Identità di Pizza: Newsletter n. 22 di Paolo Marchi del 22 ottobre 2014

Identità di Pizza: Newsletter n. 22 di Paolo Marchi del 22 ottobre 2014
Un giorno chiesero a Ferran Adrià, lo chef catalano che ha rivoluzionato il mondo della ristorazione a cavallo dei due secoli, se si sentiva in colpa per i tanti imitatori che portavano male, in giro per il mondo, il suo clamoroso credo gastronomico. La risposta torna attuale adesso pensando a tante reazione scandalizzate al servizio sulla pizza che la trasmissione Report, conduttrice Milena Gabanelli, ha mandato in ondadomenica scorsa, 5 ottobre: “Se un giorno mangio una pizza cattiva non incolperò chi l’ha inventata, ma chi l’ha fatta”.
Così ora su Rai3. Nel lavoro di Bernardo Iovene non è messo in dubbio che Napoli abbia donato al mondo un capolavoro assoluto, che tutti ovunque ordinano, gustano e amano, anche quando è scadente e ti lievita nello stomaco. Viene piuttosto puntato il dito verso chi, per profitto, usa materie prime scadenti e dannose per la salute o, addirittura, si improvvisa pizzaiolo perché in fondo nessuna autorità controlla per davvero.
Si sono visti oli di semi scorrere a fiumi, perché il gusto sarebbe migliore (!), quando ci sono disciplinari che inchioderebbero i pizzaioli all’uso dell’olio d’oliva, preferibilmente quello extra vergine. Poi le farine piuttosto che il pomodoro, sovente cinese e non campano, fino alle “mozzarelle” tedesche o al latte europeo usato anche da produttori campani. Per non tacere dei forni, puliti poco o nulla, e delle confezioni di cartone riciclato (nocivo per la salute) dove riporre la pizza d’asporto.
E questo dappertutto, Napoli e Milano, Firenze e Venezia. Non è Napoli, è l’Italia che fa la corsa al centesimo risparmiato e al cliente fregato; complice anche il fatto che quando qualcosa costa poco, si fa meno caso a quello che metti in pancia. Al massimo cancelli quella certa insegna, come io da anni a Milano faccio conSpontini, visitato dalla troupe, con quelle pizze in teglia annegate nell’olio.
Invece di gridare allo scandalo se qualcuno alza il velo, perché in Italia non diventiamo un po’ meno furbi e, soprattutto, un po’ meno ladri? A furia di fregare gli altri, ci stiamo fregando da soli. Prime vittime, i produttori e i piazzaioli seri, quelli che pagano le tasse, non assumono in nero e non spacciano per prelibatezze dell’agroalimentare italiano schifezze o mediocrità che arrivano da chissà dove.
Paolo Marchitesti di Carlo Passera e Luciana Squadrilli

La forza dei sensi

I giornalisti Eleonora Cozzella e Paolo Marchi

I giornalisti Eleonora Cozzella e Paolo Marchi

Alimentazione sana, ingredienti di pregio, ritorno all’agricoltura, farine da grano integrale e ricche di fibre, digeribilità, ricerca dell’origine italiana: temi noti che di recente interessano diffusamente anche il mondo della pizzeria italiana. Con il progettoUniversità della Pizza (lanciato da Molino Quaglianel 2006) abbiamo iniziato a parlarne fin dagli inizi, perché ritenevamo, e riteniamo tuttora, che l’anello di congiunzione tra artigiani di valore e consumatori alla ricerca di una ristorazione di qualità fosse proprio la conoscenza degli ingredienti e delle tecniche per scegliere e servire sempre e solo il meglio.
Questa considerazione, per quanto scontata, assume un significato particolare in stili di vita orientati alla comunicazione digitale e alla fruizione di sempre più servizi erogati attraverso internet. Più crescono le occasioni di vita digitale, più aumenta l’attrattiva per i momenti di coinvolgimento sensoriale al di fuori della rete, che, diversamente dalle prime, fanno vivere esperienze più concrete. E’ questo il caso anche della pizza e dell’esperienza di consumo in pizzeria, e della cucina più in generale. Cresce nei consumatori il desiderio di saperne di più su ingredienti, tecniche di lavorazione e risvolti nutrizionali, aumenta la sete di informazioni su questo o quel locale e la meta gastronomica condiziona gli itinerari turistici come non mai.
L’unicità della cucina rispetto ad altri settori di attività, anche artigianali, è proprio in questo: scegliamo e consumiamo il prodotto alimentare fuori dalla rete utilizzando tutti i nostri sensi. Il giudizio sulla qualità nasce da esperienze concrete e poi genera flussi di informazioni che condizioneranno le scelte di chi userà poi la rete per decidere dove andare a mangiare. In questo mare di passaparola si innestano però le informazioni che provengono da critici, esperti, istituzioni, media di vario genere, che spostano di volta in volta l’attenzione su fenomeni positivi o negativi osservati nel mondo della ristorazione.
A volte si mettono in evidenza esempi di valore, altre casi di malcostume o di disattenzione verso la qualità di ciò che finisce nel piatto. Ma stimola di più la diffusione di un’alimentazione buona e sana una comunicazione fondata sulla paura (dei danni di una cattiva alimentazione) o sull’evidenza dei casi virtuosi ? E’ la domanda che porremo ai giornalisti che parteciperanno alla tavola rotonda sul tema mercoledì 5 novembre in chiusura dell’ottava edizione di PizzaUp. Tutte le info sul programma di PizzaUp. (nella foto, i giornalisti Eleonora Cozzella e Paolo Marchi lanciano il dibattito)Piero Gabrieli

