Licenziamenti nulli se il cessionario si è obbligato a mantenere in servizio i dipendenti stessi

Con la sentenza dell’8 novembre 2007, n. 23276 la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha stabilito che sono nulli i licenziamenti effettuati dalla società che ha comprato un ramo
d’azienda e che in tale circostanza si è obbligata a mantenere in servizio i dipendenti stessi.
Per la Cassazione il rapporto di lavoro doveva continuare con il cessionario succeduto al cedente ex articolo 2112 del cod. Civ. (“Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di
trasferimento d’azienda”).

Fatto e diritto – Un’azienda della grande distribuzione aveva ceduto una ramo della stessa a un altro grande gruppo del settore, affittando un ramo d’azienda con decorrenza dal primo
gennaio dell’anno dopo. Il successivo 28 febbraio sarebbe poi scaduto il contratto d’affitto di quel ramo d’azienda stipulato con una srl.
In tale contesto alcune dipendenti non avevano accettato i licenziamenti effettuati dalla srl avvenuti a seguito della cessione del loro contratto di lavoro. Le lavoratrici, infatti, ritenevano
che il contratto di affitto di azienda fosse da ritenere nullo in quanto la suddetta società fungeva da mera intermediaria, ed avevano chiesto la condanna, in solido o in alternativa,
delle società coinvolte al pagamento delle retribuzioni non percepite per 3 mesi, con la conseguente regolarizzazione contributiva; la declaratoria di illegittimità del
licenziamento collettivo, per non aver osservato gli adempimenti della legge n. 223 del 1991 e, quindi, sul presupposto della nullità del contratto di affitto, la condanna alle
conseguenze economiche e contributive di cui all’art. 18 stat. lav., ed ancora la condanna di entrambe le convenute a corrispondere comunque l’indennità sostitutiva di preavviso, il tfr
e le altre somme dovute per la liquidazione del rapporto.
Dopo la costituzione in giudizio della sola azienda cedente della grande distribuzione, il Tribunale rigettava le domande spiegate contro la società cessionaria ed accoglieva quelle
avanzate nei riguardi della srl che aveva proceduto poi ai licenziamenti.
Contro tale sentenza, i lavoratori proponevano ricorso in Appello che, in parziale accoglimento della impugnazione, condannava la società cessionaria a corrispondere ai singoli
lavoratori le somme indicate in dispositivo.
Tuttavia non si aveva prova certa di una simulazione del contratto di affitto, e quindi non si era raggiunta la prova di una interposizione della manodopera, ma doveva configurarsi la
fattispecie regolata dall’art. 2112 c.c. di cessione del ramo d’azienda, volto a garantire la continuità del rapporto di lavoro tra cedente e cessionario. In altri termini, quando la
cessionaria aveva acquistato il ramo d’azienda si era obbligata a mantenere in servizio i dipendenti, che erano stati temporaneamente impiegati nell’unità predetta, gestita
temporaneamente dalla srl sino alla scadenza del contratto di affitto.
Ne conseguiva che dal 1 marzo 1999 i lavoratori dovevano considerarsi ancora alle dipendenze della cessionaria non risultando in contrario sostenibile che il contratto di affitto era stato
prorogato, dal momento che tale proroga doveva assumere per volontà delle parti contraenti recepita in una apposita clausola.
Per tutte le suddette ragioni, il licenziamento intimato dalla srl doveva considerasi nullo in quanto proveniente da soggetto non titolare del rapporto lavorativo.
Contro tale sentenza la società cessionaria ha proposto allora ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione – La Cassazione ha accolto quanto disposto dalla Corte d’appello che ha escluso che si avverasse una ipotesi di intermediazione di manodopera o di
una simulazione del contratto di affitto tra la società cedente e la srl per carenza probatoria sull’elemento soggettivo richiesto.
La Corte, inoltre, ha ritenuto che tra società cedente e cessionaria vi fosse stata una successione del ramo d’azienda ex art. 2112 c.c., per essersi la cessionaria nei riguardi della
cedente “obbligata a mantenere in servizio i dipendenti impiegati nell’unità produttiva” presso la quale gli attuali controricorrenti avevano prestato la loro attività.
La Corte d’appello aveva poi dato rilievo decisivo ad un clausola del contratto di affitto di azienda intervenuto tra la società cedente e la srl, che prevedeva che ogni modifica al
suddetto contratto dovesse avvenire con la forma scritta; clausola che non poteva non riguardare anche la proroga dell’iniziale scadenza del contratto di affitto. Da qui la conseguenza che, non
essendo intervenuta una proroga scritta, l’efficacia dell’affitto era cessata sicché il licenziamento operato dalla srl doveva ritenersi nullo, con l’ulteriore effetto che il rapporto
lavorativo doveva continuare con la cessionaria succeduta alla cedente.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 23276 dell’8 novembre 2007
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