Il museo del sale di Cervia, un ricordo dei tempi prima della quarantena

Il museo del sale di Cervia, un ricordo dei tempi prima della quarantena

Una visita nel Musa, il museo del sale di Cervia: ricordo dei tempi felici prima della quarantena per il coronavirus

Testo Maurizio Ceccaioni
Foto Maurizio Ceccaioni e Archivio Musa

Solo due mesi fa nessuno avrebbe mai pensato a quello che sarebbe successo per causa di questa pandemia; per questo leggere un articolo che parla di viaggi e incontri con persone in tempi di coronavirus, potrebbe sembrare una cosa strana. Ma il pezzo è stato scritto poco dopo il Beer&Food Attraction alla Fiera di Rimini (15 al 18 febbraio), quando il problema era ufficialmente lontano migliaia di chilometri da noi. Viene pubblicato solo adesso, per ricordare anche a noi stessi che dopo la notte viene sempre il giorno e che pure questa passerà, sperando di ritornare molto meglio di quelli di prima.

Fenicotteri rosa nella Salina di Cervia (Foto Archivio Musa)

Cervia e le sue saline

Prima di andare a Bologna per tornare a casa, con Giuseppe Danielli – mio compagno di viaggio e direttore di Newsfood – si decide di fare una puntatina a Cervia, cogliendo l’occasione per visitare il ‘Musa’, prima di rifocillarci in qualche ristorantino lungo il canale che porta l’acqua di mare alle saline.
La giornata è una delle solite da queste parti per molti giorni l’anno: velata da una fitta foschia dietro alla quale spunta un pallido sole. Un paesaggio, piatto ed evanescente ci accompagna lungo la strada verso “la città del sale”. In lontananza, sulla sinistra, s’intravedono le saline di Cervia, che a prima vista potrebbero sembrare le risaie del vercellese o della lomellina; un’area umida di oltre 800 ettari nella Bassa Padana, che interessa circa il 30% del territorio dell’omonimo comune. Dal 1979 fanno parte della Riserva naturale Salina di Cervia e dal 1988 sono l’estensione sud del Parco del Delta del Po.

Vista Salina e città di Cervia (Foto Archivio Musa)

Stanno a poco meno di 2 km dal mare, ma tanti secoli fa l’Adriatico arrivava vicino all’attuale statale n.16, non distante da lì.  Sono quelle più a nord del Paese, ma a differenziarle da quelle di Trapani, Marsala, Molentargius o Margherita di Savoia, non è solo la distanza dal mare, ma la qualità del sale. Perché grazie a quelle acque fredde in gran parte dell’anno, il sale di Cervia è detto “dolce”. Capiamoci bene: è sempre cloruro di sodio, ma la temperatura delle acque fa sì che il contenuto dei cosiddetti “sali amari”, come cloruro di magnesio, o i solfati di calcio, magnesio o potassio, sia molto basso. Ma è anche leggermente rosato, grazie alla Dunaliella salina, una benefica alga rossa ricca di betacarotene e di licopene, usata anche nella cosmesi.
Attraverso una canalizzazione di 16 km che parte dal porto e attraversa la città, l’acqua marina arriva nelle 50 grosse vasche di evaporazione e raccolta che dal 1959 – con il passaggio ai Monopoli di Stato – hanno preso il posto delle 144 antiche “salinette”. Da allora l’estrazione è passata da artigianale a meccanizzata, portando la produzione a oltre 200 tonnellate a stagione.

Il lavoro dei salinari volontari nella Salina Camillone (Foto Archivio Musa)

La storia di questi luoghi rivive grazie ai vecchi salinari nell’antica Salina Camillone

La Salina Camillone, una delle vecchie “salinette”: la numero 89 per l’esattezza, l’unica rimasta com’era. È la memoria storica di questi luoghi, quando il lavoro era fatto solo dall’uomo con antichi strumenti in legno come un rastrello senza denti detto ghévar (gavaro), usato per smuovere, livellare e raccogliere il sale nei bacini. O un bastone ricurvo e appuntito ad una estremità, usato per forare gli argini per far defluire l’acqua tra i vari bacini, detto forabus (forabuchi). Ma la fatica vera si faceva spostando il cariòl (carriolo), dove si trasportava il sale dalla salina all’aia, per farlo asciugare. Strumenti in mostra nelle sale del Musa assieme a molti altri utensili del mondo salinaro cervese. Nelle sue 10 vasche si producono ancora dai 500 ai 2mila quintali di questo sale prezioso, che dal 2004 è un presidio Slow Food.

