La GDO e il vaso di Pandora: pagamenti e nuove norme, operazione trasparenza

La GDO e il vaso di Pandora: pagamenti e nuove norme, operazione trasparenza

La GDO e il vaso di Pandora, operazione trasparenza
 
A gennaio 2012, come per incanto, si è scoperchiato il vaso di Pandora. Resi pubblici all’improvviso tutti quei mali della distribuzione moderna per lungo tempo secretati dai loro
protagonisti. Ma una volta rivelati i problemi non è più possibile rimetterli nel vaso e provare a mascherarli. Meglio fare trasparenza, ‘from the farm to the fork’.
 
Pagamenti regolari, un eufemismo.
I rappresentanti della grande distribuzione affermano di essere “trasparenti e corretti, nei pagamenti come nelle relazioni commerciali”.[1] Tuttavia lamentano un ‘danno finanziario’ di 6
miliardi di euro per effetto della norma[2] che ha introdotto l’obbligo di pagare i prodotti alimentari entro 60 giorni dalla consegna o fattura (30 giorni per i deperibili e i prodotti
agricoli).
 
Considerato che la GDO non fa scorte e mediamente incassa in 15 giorni i prezzi delle merci che paga ai suoi fornitori alcuni mesi dopo,[3] più che di ‘danno’ si dovrebbe parlare di
‘mancata rendita’: il termine legale di pagamento mette fine alla rendita finanziaria di un operatore il cui ‘core business’ si noti bene non è la finanza bensì la
compra-vendita di beni di consumo.
 
E se davvero la mancata rendita valesse a 6 miliardi di euro per la grande distribuzione, la mancata esposizione debitoria dei suoi fornitori presso le banche varrebbe circa 30 miliardi di euro.
Considerato che il capitale costa (ai fornitori) almeno cinque volte quanto rende (alla GDO), con una stima approssimativa del 10% di interesse sui debiti e del 2% di resa del capitale.
 
Pratiche corrette, un altro eufemismo.
Si riporta copia di una lettera inviata da una catena della grande distribuzione a un suo fornitore alimentare, nella quale si arroga uno sconto dell’1,20% a titolo di ‘contributo marketing’ di
fine anno, che esula dalla realizzazione di alcun obiettivo di vendita, oltre a pretendere 20.000€ per inserire 5 prodotti nei suoi ipermercati (il c.d. ‘listing fee’) per l’anno a
seguire.
All’inizio della lettera é riportato un messaggio incomprensibile per i non addetti: “l’accordo commerciale sarà del 22,5%”. Cosa vuol dire? Il c.d. ‘accordo commerciale’
é la somma di una serie di ‘sconti’ che la GDO si auto-attribuisce. Una somma che potrebbe comporsi, ad esempio, dei seguenti fattori:
– 16% a titolo di ‘contributo promozionale’ (a fronte di 3-4 presenze dei prodotti sui volantini del supermercato),
– 3% come ‘premio di fine anno’,
– 2% per ‘contributo marketing’ (ulteriore rispetto a quello già imposto, ma ‘Cosi é se vi pare’, altrimenti andate a scaricare i Vostri tir ai mercati rionali),
– 1,5% di ‘servizi di centrale’ (d’acquisto).
Questa somma – pari al 22,5% sul prezzo di acquisto delle merci – rappresenta l’onere contrattuale per il fornitore, che va ad aggiungersi ai c.d. ‘listing fee’ e ai contributi una tantum
(come quelli per l’apertura o il rinnovo dei punto vendita, le promozioni speciali e vari altri), conteggiati separatamente. Nel gergo della distribuzione, questo ‘accordo commerciale’
rappresenta un ‘margine di secondo livello’, che si aggiunge al c.d. ‘margine di primo livello’ invece costituito dalla differenza tra il costo di acquisto e il prezzo di vendita. Il
margine complessivo della distribuzione tra 1° livello e 2° livello, secondo quanto ci riferisce il lettore, supera il 35%.

