La verità sulla Social card: numeri risibili, paletti di reddito troppo bassi, così è fallita l'idea di Tremonti (e chi ha una cantina finisce fuori)
16 Gennaio 2009
Non si placa la polemica delle Social card, neanche dopo i dati aggiornati diffusi oggi dall’Inps. Se è vero, infatti, che a distanza di un
mese il numero dei beneficiari è cresciuto (da circa 330.000 a 423.868), si è comunque ancora ben lontani dalla platea di 1.300.000 aventi diritto prevista da Tremonti.
“Sono state accolte”, spiega l’Inps, “circa il 73% del numero totale di richieste presentate. E i tre quarti delle 580.268 richieste hanno ottenuto
l’accredito sulla carta emessa dalle Poste”.
Nella provincia di Milano, nello specifico, risultano attive 8.919 carte (su 11.872 domande); in quella di Roma 27.149 carte (su 37.763 richieste); e a
Napoli 64.347 (su 88.852).
Numeri che, paragonati alla popolazione di queste tra immense realtà, la dicono tutta sull’incidenza effettiva dell’iniziativa del governo.
Per l’opposizione una via crucis, per il sindacato pensionati una bufala
Il Pd va all’attacco, e accusa Tremonti di aver orchestrato una via crucis. Lo dice per voce del ministro della Semplificazione del governo
ombra, Beatrice Magnolfi, che definisce l’iter per avere in mano la carta acquisti: “Si fa la fila al Caf per compilare l’Isee, il più delle volte ritornando una
seconda volta perché manca parte della documentazione; poi c’è il turno alle Poste, per ricevere il modulo. Se tutto va bene si riceve la carta, che però, per
essere valida, deve aspettare gli accertamenti dell’Inps. Le verifiche sono andate a buon fine? Non è finita, perché si deve aspettare che arrivi a casa la lettera del
Ministero dell’Economia con il Pin personalizzato; e alla fine può anche succedere che scendendo al negozio il commerciante non è abilitato al circuito Mastercard, e al
secondo tentativo scoprire che i soldi non sono stati caricati”.
Luciano Caon, segretario nazionale Spi Cgil (il Sindacato dei pensionati italiani), è altrettanto categorico nel commentare l’Operazione Social card:
“un’operazione mediatica eccezionale, rivelatasi concretamente un grande bluff”.
Il problema irrisolto delle card “inattive”: un incubo
Caon usa parole dure, ma ce ne spiega le motivazioni: “Ancora oggi ci arrivano segnalazioni di pensionati che solo alla cassa capiscono che la
propria card non è stata attivata. Senza un avviso, un avvertimento, niente. Un iter faticoso che si può concludere con una beffa”.
Com’è possibile? “Il ministero dell’Economia si è preso tutti gli onori dell’operazione, scaricando gli oneri su Inps e Poste Italiane. E attivando una
catena troppo macchinosa per essere efficace. Dentro ci sono le Poste, l’Inps, Mastercard, le catene di distribuzione. Era prevedibile che si creasse un “corto
circuito”.
Guido Girolamo, del dipartimento Previdenza Spi, sottolinea, a sua volta, che la separazione temporale tra la ricezione della Card e la sua attivazione è un passaggio critico:
“Se vado alle Poste e il mio modulo è compilato in modo corretto, ricevo la Carta; ma solo in un secondo momento, dopo gli accertamenti dell’Inps, scopro se ho diritto
o no a usarla, se i soldi, in altre parole, sono stati caricati. Un problema che si poteva facilmente evitare, accreditando l’importo direttamente sulla pensione”.
Gli strani casi: possono favorire i meno bisognosi
Stupore e sconcerto a parte, possibile che ci siano tanti problemi? Le condizioni di accesso sembrano chiare. “Sì, prese singolarmente. Ma
la combinazione dei 14 punti per averne diritto crea una combinazione complessa. Che in qualche caso può perfino danneggiare i più bisognosi”, ci spiega l’addetto
ai lavori.
E ne illustra il perché. “Per avere diritto alla tesserina, ad esempio, non si può essere proprietario, con una quota uguale o superiore al 25%, di più di un
immobile ad uso abitativo. Ma se io vivo in affitto, ho una casa di proprietà, e di una terza ne possiedo una sotto al 25%, ne ho diritto contro chi, magari, vive in condizioni ben
peggiori di me”.
Garage e cantine sotto accusa: fuori anche chi ha l’usufrutto
Altro problema sono poi i garage e le cantine, ossia gli “immobili non ad uso abitativo” che rientrano nella categoria catastale C7, e
secondo le regole escludono dagli aventi diritto chi ne possiede una quota superiore o uguale al 10%.
“Peccato”, ci dice Girolamo, “che nelle grandi città il numero di chi possiede una cantina sia elevatissimo, e nelle province i garage siano un bene comune,
annesso alle abitazioni. Se fino a qualche anno fa le cantine erano accatastate nella stessa categoria delle abitazioni, oggi non è così, e la platea fuori dalla Social card
si amplia anche per questo”.
Non solo, continua, anche se la cantina e il garage fosse passato di proprietà ai figli del pensionato, che magari ne mantiene comunque l’usufrutto, si applica la stessa
regola, e la conclusione è: niente Social card.
Le utenze domestiche in contraddizione con il 25% del secondo immobile
Un’altra contraddizione individuata dallo Spi Cgil è l’utenza domestica, (luce e gas) di cui non si può possedere più di
un’unica intestazione. Ma se la stessa legge prevede che si può avere un immobile per una quota non superiore al 25%, a qualcuno quell’utenza domestica sarà pur
intestata. “Prendiamo 4 fratelli che hanno magari una catapecchia in campagna lasciata dai vecchi genitori. Uno dei 4 non potrà avere la sScial card, perché anche se
rientra nel 25% di proprietà previsto dalla legge, avrà due utenze domestiche. Ed è fuori”.
Michela Rossetti




