Paolo Massobrio boccia i cenoni delle feste: anacronistici e noiosi

Paolo Massobrio boccia i cenoni delle feste: anacronistici e noiosi

E’ possibile superare indenni i cenoni in programma per le feste?
Come ogni anno l’incubo dell’abbuffata avanza e le ore dedicate alla convivialità scorrono in ricordi di innumerevoli portate, buchi della cintura da allargare, estenuanti maratone
culinarie.

“La soluzione?
Il ritorno del menu alla francese” – dichiara Paolo Massobrio, fondatore di Papillon e autore del libro per la famiglia “Adesso” (Comunica Edizioni) – significa abolire le portate, ma mettere
tutto in tavola dando lo spazio, magari, ad una sola portata di sostanza.
E questo per lasciare ai commensali la libertà di scegliere le porzioni che desiderano, ma anche evitare che qualcuno, a Natale, rimanga relegato in cucina.
Insomma meno forma e più sostanza dedicata alla convivialità o, come ebbe a dire una mia collega “più affetti e meno affettati”.

Il fondatore di Papillon, che da tre anni accompagna la gente con il libro “Adesso”, dove con una pagina al giorno vengono trasmessi quei saperi che tra generazioni non vengono più
comunicati, è esplicito:
“Il gusto di stare insieme non può essere relegato solo a fare andare le mandibole.
C’è anche bisogno di stare insieme davanti a qualcosa di bello: da ascoltare, da comunicarsi.
Ma avete notato che alla fine di un pranzo non si canta più?
E’ la conseguenza dell’individualismo, della solitudine, per cui si delega a una forma il piacere del ritrovo”.
“Ma la verità – continua con sorpresa Massobrio che fra l’altro firma anche un libro di 1000 pagine che porta il nome di “Golosario” – è che siamo anche ipernutriti oppure nutriti
in modo disordinato e quindi in sovrappeso.
I cenoni dunque possono anche creare del disagio oggi, oppure, come si legge in questi giorni dall’Osservatorio del Grana Padano, addirittura essere causa dell’aumento del rischio di ictus e
infarto per l’eccessivo consumo di cibi molto calorici”.

Massobrio propone allora, per Natale, il passaggio dal menu alla russa attualmente in uso, a base di molteplici portate che si susseguono tra loro, al cosiddetto menu alla francese, all’insegna
di una ritrovata dimensione di tradizione, che fra l’altro uccide i tempi delle varie digestioni dei pranzi prolungati.

Nasce allora una domanda legittima: che cos’è la tradizione?
La radice etimologica della parola contiene in sé due aspetti differenti, ovvero, il significato della trasmissione, in forme e modalità diverse, ma anche quello del
tradimento.
“La tradizione, quindi, non risulta la trasposizione esatta del passato nel nostro presente, bensì “la capacità di trarre dal passato ciò che é attuale nel presente” –
come afferma il critico enogastronomico col papillon – “Significa, in poche parole, accorgersi che le forme della convivenza stanno cambiando, per cui dal passato bisogna trarre ciò che
vale e perdere ciò che è un peso.
Anche perchè manca un personaggio fondamentale del passato, che è la massaia.
Oggi non c’è più, al suo posto c’è una donna che lavora come l’uomo e che magari arriva alla vigilia delle feste con lo stesso giusto desiderio di riposo e relax.”

E il vino?
La domanda è d’obbligo per chi pure, è uscito sotto le feste con il suo quarto libro dedicato al vino: “I Giorni del Vino” (Einaudi).
“Il vino è forma di comunicazione di un affetto, come anche il cibo consumato insieme che significa partecipazione alla vita.
Si scelgano dunque le migliori bottiglie che teniamo in cantina, perchè nessun vino è intoccabile o da museo.
Le bottiglie – come diceva Giacomo Bologna – vanno liberate.
Anche a Capodanno – io dico – si apra la bottiglia con cui veramente si vuole augurare il meglio a noi e a chi ci è vicino”.
Paolo Massobrio – ClubPapillon.it

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