L'Istat ha fissato nel 12,3% l'aumento medio dei prezzi del pane dal dicembre 2006

Secondo le ultime rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico, tra ottobre e novembre il pane è aumentato anche se in misura diversa in 29 città
sulle 38 che compongono il campione considerato per l’indagine mensile. L’Istat, a sua volta, ha fissato nel 12,3 per cento l’aumento medio dei prezzi del pane dal dicembre 2006.

Sono dati che preoccupano per due ordini di motivi. Da una parte, il reiterarsi di una tendenza all’aumento, che si è manifestata subito dopo l’estate; dall’altra, il persistere di un
atteggiamento accusatorio nei confronti della categoria da parte di molti che, sulla base dei dati citati, propinano alla pubblica opinione analisi fatte a spanne, più attenti a curare
la propria immagine che non un’interpretazione seria e meditata delle cifre.

Partiamo dal primo motivo – Come ha sottolineato il presidente Jerian, in una dichiarazione alla stampa, ai panificatori «non piace a nessuno aumentare il prezzo del pane».
D’altra parte, non è pensabile che le aziende del settore possano ignorare l’incremento di tutti fattori che vanno a comporre il prezzo del prodotto finale: dal costo del lavoro, a
quello dell’energia; dalle materie prime, ai trasporti; dalle macchine e attrezzature di laboratorio, alle tasse. L’inflazione non incide soltanto sui bilanci di chi compera il pane, ma anche
su quelli di chi lo produce. Come dimostra il fatto che anche le industrie di settore, pur potendo avvalersi di ben altre economie di scala per assorbire i maggiori costi, hanno dovuto
aumentare i propri listini prezzi. E, forse, il futuro prossimo ci riserva qualche altra sgradita sorpresa, perché a una situazione già pesante si aggiungeranno gli effetti degli
ulteriori incrementi del prezzo della benzina e quelli derivanti dall’entrata in vigore del nuovo contratto nazionale di lavoro per il settore della panificazione, firmato lo scorso dicembre.

C’è, dunque, preoccupazione. Non è facile per i fornai mettere d’accordo l’esigenza di garantire la sopravvivenza alle proprie aziende e quella di rispettare la funzione sociale
da sempre attribuita alla categoria. Da questo punto di vista, è essenziale non solo l’azione della Federazione ma anche quella delle associazioni territoriali, che devono assistere i
propri associati a gestire con equilibrio e moderazione una situazione di mercato certo on facile.

Il secondo motivo di preoccupazione nasce dall’interpretazione spesso parziale e scorretta che viene fatto dei dati riguardanti la dinamica dei prezzi del pane.

Intanto, valutando il 12,3 per cento di aumento su base annua, si deve tenere presente che si tratta di un dato medio, riferito a tutto il Paese. Una analisi delle rilevazioni mostra che in
qualche area gli aumenti sono stati più consistenti e in altre non ci sono stati affatto. Le tabelle dell’Osservatorio prezzi del evidenziano anche che gli aumenti registrati tra
settembre e novembre hanno interessato quasi esclusivamente i prezzi dei pani che si collocano nella fascia media. I prezzi del pane compreso nella fascia minima sono stati aumentati solo in
nove città del campione. Un altro elemento importante, per una corretta valutazione del comportamento dei panificatori artigiani in queste circostanze, riguarda il periodo su cui gli
aumenti vanno «spalmati». In alcune aree, infatti, i prezzi non venivano ritoccati da qualche anno e, dunque, il recupero ha necessariamente avuto maggiore consistenza.

Qualche parola, infine, sul fatto che i commentatori si fermano, generalmente al dato percentuale. Il pane, lo abbiamo sottolineato più volte, sconta ancora nell’immaginario collettivo
la funzione di elemento indispensabile alla sopravvivenza. Come sappiamo bene, così non è da molto tempo, ma fa certo effetto leggere che a Napoli il prezzo della fascia minima
è aumentato del 25 per cento tra ottobre e novembre. Un effetto che si ridimensiona bruscamente, valutando le cifre assolute: da 1,20 a 1,50 euro. Cioè 30 centesimi di aumento che
corrispondono, per il consumo medio pro-capite della provincia (160 grammi) a un aggravio di 4,8 centesimi il giorno.

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