Musa-Confezioni di sale di Cervia per i visitatori

Se ancora esiste un’identità storica e cultura delle saline di Cervia e di queste terre, lo si deve in particolare ad Agostino Finchi, detto e’ Murin, un vecchio salinaro morto nel 1999. Fu lui a dar vita all’associazione ‘Gruppo culturale Civiltà Salinara’, costituito da vecchi salinari volontari, che dal 1990 gestiscono la Salina Camillone e il Museo del Sale.
Già a sei anni e’ Murin mise piede in salina col padre e la madre. Era il 1913 e lì ha passato gran parte della sua vita. Quella del Museo del Sale, a lui intitolato, fu una sua idea; come quella delle visite guidate in salina, che il giovedì e la domenica alle 17, da giugno a settembre, vedono arrivare migliaia di visitatori da tutto il mondo. Ma il periodo migliore per vedere all’opera i “cavatori” che fanno la raccolta manuale del sale secondo il cosiddetto “metodo cervese”, è tra luglio e agosto.

Musa-Salinaro con il carriolo per il trasporto del sale. Sulla sinistra la fiancata di una burchiella in lamiera metallica

È un procedimento antico tramandato di generazione in generazione, che va da inizio aprile a fine agosto. Si basa sulla raccolta a rotazione del sale che affiora, ogni cinque giorni, per poi lasciarlo ad asciugare naturalmente un mese, prima di essere trasportato in magazzino durante larmessa de sel (la rimessa del sale). Solo allora, verso i primi di ottobre, si vedono nel canale le ‘burchielle cariche di sale trainate lungo gli argini, fino ai magazzini. Questi lunghi edifici in mattoni lungo la Darsena, che con la Torre di San Michele furono realizzati attorno al 1691, sotto papa Innocenzo XI, come ricorda lo stemma marmoreo esposto nel museo e che in origine si trovava sulla facciata del magazzino.
Per chi fosse interessato, semmai si uscirà da questo incubo del Covid-19, dal 3 al 6 settembre 2020, presso l’area dei Magazzini del Sale, si dovrebbe tenere la XXIV edizione di ‘ Sapore di Sale’, con l’antica tradizione del trasporto del sale, incontri culturali, mostre, mercati, degustazioni e spettacoli.

L’assessore alla Cultura del comune di Cervia, Michele Fiumi, nel Musa

Il Musa, museo del sale di Cervia

Se il nostro futuro porta con sé la storia del nostro passato, quale miglior posto di un museo come il ‘Musa’, per capire quanto abbia inciso la cultura del sale sulla gente di questi luoghi. L’ingresso è lungo il canale e ad attenderci, la direttrice/curatrice del museo, Annalisa Canali e Oscar Turroni, ex salinaro e presidente del Gruppo culturale Civiltà Salinara. Custodi e studiosi del loro patrimonio storico, usano come contenitore culturale il museo del sale, per raccontare la storia di questi luoghi e della sua gente. In questo supportati dall’assessore alla Cultura di Cervia Michele Fiumi, che incontriamo casualmente lì, mentre sta facendo un sopraluogo per ottimizzare le risorse multimediali del museo. Tutto attorno pezzi di storia, a cominciare dai sacchetti di sale che trovi sul bancone appena dentro.
Nel Musa si conservano strumenti da lavoro in uso ai salinari, macchine e apparecchiature, la riproduzione di ambienti di lavoro, il plastico dell’area dei magazzini, la garitta con il finanziere che controllava le operazioni di pesa e che la “corbella” (circa 20 kg di sale), fosse ben piena. Diverse le targhe raccolte dei Monopoli di Stato, foto storiche, documenti. Tutto verte attorno al sale: lo trovi al naturale, ma anche in forma d’opera d’arte. Come il piccolo Presepe in vetrina, o in cristalli, esposto con quello noto di altri luoghi del mondo, come quello rosa dell’Himalaya.

Musa-Visitatori nel museo. In primo piano la prua di una burchiella.

