“In Italia mangiati 7000 gatti l’anno “. L’Aidaa lancia l’allarme
29 Gennaio 2012
Per ancora troppi italiani, il gatto è una fonte di cibo. Nonostante sia vietato dalla legge, la cattura ed il consumo dei felini domestici
è pratica diffusa in molte zone del Belpaese.
A dirlo è l’Aidaa, Associazione italiana difesa animali ed ambiente, decisa a far luce su quella che definisce “Realtà quotidiana”.
Secondo i suoi dati, ogni anno circa 7000% gatti, il 10% degli scomparsi ed abbandonati, vengono utilizzati per uso alimentare. All’origine di tale comportamento, in primis le abitudini che
vengono dal passato. Infatti, i piatti a base di gatto resistono nelle zone dove la tradizione spinge verso di loro: in primis il Veneto (Vicenza e
Verona), poi la Lombardia (Bergamo, Brescia e Mantova), infine zone isolate di Piemonte e Romagna.
Poi, il vantaggio economico: è presente il caso dell’orientale che rifornisce il ristorante, ma la maggior parte dei magnagatti è italiano
DOC.
Importante anche la storia personale: Aidaa ricorda vicende di cacciatori specializzati nel micio domestico o della signora milanese che servì pasti usando come base i 600 gatti
domestici, convincendo i commensali di mangiare coniglio.
Infine, lo stato d’indigenza economica, anche se è la ragione meno influente.
Secondo Aidaa, vi è netta differenza tra legge e morale ed abitudini.
Uccidere e mangiare un gatto è azione sanzionata dall’articolo 544 CP, con pene che arrivano fino alla reclusione. Tuttavia, per molti tale pratica è un malcostume, forse poco
elegante ma niente di più. A provarlo, episodi come le dichiarazioni TV di Bezze Bigazzi, per molti perfettamente accettabili.
Al massimo, concludono gli animalisti, “La tradizione dei ‘magnagatti’ è molto sopita ma tutt’altro che dimessa”: perciò, è tempo di azione dell’autorità e presa di
coscienza dei cittadini.
Matteo Clerici





