investimenti produttivi e le famiglie, senza riaccendere l’inflazione.

E soprattutto distinguere il credito destinato a produrre valore dall’economia puramente finanziaria.

Risparmio italiano: patrimonio o occasione mancata?

Le famiglie italiane possiedono una grande ricchezza finanziaria.

La domanda è come trasformarne almeno una parte, volontariamente e con adeguate garanzie, in capitale capace di finanziare sviluppo, infrastrutture e imprese italiane ed europee.

Non significa mettere le mani sui risparmi.

Significa creare strumenti abbastanza affidabili e convenienti perché il cittadino scelga di investire nell’economia reale invece di lasciare il capitale improduttivo o indirizzarlo esclusivamente verso attività finanziarie lontane dal territorio.

Lo spread scende: è un vantaggio, ma attenzione ai conti facili

Nel 2026 lo spread BTP-Bund è sceso più volte nell’area degli 80-90 punti base, livelli molto inferiori a quelli raggiunti durante le grandi crisi del debito sovrano.

È certamente una buona notizia.

Un Paese percepito come meno rischioso può finanziarsi a condizioni migliori.

Ma non possiamo trasformare automaticamente ogni punto di spread in miliardi immediatamente disponibili da spendere: il debito viene rifinanziato progressivamente e il costo medio reagisce nel tempo.

Il beneficio esiste.

Utilizziamolo per rafforzare la credibilità e la capacità produttiva del Paese, non come giustificazione per aprire nuovi capitoli di spesa.

La domanda decisiva: che Italia vogliamo produrre?

Arriviamo quindi al punto.

Non credo che l’Italia possa vivere soltanto di servizi, turismo, patrimonio immobiliare e rendite.

Abbiamo bisogno di tornare a ragionare su asset strategici nazionali ed europei.

Acciaio.

Energia.

Meccanica.

Agroalimentare.

Farmaceutica.

Tecnologie digitali.

Acqua.

Infrastrutture.

Ricerca.

Non necessariamente per produrre tutto in casa, cosa impossibile e probabilmente sbagliata.

Ma per decidere che cosa non possiamo permetterci di non produrre.

La politica economica dovrebbe partire da qui.

Non dal prossimo bonus.

Non dalla prossima emergenza.

Non dalla prossima elezione.

Da un progetto almeno decennale, meglio ancora ventennale, condiviso per quanto possibile anche a livello europeo.

Il PIL resta un indicatore fondamentale dell’attività economica.

Ma un PIL che cresce senza crescita equivalente di produttività, reddito reale, capacità industriale e benessere dei cittadini rischia di raccontarci soltanto una parte della storia.

E oggi abbiamo bisogno di conoscere la storia intera.

Giampietro Comolli

 



Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


 

Giampietro Comolli

Giampietro Comolli
Analista, ricercatore e divulgatore del settore agroalimentare,
vitivinicolo, turistico e dei consumi.

Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Presidente CevesUni- centro studi ricerche
mercato consumi distretti produttivi

 

 


Articolo aggiornato al 14  settembre 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


© Riproduzione Riservata

Copyright:

Newsfood.com
Nutrimento & nutriMENTE
Siamo ciò che nutre  i nostri sensi
Fondata nel 2001, on line dal 2005,
testata giornalistica dal 2010

Direttore Giuseppe Danielli
Redazione Contatti

 

 

Condividi su:

VISITA LO SHOP ONLINE DI NEWSFOOD