Il nome della rosa: misteri e pranzi medievali

Il nome della rosa: misteri e pranzi medievali

By Redazione

Italia settentrionale, 1327: un’abbazia benedettina tra le montagne è scelta come luogo di riunione da delegazioni di francescani, domenicani e delegati papali, per discutere di
questioni teologiche. L’edificio è stato però funestato dalla morte del giovane frate miniatore Adelmo da Otranto. Toccherà al francescano Guglielmo De Baskerville (Sean
Connery) ed al suo assistente, il giovane novizio Adso da Melk (Christian  Slater), tentare di risolvere il mistero.

E’ quanto succede ne Il nome della rosa (Der name der rose, Le nom de la rose, 1986) coproduzione italo-franco-tedesca del 1986 diretta da Jean-Jacques Annaud.

Tra intrighi politici, problemi religiosi ed omicidi che aumentano, i due investigatori dovranno fare i conti sia con un ambiente ostile sia con i propri personali demoni: Guglielmo si
confronterà il proprio passato da inquisitore, mentre Adso vedrà la propria fede messa alla prova da una focosa relazione con una contadina. La soluzione del caso sta in un libro
“eretico” con le pagine avvelenate, difeso da un vecchio monaco cieco pronto ad uccidere per salvaguardare la religione da potenziali pericoli. L’incendio e la devastazione finale dell’abbazia
sono un monito sulla natura delle cose: il caos tende ad insinuarsi anche nei luoghi più difesi ed, anche quando è sconfitto lascia dei segni duraturi e dolorosi.

Non è un caso, che la vicenda si chiuda con le ultime travagliate vicende dell’abbazia: l’edificio, con la propria mole, domina l’intera pellicola tanto quanto domina l’esistenza dei
monaci coinvolti, che si svolge principalmente intorno a due locali.

Il primo è la biblioteca dove i confratelli si riuniscono per trascrivere e conservare i volumi. E’ il cuore, positivo e negativo, dell’intera vicenda.

Il secondo ambiente è la mensa, dove tutti i monaci si riuniscono per mangiare; una sorta di momento di riposo dalle fatiche (fisiche ed intellettuali) della giornata ma anche momento di
purificazione e meditazione.

L’attenzione data dalle varie Regule monastiche, da quella di S. Benedetto a quella di Giovanni Cassiano, alla dietetica dimostra infatti quanto il pasto fosse sentito ed importante. Per
il religioso, il cibo è una pericolosa ancora che lo lega al mondo materiale, impedendogli di elevarsi verso Dio: i grandi banchetti a basi di carne rossa e vini, portano ed
all’esaltazione di voluttà e piaceri corporali che, al contrario, devono essere mortificati. Compito dei cucinieri religiosi era quindi nutrire i fratelli presenti evitando pericolose
tentazioni, e se possibile, elevandoli spiritualmente.

Per questo dovevano essere privilegiati cibi come il pesce, spesso salato, e i legumi: il primo era un simbolo di Cristo, i secondi erano considerati cibo primordiale favorito dagli eremiti,
nemici della lussuria e portatori di rigore alimentare. Era considerato legittimo anche il consumo di carni bianche: la storia dell’Esodo, in cui il popolo d’Israele è sfamato da quaglie
cadute dal cielo, rendeva la carne d’uccello lecita poiché non peccaminosa.

  Alcuni monasteri per combattere le necessità fisiologiche e i desideri della gola si affidavano alle virtù delle erbe: durante il 1200, gli agostiniani del monastero di
Soutra Aisle, a sud di Edimburgo, si dissetavano con un decotto ricavato dalla cicerchia montana (lathyrus linifolius), in grado di combattere gli stimoli della fame.

 In alcune circostanze, come ad esempio lo svolgimento di lavori pesanti, tale severo regime poteva essere allentato; la Regola di S. Benedetto afferma infatti Noi rimettiamo al
giudizio e al potere dell’abate di aggiungere qualche cosa se è il caso”.