Una burchiella cervese in lamiera e bulloni domina la scena nella terza delle tre sale. L’imbarcazione, realizzata in lamiera d’acciaio (anche se le prime erano in legno), ha il fondo piatto per muoversi nelle acque basse e quella esposta nel Musa ha due prue, proprio per il limitato spazio di manovra nei canali. Lunga oltre 12 m e larga 2, l’altezza sulla fiancata è 1,12 metri, ma a pieno carico (circa 10 tonnellate) la linea di galleggiamento scende a 73 centimetri. A bordo c’era sempre un finanziere che controllava le operazioni di carico e scarico perché, il sale è stato storicamente una merce preziosa e, come per Cervia, l’antica Ficocle, anche indice della ricchezza della città.
Il sale marino, spesso chiamato l’oro bianco, fu usato anche per pagare in natura parte della retribuzione dei soldati delle legioni romane e funzionari pubblici (da cui il termine “salario”). Sale e soldi, pagati come prezzo del tradimento, tanti secoli dopo, per ai delatori che denunciavano ebrei e partigiani agli occupanti nazi-fascisti durante la II Guerra Mondiale, come ricorda un manifesto appeso nel Museo.

Manifesto tedesco col prezzo in sale e moneta per la delazione verso ebrei e antifascisti

Una datazione storica certa pare non ci fosse fino a poco tempo fa, quando con  lo studio dei reperti ritrovati nella prima campagna di scavi fatta con il progetto ‘Cervia Vecchia-Ficocle’, si è ipotizzato che probabilmente Ficocle, l’antica Cervia, possa avere addirittura origini greche.
In questa piccola ma importante campagna di ricerca, a cui oltre al Comune di Cervia, Musa e ‘Civiltà Salinara’ di Cervia, hanno collaborato l’Università di Bologna, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, sono stati ritrovati migliaia di reperti tra cui anfore, mosaici, oggetti comuni, ancore di navi e molto altro ancora, che sono rimasti in mostra nel Musa fino a fine febbraio. In particolare ci ha colpiti un’anfora da trasporto di tipo “Africano” databile tra il V e VI secolo aperta trasversalmente sulla pancia, in cui erano stati conservati i resti di un bambino. Fu ritrovata nell’area della chiesa della Madonna del Pino e si trattava di una cosiddetta “Tomba in anfora”, che in età tardoantica vide un classico riutilizzo di questi contenitori.

Musa-tabelle dei Monopoli di Stato

Il Circolo Pescatori di Cervia e ristorante La Pantofla

Il canale è un punto di ritrovo per numerosi pensionati intenti a pescare piccole alici. Sono tante e interessanti le loro storie di vita, come quella di un signore che ha passato molta della sua vita sulle piattaforme petrolifere in Adriatico. Ci sono le barche dei pescatori e il locale mercato del pesce, ora in ristrutturazione. Sulla facciata, sopra le porte chiuse, due targhe in marmo ricordano quei pescatori che, lasciate le reti hanno imbracciato un fucile per combattere per la libertà e per questo sogno sono morti.

Mercato del pesce di Cervia

Tra gli ottimi localini per mangiare a prezzi contenuti,  il ristorante La Pantofla, presso Il Circolo Pescatori Cervia o, poco più avanti, sempre nel borgo marino, il Ristorante la Cambusa, dove ci siamo fermati tanto per cambiare. Servono piatti della cucina tradizionale romagnola e siccome noi due ci “accontentiamo” di tutto, per cominciare abbiamo preso un ottimo antipasto di mare con bruschette, poi spaghetti alle canocchie, pesce arrostito e una frittura di pesce come “dessert”. Il tutto bagnato da un buon vino locale dal nome curioso: Pagadebit (pagadebiti). Un vino a Denominazione di Origine Controllata (Doc) dal 1989, dal nome derivato da un’antica tradizione. È prodotto con Bombino bianco, un vitigno resistente ai cambiamenti climatici, con uva dalla buccia spessa. Ormai considerato “autoctono”, pare che sia arrivato dalla Puglia attorno al VII secolo d.C. con degli scalpellini di Trani.
Non possiamo sapere quando finirà questa pandemia, ma appena possibile, ci ritorneremo volentieri.

Pranzo a La Cambusa-Cervia

Per info: www.musa.comunecervia.it; www.salinadicervia.it; www.cerviasaporedisale.it

 

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