Voci da Strasburgo.
Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione “sugli squilibri della catena di
distribuzione alimentare”
, ha riportato un elenco non esaustivo di pratiche che dovrebbero essere vietate per garantire il buon funzionamento della filiera alimentare:
 
I) accesso ai dettaglianti:
 
i) versamento di anticipi per l’accesso ai negoziati
ii) compensi per l’inclusione nei listini
iii) commissioni d’ingresso
iv) determinazione dei prezzi per lo spazio sugli scaffali
v) imposizione di promozioni
vi) ritardi nei pagamenti
vii) determinazione dei prezzi
viii) clausola del cliente più avvantaggiato
 
II) condizioni contrattuali inique o modifiche unilaterali alle condizioni contrattuali:
 
i) modifiche unilaterali e retroattive delle condizioni contrattuali
ii) violazione unilaterale del contratto
iii) clausole/commissioni di esclusività
iv) imposizione di un contributo “forzato” per i marchi privati
v) imposizione di modelli contrattuali standard
vi) pratiche di ritorsione
vii) accordi contrattuali non scritti
viii) recupero del margine
ix) sconti globali
x) ritardi nei pagamenti
xi) imposizione di pagamenti per il trattamento/smaltimento dei rifiuti
xii) acquisti di gruppo/trattative comuni
xiii) aste invertite (al ribasso)
xiv) termini di consegna irrealistici
xv) imposizione di un (determinato) fornitore di imballaggi o di materiale da imballaggio
xvi) imposizione di una (determinata) piattaforma logistica o di un (determinato) operatore
xvii) pagamento per la copertura di promozioni (non concordate in anticipo)
xviii) ordinazioni eccessive di un prodotto destinato alle promozioni
xix) pagamento per il mancato conseguimento di determinati livelli di vendite
xx) imposizione ai fornitori di uno sconto supplementare per vendite superiori a un determinato livello
xxi) ritiro unilaterale di prodotti dagli scaffali dei negozi
xxii) imposizione della restituzione incondizionata della merce (invenduta)
xxiii) imposizione ai fornitori di costi connessi al ritiro o al furto di prodotti
xxiv) imposizione ai fornitori di costi irragionevoli connessi a reclami dei clienti.”
 
La realtà supera la fantasia.
Ma quali conseguenze avrà il divieto delle pratiche commerciali manifestamente inique https://ilfattoalimentare.it/gdo-pratiche-scorrette-esempi.html E’ difficile credere allo spettro
dell’aumento dei prezzi al consumo, agitato dal Presidente di Coop Italia in una recente intervista al Fatto Alimentare . Certo è che la GDO
dovrà riorganizzare i propri processi, lavorare sull’efficienza di logistica e distribuzione. Ed è probabile che i rapporti contrattuali saranno semplificati, all’insegna della
trasparenza e della prevedibilità.
 
Giova infine annotare che la vera e propria opera di moralizzazione introdotta dall’articolo 62 del decreto liberalizzazioni investirà tutti i rapporti di fornitura all’interno della
filiera agroalimentare. Ivi comprese quelle fasi di mediazione nei grandi mercati ortofrutticoli che a volte pur incappano nelle indagini anti-mafia. Una ragione in più per dare il
benvenuto alle nuove regole.
 
Dario Dongo
 
PS: anche il ‘Financial Times’ ha iniziato a occuparsi degli squilibri nella filiera distributiva alimentare: si veda l’articolo “Low prices disrupt investment cycle”,
15.2.12 di  Louise Lucas

[1] Enrico Migliavacca, V. Presidente ANCC-Coop, in intervista su L’Unità del 19.2.12
[2] D.L. 24.1.12 n. 1, c.d. ‘decreto-liberalizzazioni’, art. 62, comma 3
[3] L’antico motto ligure “per pagare e morire c’e sempre tempo” viene preso alla lettera in tutta Italia dove i tempi di pagamento delle forniture alimentari  – secondo quanto riferito da
una ‘gola profonda’ della GDO nell’intervista di Luigi Chiarello per ‘Italia Oggi’ l’11 febbraio 2012  – variano tra i 120 e i 180 giorni. Come non bastasse, “C’e’ anche il mancato rispetto
dei tempi di pagamento rispetto a quanto stipulato.
Un problema che in tempi di crisi diventa frequente.
La GDO nella pratica non rispetta i tempi. Dovrebbero scattare gli interessi di mora, ma difficilmente il fornitore ne chiederà conto alla distribuzione. Non vuole certo rischiare di
vedere il suo prodotto finire fuori dall’elenco delle referenze”.
“I produttori sono sempre dalla parte debole, perché la GDO e’ un collo di bottiglia. Se vuoi vendere devi passare da li”, prosegue la gola profonda.

Dario Dongo
per Newsfood.com

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