I sette samurai – Guerra e riso
29 Aprile 2009
Nel Giappone in tumulto del sedicesimo Secolo, una banda di predoni decide di saccheggiare un villaggio di montagna. Per salvare case e proprietà, i contadini decidono d’ingaggiare dei
samurai abbastanza disperati d’abbassarsi a lavorare come loro milizia privata; ne troveranno sette.
Nonostante l’iniziale sfiducia reciproca (i guerrieri vedono i lavoratori della terra come vigliacchi e fannulloni; da parte loro, gli agricoltori considerano tutti i samurai come bulli
legalizzati, buoni solo a vivere alle spalle della gente onesta ed a molestare le donne) le due parti arrivano a collaborare.
Quando la banda di banditi ritorna, viene sconfitta, ma la vittoria costa le vite di quattro samurai e di alcuni contadini.
Su tale semplice canovaccio narrativo (in fondo, i soliti buoni che trionfano sui cattivi) il regista giapponese Akira Kurosawa crea I sette
Samurai (Schinin no samurai, 1954), film cardine della cinematografia giapponese e mondiale.
L’importanza di tale pellicola è testimoniata, oltrechè dal successo commerciale, dal numero di imitatori e proseliti: il lavoro di Kurosawa ha infatti fornito la base per uno dei pilastri del Western americano (I magnifici sette di John Sturges) ed è spesso citato in numerose altre opere,
da Guerre stellari: la vendetta dei Sith di Spielberg a Bug’s Life, fino al letterario I lupi del Callia (parte della saga della Torre Nera) di Stephen King.
In una delle scene più gustose del capolavoro nipponico, i contadini, vedendo che i loro marziali difensori sono disposti ad impegnarsi più seriamente del previsto, decidono
di condividere con essi i tesori del villaggio: sakè, ma soprattutto, riso.
Tale scelta, alimenti al posto di moneta cartacea o metallifera, non deve essere fonte di stupore o d’incredulità: per tutta la storia del Giappone, il riso non è stato solo un
alimento, ma il cardine della struttura economico-politica del Paese.
La coltivazione di tale cereale arriva nell’arcipelago del Sol Levante circa 2400 anni fa, seguendo due grandi direttrici, quella che parte dalla Cina e quella che parte della Corea;
fondamentale è l’importazione, assieme agli alimenti, di strumenti di metallo e tecniche agricole all’avanguardia.
Grazie anche a queste tecnologie, la coltivazione del riso si diffonde rapidamente, giungendo a coprire la quasi totalità del territorio nazionale, ad esclusione dell’ Hokkaido
settentrionale, popolato dagli Ainu, e le isole di Okinawa, situate tra il sud del Paese e Taiwan.
Il riso diventa subito l’alimento principale aiutato in questo dalle religioni locali, il buddismo e lo shintoismo: il buddismo vieta
categoricamente il consumo di carne e pesce, poiché contrario al precetto di compassione verso gli esseri viventi, mentre lo shintoismo, pur non
vietando esplicitamente tali alimenti, ne limita grandemente l’impiego a tavola.
Inoltre, la geografia impervia e montagnosa del Paese mal si prestava a grandi allevamenti di animali.
Nel periodo Sengoku, epoca in cui è ambientato il film, preferenze alimentari, culti religiosi e vicende storiche hanno fatto del riso il pilastro su cui si regge l’intera
nazione.
Innanzi tutto, è l’elemento fondamentale della dieta di tutti, ricchi e poveri: un pranzo tipico consisteva di riso bollito, chiamato gohan o
meshi, servito assieme ad un pietanza di contorno, l’okazu.
Tra l’altro, è significativo come i termini gohan e meshi siano usati per indicare sia il piatto di riso quanto l’intero pasto.
Il Capodanno (shōgatsu), la festa più importante, ancora oggi viene celebrato con un banchetto a base di mochi, dolce di pasta ottenuto pestando e tritando la pianta al fine
di esaltare “lo spirito del riso“, elemento indispensabile per ogni solennità degna di questo nome.
La bevanda alcolica più consumata era il sakè, ancora oggi molto gradito, ottenuto dalla fermentazione del cereale.
Il riso era anche la grandezza-base per quantificare la ricchezza economica: nonostante circolassero varie forme di moneta, sia cartacea che metallica, l’unità di misura più
diffusa era il koku, la quantità di riso necessaria a nutrire un uomo per un anno, pari a circa 180 litri.
In koku veniva definita la dimensione economica di un feudo, lo stipendio di un sottoposto, addirittura la capacità di trasporto di una nave.
I Sette Samurai si chiude con una scena memorabile, strumento usato da Kurosawa per sottolineare la superiorità della pace rispetto alla guerra e alla violenza: dopo la battaglia finale,
e la sconfitta dei briganti, il paesello festeggia l’inizio della semina mentre i samurai abbandonano il villaggio, lasciando dietro di sé le tombe dei quattro amici morti.
Paragonando la felicità dei contadini con la loro tristezza per i compagni d’arme uccisi, Kambei Shimada, leader dei sette, osserva: “Noi samurai siamo come il vento che passa veloce
sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini. Anche questa volta siamo stati noi i vinti; i veri vincitori sono loro”.
Osservando il Giappone attuale, dove guerre e samurai sono echi di un tempo passato mentre marcite e risaie sono vista comune, tale concetto può essere esteso anche al riso.
Scheda del film
Titolo: I sette samurai, (Schinin no samurai), Giappone, 1954
Genere: azione, drammatico
Regia:Akira Kurosawa
Soggetto: Hideo Oguni, Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto
Sceneggiatura: Hideo Oguni, Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto
Fotografia: Asakazu Nakai
Musica: Fumio Hayasaka
Durata: 200 min. la versione originale, 155 min. la versione tagliata, 140 min l’edizione italiana.
Interpreti: Toshiro Mifune, Takashi Shimura, Yoshio Inaba, Seiji Miyaguchi, Minoru Chiaki, Daisuke Katô, Isao Kimura, Keiko Tsushima, Yukiko Shimazaki, Kamatari Fujiwara.
Riconoscimenti: Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1954.
Matteo Clerici





