Il Tredicesimo guerriero: tra mostri crudeli e banchetti insidiosi.
12 Giugno 2009
Alle soglie dell’anno Mille, Baghdad è una citta, ricca potente e raffinata.
Lì, il giovane nobile Ahmed Ibn Fahdlan ( Antonio Banderas), vive un’esistenza comoda e lussosa, ma quando la sua relazione proibita con una giovane donna viene scoperta, per punizione
viene inviato all’estero. Mentre il giovane è in viaggio con l’amico e servitore Melchisidek (Omar Sharif), s’imbatte in un manipolo di guerrieri vichinghi.
Questa è l’introduzione de Il tredicesimo guerriero (The 13thwarrior), produzione Usa del 1999 diretta da John Mc Tiernan e tratta da un romanzo di Michael
Crichton. Ibn Fahdlan tenta di parlamentare con i nuovi arrivati, essi vengono richiamati in patria per combattere i misteriosi mostri della bruma.
Ma, affinchè la loro missione abbia successo, a re Buliwyf (Vladimir Kulich), ed a 11 compagni deve essere affiancato un guerriero straniero: il tredicesimo guerriero, appunto.
Così Ahmed si trova imbarcato a forza in una spedizione militare contro nemici sia manifesti che infidi. Giunti infatti nel regno del vecchio e debole re Hrothgar, la banda dei 13 non
dovrà solo affrontare i mostri della bruma (i Wendol, una tribù di uomini primitivi con abitudini cannibalesche), ma anche guardarsi dagli intrighi del principe Wyglif, che vede
in Buliwf un pericoloso concorrente.
Il tredicesimo guerriero èun film che immerge fin da subito lo spettatore nella brutale e cupa atmosfera del Medioevo. La visione della assolata e piacevole Baghdad lascia presto
il posto alle barbariche terre del Nord, flagellate da una natura selvaggia ed ostile e popolate da un umanità rozza che deve lottare con le unghie e con i denti per conquistarsi il
diritto di sopravvivere.
Eppure, la pellicola presenta anche dei lati “positivi”. Inialmente, l’arabo ed i suoi compagni meridionali si osservano attraverso la lente del reciproco disprezzo.
Con il passare del tempo, le cose cambiano: Ahmed riuscirà a stupire i suoi compagni mostrando coraggio e strategia; i Vichinghi dal canto loro, mosteranno allo straniero la loro etica
guerriera, brutale ma intrisa di valori come il coraggio di fronte al nemico ed il disprezzo di morte e dolore.
Se tale percorso morale è il centro emozionale del film, gli ambienti ne sono il centro visivo. Al villaggio-caverna dei Wendol (primitivo ed a tratti soprannaturale) si contrappone
l’insediamento vichingo con al centro il palazzo del re ed il suo cuore, la sala dei banchetti.
La sala dei banchetti (o salone dell’ idromele) era il locale d’eccellenza di qualunque residenza nobiliare, dalla reggia alla villa del ricco contadino.
Essa era contemporaneamente sala da pranzo, tribunale in cui si teneva udienza ed ultima linea di difesa. La sua importanza anche morale era talmente grande che il folklore delle popolazioni
normanne descriveva l’aldilà dei valorosi, il Valhalla, come un’enorme sala dove i guerrieri morti possono ritemprarsi, bevendo idromele e mangiando cinghiale di qualità divina
(per credenze simili, vedi Asterix e Obelix contro Cesare: mangia come un Gallo).
Per quanto riguarda i cibi che venivano serviti, essi seguivano un semplice concetto di base: più durano meglio è. Originari di una parte del mondo caratterizzata da inverni
lunghi e rigidi e grandi navigatori attraverso mari sconosciuti, i Vichinghi conoscevano bene il valore della conservazione e della frugalità.
La ricchezza veniva misurata inanzitutto dalla dimensione dei magazzini alimentari e dalla capacità di gestione del cibo. La mucca (come il resto del bestiame) era vista più come
una fonte (rinnovabile) di latte, piuttosto che come una fonte (singola) di carne.
Non a caso nell’antica lingua norvegese, parole come ricchezza o bestiame avevano il significato originario di bestiame: un uomo ricco poteva mantenere in vita grandi mandrie, un povero era
costretto a macellazioni frequenti. Anche il maiale era altamente prezioso: la sua capacità di nutrirsi dei rifiuti alimentari e il ridotto spazio necessario lo rendeva presenza comune
nei cortili degli insediamenti urbani.
Idem per il latte: poco apprezzato come bevanda, veniva trasformato in caglio, siero, formaggio e skyr (yogurt ottenuto dalla fermentazione del latte bovino).
