Pd, Walter lascia perché quella tra Ds e Margherita è rimasta una ''fusione fredda''

Pd, Walter lascia perché quella tra Ds e Margherita è rimasta una ''fusione fredda''

 

L’aveva detto più di un anno e mezzo fa, quando Fassino era ancora segretario dei Ds, che quella con la Margherita che doveva portare alla nascita del Partito democratico
rischiava di essere una “fusione fredda”. Subito dopo c’era stato un incontro con Massimo D’Alema in Campidoglio, visto che Veltroni era ancora sindaco di Roma. Un lungo incontro, del
quale solo in pochi conoscono i retroscena. Ma, dopo quell’appuntamento, Veltroni si era detto pronto a lasciare l’incarico di sindaco di Roma per diventare segretario del Pd. Le
primarie, grandi entusiasmi, ma poi – col passare dei mesi – la fusione che gli era sembrata “fredda” tale era rimasta, anzi in più di un caso era diventata gelata.
Il nuovo segretario ha dovuto fronteggiare le due (o più) correnti provenienti dalla Margherita (quella di Marini e Fioroni e quella di Rutelli, ricandidato a sindaco di Roma in
virtù di logiche correntizie e travolto dagli elettori che non gli perdonavano le precedenti esperienze in Campidoglio).
E pure l’astio continuo dei prodiani, espresso ad ogni occasione dall’ex ministro della Difesa, Arturo Parisi, pronto a fare sempre e comunque il controcanto. Infine l’attacco anche dai
dalemiani, che – avendo alle spalle un più forte spirito di partito – sono stati gli ultimi a muoversi, ma l’hanno fatto con la mano pesante, come ha dimostrato la vicenda
dell’elezione di Riccardo Villari alla presidenza della vigilanza Rai, col voto determinante di uno o due componenti dell’opposizione).
E aggiungiamoci le uscite – apparentemente fuori tempo – prima di Anna Finocchiaro e poi di Pier Luigi Bersani a porre ipotesi non tanto accademiche di candidature future.
Come ignorare, poi, la babele di lingue sulle questioni bioetiche con la Binetti (ma non solo lei) a tirare la volata alle gerarchie più estremiste del Vaticano e Marini pronto a
votare su Eluana assieme a Berlusconi. Come si fa ad andare avanti così, quando si vota all’unanimità (o quasi) la sostituzione di Ignazio Marino alla presidenza della
squadra del Senato che deve affrontare il tema del testamento biologico arrivato in prima linea?

Aggiungeteci le delusioni in sede locale, prima in Abruzzo poi a Napoli, Bassolino e Rosetta Iervolino fanno quello che vogliono, anche dopo il “commissariamento” della federazione del
Pd. A Firenze, le primarie danno la vittoria a un outsider, il giovane ex Margherita Renzi, contro le indicazioni – diverse – dell’ex sindaco Leonardo Domenici, dello stesso Veltroni e
pure di Pier Luigi Bersani.
Non un partito, ma una maionese impazzita.
Stamattina Veltroni dirà in conferenza stampa perché ha deciso di dire “basta”. Ma la ragione è una sola: la fusione non è riuscita e il partito rischia ora
di esplodere in tutti i suoi frammenti,

La riconferma delle dimissioni
Ci ha pensato per due ore nell’intervallo di pranzo e poi ha ribadito la stessa idea che l’aveva accompagnato per tutta la notte. Walter Veltroni non è più il segretario
del Partito democratico.
Il leader segue la sorte di un partito che non è riuscito a decollare, prigioniero della sue troppe anime. Lo stesso Veltroni, quando è iniziato il processo di fusione fra
Ds e Margherita, aveva avvertito che doveva trattarsi di “fusione fredda”. E invece è rimasta tale, tra mille distinguo dei gruppi dirigenti e una serie imprsssionante di
sconfitte elettorali.
Si fa strada, ora, l’ipotesi di congresso anticipato fra marzo e aprile, che sembra preferibile a quella di un “comitato dei notabili” che gestisca il passaggio elettorale. Domani
mettina è prevista una conferenza stampa del leader dimissionario. La reggenza del partito è affidata, intanto, al vicesegretario Franceschini. E prende corpo, a questo
punto, un’altra ipotesi, emersa da un vertice a cui hanno partecipato Enrico Letta, Rosy Bindi e Pier Luigi Bersani. I tre avrebbero chiesto al vicesegretario di fare il reggente del
partito finio al congresso previsto per il prossimo ottobre, di condurre quindi il partito fino alle europee e ai passaggi successivi. Da notare che Letta e la Bindi hanno capeggiato,
alle primarie, due delle liste che si erano contrapposte a Veltroni e che Pier Luigi Bersani ha annunciato, nei giorni scorsi, l’intenzione di candidarsi alla guida del partito, ma
regolarmente al congresso di ottobre, secondo i “tempi fisiologici”. Nessun congresso straordinario in vista, quindi. Ma solo un grande magma, di cui per ora ha scelto di pagare le
conseguenze il solo Veltroni.
Comunque, di ufficiale finora c’è solo che, secondo Andrea Orlando, portavoce del Pd, domani “Franceschini proporrà agli organismi dirigenti il percorso per affrontare il
seguito conseguente alle dimissioni del segretario, sulla base delle regole statutarie”. 