Eccezioni a parte, in una giornata tipo, il monaco medievale consumava all’incirca 1,5-2 kg di pane, 70-100 grammi di formaggio, 135-230 grammi di legumi secchi, 60-110 grammi di miele e 50
grammi di grassi. La razione di vino e birra si aggirava intorno al litro e mezzo. Il tutto per un totale di circa 4.700 calorie, con l’aggiunta di erbe, radici e frutti. Condimenti più
diffusi erano il lardo, lo strutto, l’olio di noci, l’olio di pesce ed il grasso delle carni arrostite. Durante l’anno si alternavano due regimi alimentari, quello invernale e quello estivo,
più ricco in quanto consumato nel periodo di maggiore attività fisica. Nei giorni di particolari festività, il menù poteva variare, diventando più ricco, con
l’aggiunta ad esempio della carne di maiale.

Oltre al quanto, è importante come si mangiava: la consumazione del pasto doveva rispettare i criteri di autocontrollo, discrezione e soprattutto silenzio: “II silenzio è il padre
di tutte le virtù” recitavano i regolamenti dell’epoca. Il monaco a tavola doveva tenere gli occhi bassi, aspettare il permesso dell’Abate per consumare le vivande, evitare comportamenti
sgradevoli ed, a fine pasto, raccogliere le briciole usando un coltello (in alcuni conventi si usava fare, ogni sabato, una specie di budino liquido unendo le briciole con le uova).

Per comunicare senza infrangere i numerosi precetti, i religiosi avevano sviluppato un linguaggio dei segni, i cui simboli variavano da ordine ad ordine.

Tutto questo rigore, misto di economia alimentare ed severità teologica, generò numerosi aneddoti.

Il più conosciuto parla di un monaco che vede dibattersi nel proprio piatto un topo. La protesta era proibita, così come rifiutare le vivande, ma era lecito aiutare i confratelli.
Il nostro monaco si rivolge allora a colui che serve il pasto e mormora “Perché fratello Anselmo non ha diritto anche lui ad un topo?”

Con il tempo, però, le cose cambiano. Il passaggio dell’Anno Mille porta con sé maggiore stabilità e più attenzione alle cose materiali. Le abbazie ed i monasteri,
più importanti arrivano a controllare frutteti, campi coltivati, zone di foresta e greggi; queste non sono più esclusivamente centri di riflessione spirituale ma piccole
città autosufficienti, centri di potere spesso visitati da nobili ed altri personaggi influenti.

Ciò si riflette anche sul regime alimentare: la semplicità delle origini è spesso abbandonata in favore di cibi più ricchi golosi ed abbondanti. Il pasto da momento
di mortificazione corporale e di parsimonia, diventa tempo di soddisfazione dei vizi legati alla gola e sfoggio della prosperità dei monaci.

Tutto questo è  evidenziato dalla letteratura dell’epoca: autori come l’inglese Chaucer con i suoi “Racconti di Canterbury” o l’italiano Boccaccio, autore del “Decamerone”, danno
ampio spazio alla figura del monaco crapulone ed ingordo, mentre un loro collega, rimasto ignoto sottolinea come “Colui che deve in religione parlare di spiriti celesti, parla di spezie
terrestri”.
 Se è vero che l’abito non fa il monaco, lo stesso si può dire del cibo

 

 

Scheda del film

 

Il nome della Rosa (Der name der rose, Le nom de la rose), Italia-Francia-Germania, 1986.

Genere: drammatico

Regia: Jean-Jeacques Annaud

Soggetto: Umberto Eco

Sceneggiatura: Andrew Birkin, Gérard Brach, Howard Franklin, Alain Godard

Fotografia: Tonino Delli Colli

Musica: James Horner

Durata: 132 min. circa

Interpreti: Sean Connery, Christian  Slater, F. Murray Abraham, Michael Lonsdale, Ron Perlman.

Riconoscimenti: David di Donatello  per la miglior fotografia (Tonino Delli Colli), 1987

                           David di Donatello  per i
migliori costumi (Gabriella Pescucci), 1987

                           David di Donatello per la miglior
scenografia (Dante Ferretti), 1987

                           David di Donatello per il miglior
produttore  (Franco Cristaldi, Bernd Eichinger),                    

                           1987.

                           Nastro d’Argento per la miglior
fotografia (Tonino Delli Colli), 1987

                           Nastro d’Argento per i migliori
costumi (Gabriella Pescucci), 1987

                           Nastro d’Argento per la miglior
scenografia (Dante Ferretti), 1987

Matteo Clerici

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