L'accertamento del danno biologico permanente

La Sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza del 16 ottobre 2007, n. 21603, ha fornito le istruzioni per la liquidazione del danno biologico del dipendente affetto da
malattia professionale, quando la malattia professionale va avanti tra alti e bassi. Per la Cassazione infatti ha avuto rilievo il fatto che il quadro tecnopatico del dipendente fosse
migliorato.

Fatto e diritto
Un dipendente affetto da malattia professionale ha convenuto in giudizio l’Inail al fine di ottenere il riconoscimento della rendita per inabilità lavorativa da dermatite allergica da
contatto.
Il giudice di primo grado al riguardo ha dichiarato il diritto dell’assicurato alla rendita per inabilità permanente nella misura del 12% con decorrenza dalla data della domanda
amministrativa, e del 7% dalla data della consulenza tecnico legale, condannando l’Inail al pagamento dei ratei arretrati.
La Corte d’Appello aveva rigettato l’appello principale dell’Inail, che aveva chiesto il rigetto della domanda avversaria, ed aveva accoto, invece, l’appello incidentale del dipendente,
dichiarando che quest’ultimo aveva diritto all’indennizzo in capitale per danno biologico nella misura del 12% con decorrenza dalla data della domanda amministrativa, e condannando l’Inail a
corrispondere il predetto indennizzo con gli interessi.
Contro tale sentenza d’appello l’Inail ha ricorso in Cassazione.

La normativa
Il D.Lgs 23 febbraio 2000, n. 38, all’art. 13, al primo comma definisce, in via sperimentale” ed ai fini dell’assicurazione obbligatoria, “il danno biologico come la lesione
all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona”, precisando ulteriormente che, al contrario di quanto avviene, anche nell’assicurazione obbligatoria,
per il risarcimento del danno patrimoniale, le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del
danneggiato.”
Ai fini del risarcimento rileva il danno biologico permanente, quello che è stabilizzato ed è tendenzialmente definitivo in base ad una ragionevole previsione, senza che questo
escluda necessariamente la possibilità di una successiva evoluzione delle condizioni dell’assicurato. Lo stesso art. 13 prevede ipotesi di revisione o, comunque, di modificazione delle
prestazioni, in particolare al comma 7, ed ai commi 4, 5 e 6).
Il citato D.Lgs 23 febbraio 2000, n. 38, all’art. 13, comma 2, sub a), fa espresso riferimento, sia pure ai fini dell’individuazione dell’età dell’assicurato da prendere a base per il
calcolo attuariale, “al momento della guarigione clinica” ed al riguardo la norma prevede anche che il danno biologico di entità tra il 6% ed il 16% sia erogato in capitale, e che questa
forma di liquidazione assorba il danno funzionale in un’unica voce complessiva come si ricava a contrario dalla previsione contenuta nella successiva lettera b), secondo cui solamente “le
menomazioni di grado pari o superiore al 16 per cento danno diritto all’erogazione di un’ulteriore quota di rendita per l’indennizzo delle conseguenze delle stesse”.
L’ottavo comma dello stesso art. 13 prevede che l’Inail abbia la facoltà di liquidare una rendita provvisoria, “quando per le condizioni della lesione non sia ancora accertabile il grado
di menomazione dell’integrità psicofisica e sia, comunque, prevedibile che questa rientri nell’ambito dell’indennizzo in capitale”.
La liquidazione definitiva deve essere effettuata “non prima di sei mesi e non oltre un anno” dalla notizia della avvenuta stabilizzazione clinica, e precisamente “dalla data di ricevimento del
certificato medico constatante la cessazione della inabilità temporanea assoluta”.
Questo dell’anno a disposizione dell’Istituto assicuratore per provvedere costituisce così il termine massimo ammesso cui occorre fare riferimento per la liquidazione definitiva.
Il legislatore ha ritenuto che un danno biologico che non sia di particolare gravità (in concreto con postumi di misura intercorrente tra il 6% ed il 16%) abbia raggiunto un grado
sufficiente di tendenziale definitività, per consentire la sua liquidazione in capitale, entro il termine di un anno dalla avvenuta stabilizzazione dei postumi.

Le ragioni del dipendente
Il dipendente ha sostenuto che dalla consulenza recepita dal giudice di appello, è risultato che la misura del 12%, per la quale era stato riconosciuto l’indennizzo per il danno
biologico, era commisurata non ai postumi stabilizzati, ma quelli relativi ad una fase acuta della dermatite, quella riscontrata al momento della presentazione della domanda amministrativa.
Invece, cessata questa fase acuta, che non si era più ripresentata una volta che l’assicurato era stato adibito ad altre mansioni, i postumi si erano stabilizzati ed erano stati valutati
dal medesimo consulente tecnico nella misura del 7%.
Pertanto i postumi stabilizzati derivati dalla patologia dedotta dall’assicurato erano del 7% e non del 12%, e perciò la sentenza era errata nella parte in cui aveva riconosciuto il
diritto del lavoratore all’indennizzo del danno biologico nella misura del 12% e non del 7%.

La decisione della Cassazione
Per la Corte di Cassazione la nuova disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 38 del 2000 prevede un indennizzo in capitale per danno biologico quando risulta una menomazione conseguente alle
lesioni alla integrità psicofisica in misura ricompresa tra il 6% ed il 16%, ma ha ritenuto che non potesse incidere sulla liquidazione la circostanza che successivamente il quadro
tecnopatico fosse migliorato comportando, sempre in base all’accertamento peritale, un danno biologico pari al 7%.
Per la Cassazione nel caso di malattie professionali che siano soggette a periodi di acuzie e a periodi di regressione – come avviene ad esempio appunto nel caso di specie (di dermatite da
contatto di calce e cemento) – l’individuazione del danno biologico permanente deve essere effettuata con riferimento alla situazione esistente, come termine massimo, alla scadenza dell’anno
dalla notizia dell’avvenuta stabilizzazione dei postumi, ma tenendo conto, in un’operazione di bilanciamento, di tutto il complesso dei fattori rilevanti, e perciò anche della frequenza
e durata delle diverse fasi di acuzie e di regressione, di maggiore e di minor intensità degli effetti della malattia e dell’entità di essi nel corso delle varie fasi, come pure
di possibili limitazioni nelle mansioni lavorative da svolgere o nella vita sociale.
Così è stata rigettata la decisione del giudice di secondo grado ed è stato accolto il ricorso dell’Inail che aveva lamentato che all’assicurato fosse stata riconosciuta
una rendita per inabilità lavorativa nella misura del 12% per una dermatite allergica da contatto, in quanto anche la consulenza recepita dal giudice di appello era commisurata non ai
postumi stabilizzati della patologia ma a quelli relativi a una fase acuta, riscontrata al momento della presentazione della domanda amministrativa per la rendita.
Per la Cassazione non poteva essere rilevante da incidere sulla liquidazione il fatto che, nel frattempo, il quadro tecnopatico dell’assicurato era migliorato comportando, sempre in base
all’accertamento di una perizia, un danno biologico pari al solo 7 per cento.

Suprema Corte di Cassazione, Sezione lavoro, sentenza n. 21603 del 16 ottobre 2007
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