Il primo contraccolpo ieri mattina
Il primo contraccolpo della vittoria di Ugo Cappellacci in Sardegna, rimbalza immediatamente a Roma. Walter Veltroni si è presentato, infatti, questa mattina al vertice
già convocato dal Pd dopo il voto. “Il mio mandato è a disposizione”: ha detto il segretario dei Democratici. Ma, a quanto pare, il vertice del Pd avrbbe respinto le
dimissioni del leader. Già stamattina, del resto, Pier Luigi Bersani, l’unico ad essere uscito allo scoperto nella corsa per la segreteria, aveva detto di credere solo a
congressi che si tengono alle loro “scadenze fisiologiche”, cioè dopo le elezioni europee.
Il vertice del Pd sta cercando di tracciare la rotta fino alle elezioni europee. Alla riunione partecipano, oltre a Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di
Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro.
Ma i diversi interventi, interni ed esterni alla riunione, non hanno convinto il segretario, che ha ribadito: “Il mio mandato è a disposizione” e non sembra intenzionato a
recedere dalle sue dimissioni.

Le ipotesi in campo
Con le europee alle porte, sembrano impensabili delle dimissioni effettive del segretario del Pd. Ma è impensabile anche che Veltroni accetti di
continuare a farsi triturare dal gioco delle varie correnti e “anime”, che – anziché fondersi nel nuovo partito – hanno continuato a marcare i loro confini interni.
Ma nessuno dei partecipanti alla riunione avrebbe preso in seria considerazione l’ipotesi di un congresso anticipato, mentre Anna Finocchiaro avrebbe chiesto la convocazione della
direzione, non ritenendo il coordinamento la sede politica idonea per una vera discussione sull’analisi del dopo-Sardegna.
È possibile che Veltroni alla fine della riunione del pomeriggio chieda una sorta di nuova investitura, per avere un rinnovato mandato pieno così da ricalibrare la linea,
ma allo stesso tempo, far rientrare le critiche interne, ricompattando il partito. Ma c’è chi dubita che, al punto in cui sono giunte le cose, possa esserci una unità non
di facciata. C’è anche chi fa notare che il seggretario del Pd è alla quinta sconfitta consecutiva in un test elettorale.
Insomma la situazione è quanto mai complessa.

Un Rutelli a doppia lettura
A doppia lettura l’intervento di Francesco Rutelli, affidato a Facebbok. “Non si torna indietro. L’esperienza di Margherita e Ds è conclusa. Ora Veltroni faccia quello che non
è riuscito a fare finora. Ha il pieno rinnovo della mia fiducia per fare un partito nuovo”: dice l’uomo politico che, appena domanica scorsa, aveva annunciato al Coriere della
Sera la sua intenzione di lasciare il Pd se non si cambiava linea politica.
“Guardando indietro, non andremmo lontano. Non guardiamo – aggiunge l’ex vicepremier – neppure ai mesi scorsi: se in Abruzzo il Pd ha preso meno voti popolari della sola Margherita
nelle regionali precedenti, c’era una situazione particolare a giustificarlo. Ma in Sardegna, non soltanto Soru ha preso nove punti meno del suo avversario; il Pd, con i risultati
finora pubblicati, prende meno voti di Ds e Margherita (erano stati 205.000 nelle regionali precedenti) pur avendo assorbito la lista di Soru (Progetto Sardegna, oltre 66.000 voti). E
allora, se ieri avevo espresso entusiasmo per la vittoria di Renzi, oggi dico: gettiamo tutte le energie e capacità del Pd in proposte, idee e mobilitazioni popolari per
rispondere – conclude Rutelli – alla crisi della crescita economica e del lavoro. Apriamo, uniti, la nostra sfida elettorale”.

Chiti: “Il problema non è la leadership, ma le correnti”
“Il Pd non ha bisogno delle dimissioni di Walter Veltroni. Non esiste a mio giudizio un problema di leadership”: lo dice Vannino Chiti, vicepresidente del Senato. “Rinnovo la mia
fiducia al segretario – aggiunge – e gli chiedo di portare avanti un’opera di rinnovamento politico e culturale. Abbiamo bisogno non di cambiare il segretario ma di unità
politica e di mettere al bando le correnti che con il loro spirito di divisione rischiano di soffocare il partito nuovo che vogliamo costruire”.

Angelo Angeli

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