Non è lecito dire all'impiegato della PA che si deve guadagnare lo stipendio

La quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 43807 del 24 ottobre 2007, ha stabilito che il cittadino non può dire ad un dipendente pubblico di guadagnarsi
lo stipendio né offenderlo in segno di reclamo contro procedure ritenute ingiuste o contro disservizi da parte della PA.
La Corte, in particolare, ha confermato la decisione della Corte di Torino, che aveva condannato un cittadino ad una multa di 300 euro ed al risarcimento del danno per ingiuria continuata nei
confronti di un impiegato della pubblica amministrazione.

Fatto – Il cittadino aveva cercato di iscriversi ad un corso di ginnastica per la terza età, ma gli era stato risposto che i posti disponibili erano già stati assegnati e
che avrebbe dovuto inserirsi in lista d’attesa ed aspettare la rinuncia di qualche iscritto.
L’uomo, rilevando l’ingiustizia dell’assegnazione dei posti prima che gli interessati formulassero le domande, aveva dato in escandescenze, dicendo al dipendente incaricato che “avrebbe dovuto
guadagnarsi lo stipendio da un punto di vista etico, ma che purtroppo non avveniva, e che i dipendenti pubblici erano una massa di lazzaroni e raccomandati e che se fosse stato un dipendente di
un’azienda privata sarebbe stato licenziato, atteso il mancato rendimento sul lavoro”.
In seguito, avendo riscontrato la presenta per le strade di manifesti che pubblicizzavano il corso, l’uomo era tornato negli uffici, affermando in tono sarcastico: “Siete delle aquile”.

Le ragioni del cittadino – Il ricorrente sosteneva la non configurabilità delle espressioni ingiuriose, l’insussistenza dell’elemento soggettivo, l’applicabilità della
scriminante ex art. 599 CO e/p della scriminante speciale di cui all’art. 4 D.lgs. 288/44 (condotta arbitraria ed ingiusta dei dipendenti dell’ufficio). Il ricorrente, dunque, aveva denunciato
il vizio di motivazione per mancanza di illogicità manifesta, sostenendo che le sue parole non costituissero un “attacco diretto verso l’impiegato”, ma la “reazione ad un ulteriore
esempio di disservizio” della PA consistente “nel pubblicizzare il corso di attività moratoria, ad iscrizioni ormai compiute, e quindi nel creare confusione ed inutili aspettative negli
utenti”.

La decisione della Cassazione – La Corte, pur rilevando le anomalie nelle procedure seguite dalla PA nell’organizzazione del corso, ha osservato che le frasi pronunciate dall’aspirante
partecipante sono “inconfutatemente offensive” e che il cittadino “non poteva travisare il ruolo del suo interlocutore aule mero preposto a fornirgli spiegazioni di decisioni di cui non era
autore ed in minima parte responsabile, e ad accogliere i reclami”.
La Corte, pertanto, non ha riconosciuto alcuna scriminante ed ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte di Torino e condannando il cittadino al pagamento delle spese del
procedimento.

Suprema Corte di Cassazione, sentenza n. 43087 del 24 ottobre 2007
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