Per aumentare la capacità di conservazione delle loro pietanze, i Vichinghi usavano diversi sistemi: alla salatura, rara poiché costosa, venivano preferite il congelamento,
l’affumicatura, la salamoia o la putrefazione o il disseccamento.
Alcuni di tali sistemi diedero il nome a pietanze ancora oggi presenti nella dieta dei popoli settentrionali.
Il pesce (principalmente merluzzo) veniva appeso ad un bastone (stock) e lasciato seccare: da qui il nome stoccafisso (stock-fish) o
skreið (pesce tagliente) in antico Norreno. Tale pietanza, considerata talmente dura da dover essere sbattuta per terra e condita con burro, ha creato il lutefisk.
Nonostante la storia fissi la sua comparsa ufficiale in un libro di cucina tedesco del 1553, gli storici pensano che il lutefisk (o lye fish) abbia avuto un origine molto
anteriore.
Un altro metodo di conservazione la fermentazione (attuata lasciando il prodotto in una fossa coperta) ha generato l‘hakarl(squalo fermentato) e il surströmning (aringa
acida). Per maggiori informazioni su questi alimenti, vedere Strano ma buono (?).
I Vichinghi erano amanti delle bevande alcoliche: se i testi degli autori classici e cristiani che li descrivono come debosciati sono esagerati, è comunque vero che l’alcol faceva parte
della loro alimentazione quotidiana, anche solo per motivi funzionali, come via cioè di conservare le calorie.
Il drink di tutti i giorni era la birra, spesso aromatizzata con una serie di erbe, dette gruits: mirto di palude, millefoglie e mortella.
L’idromele era probabilmente il liquore nobile più diffuso; “l’idromele era la bevanda idealizzata dei vecchi poemi eroici, delle grandi occasioni, per i tempi e le cerimonie; la birra
era per le masse e per tutti i giorni”, afferma uno storico.
Il vino era usato più raramente, riservato agli individui più abbienti ed alle cerimonie religiose.
Tutti questi alimenti venivano preparati su un fuoco specializzato, detto màledr, o fuoco della carne, più piccolo dei fuochi normali. Come i cuochi moderni, anche quelli
dei Vichinghi usavano diversi accorgimenti. Per riscaldare i liquidi spesso inserivano nelle miscele pietre arroventate.
Durante grandi macellazioni, veniva innalzata una speciale casa di cottura, detta soòhhùs, dove la carne veniva bollita in un grande calderone, il
soòtekill.
Cucinare era compito da donne: se agli uomini era spettava la caccia e la macellazione degli animali, le loro controparti femminili dovevano cucinare la carne, indipendentemente dal tempo
necessario per farlo.
Il metodo di cottura preferito per la carne era la bollitura, che avveniva in calderoni di terracotta o saponaria.
Nonostante in teoria la sala dei banchetti dovesse essere un luogo sicuro, destinato al buon vino e al buon cibo, nella pratica non era così: sia per tensioni improssivise che per
agguati premeditati, il salone dei banchetti poteva facilmente trasformarsi in un mattatoio.
L’antico cronista islandese Snorri Sturluson racconta come, nel 8° secolo Ingjiald, sovrano svedese, invitasse i capi subordinati a festeggiare nel suo salone solo per chiuderli dentro e
bruciarli vivi.
Qualcosa di simile accade anche ne Il tredicesimo guerriero, quando durante un pranzo, il principe Wyglif tenta di far eliminare Bulywif da un sicario.
Lasciate perciò stare l’etica dei Vichinghi e concentratevi sulla loro gastronomia, con questa ricetta, “ispirata” a loro:
Pollo stufato alla birra
Ingredienti
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1 pollo adulto
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3-4 carote
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3 cipolle gialle
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1 rapa
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1-1,5 cucchiai di sale
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pepe nero
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pimento
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1 bottiglia di birra scura
Preparazione
Taglia il pollo in otto pezzi. Pela e taglia le verdure. Rosola il pollo nel burro, circa 5 minuti per lato. Condisci con sale e pepe e mettilo in una pentola. Aggiungi i condimenti e la birra.
Fallo bollire per 15 minuti o fino a quando i vegetali non diventano teneri. Servi il piatto con il pane.
Scheda del film
Il tredicesimo guerriero, (The 13thwarrior), Usa, 1999
Regia: John Mc Tiernan (Michael Crichton, non accreditato)
Soggetto: Michael Crichton
Sceneggiatura: Warren Lewis, William Wisher Jr.
Fotografia: Peter Menzies Jr.
Musica: Jerry Goldsmith
Durata: 102 min circa.
Interpreti: Antonio Banderas, Vladimir Kulich, Omar Sharif.
Matteo Clerici