PizzaUp scalda i motori per novembre
PizzaUp, Pizzaioli

PizzaUp, Pizzaioli

PizzaUp, il simposio tecnico sulla pizza italiana, diventa anche una sorta di reality tv per fornire al telespettatore tutte le informazioni necessarie per individuare la pizza di qualità. Questa l’ultima novità in vista dell’8^ edizione dell’incontro, dal 3 al 5 novembre a Vighizzolo d’Este (Pd). La formula resta invariata: sarà un laboratorio sperimentale di tre giorni durante il quale si affronteranno i temi a dibattito, si apre con il simposio e si prosegue nei mesi successivi grazie al lavoro di tanti pizzaioli provenienti da tutta Italia.Due i focus previsti, su calore e digeribilità. Il primo sviluppato in relazione a come condiziona la cottura degli alimenti: si studieranno i fenomeni di cambiamento nutrizionale, strutturale e organolettico che intervengono nell’alimento al variare della temperatura e del tempo di cottura. L’altro tema, la digeribilità, con l’intento di fare chiarezza sul fatto che “più digeribile” e “meno digeribile” non sono fattori di merito o di demerito, bensì devono essere riferiti alla dieta individuale: quante calorie brucia e come sta di salute, ad esempio. Tutto questo, come si diceva, davanti alle telecamere: i pizzaioli verranno ripresi durante le varie fasi del lavoro, ne scaturirà un film-documentario da 35 minuti (e poi 7 mini-episodi più corti, per il web), intitolato La Farina e il Fuoco, nel quale verrà spiegato come fare (e come riconoscere) una pizza di qualità.

Il tutto, con la partecipazione della conduttrice e autrice tv Francesca Barberini e dell’esperta di panificazione Sara Papa. Il terzo giorno, aperto al pubblico, si terrà infine la degustazione delle pizze realizzate durante il simposio; una giuria di giornalisti del settore gastronomico, tra i quali Paolo Marchi, eleggerà Pizza Italia 2015, ossia quella che meglio interpreterà i temi del simposio, sulla base di tre parametri: l’impasto, la cottura (tema caldo, dopo le polemiche seguita a Report) e l’abbinamento (ogni pizzaiolo avrà a disposizione un paniere di ingredienti selezionati da Corrado Assenza). PizzaUp è organizzato daUniversità della Pizza in collaborazione con Molino Quaglia. (foto di Thorsten Stobbe).CP

NY: la pizza in black di Lombardo. E la Marziale…

Pizza al contrario

Pizza al contrario

Due grandi chef che si divertono anche a innovare forme, consistenze e concezione stessa della pizza saranno tra i protagonisti di Identità New York, in programma nella Grande Mela, presso Eataly, dal 9 al 12 ottobre. Vengono entrambi dalla Campania,Rosanna Marziale e Vitantonio Lombardo, neanche 150 chilometri a separarli, quelli che dividono Caserta, dove la prima gestisce Le Colonne, da Caggiano, provincia di Salerno ma al confine con la Basilicata, qui il secondo fa girare a mille la sua Locanda Severino. Entrambi lavorano partendo dall’eccellenza locale per innovarla; inevitabile che anche la pizza finisse sotto la lente d’ingrandimento, venisse studiata per riproporla sotto altra veste.

Pensiamo infatti alla lezione di sabato 11, in cui Lombardo duetterà con April Bloomfield presentando la sua Pizza in black, una pizza in nero fritta (l’impasto assume questo colore per via del carbone vegetale in infusione), omaggio a Davide Scabin e al suo celebre Black is black, spaghetti al nero di seppia e caviale. Qui niente ovette di storione, rimpiazzate da finte-uova ottenute sferificando il tartufo nero campano, così come campana è la ricotta di pecora che accompagna nel topping il tartufo fresco e la salsa di tartufo al porto: «Nell’impasto non ci sono grassi e la sua lievitazione è molto lenta, avviene a 7 gradi per almeno 36 ore», spiega lo chef.
E se la Marziale non porterà al centro del palco una pizza, durante il suo duetto con Lidia Bastianich del 9 ottobre (protagonista invece la Sfera dorata di mozzarella di bufala ripiena di tagliolini al basilico), è però difficile non avere nella mente la sua splendida Pizza al contrario (in foto), una ricetta del 2010 con la quale ribaltava la concezione classica: al posto dell’impasto una fetta di mozzarella di bufala scaldata, per poterla manipolare creando un cornicione in cui il formaggio stesso avvolge crostini di pane cafone, che diventano dunque una ripieno. Poi si condisce il “disco” così ottenuto con pomodoro San Marzano, basilico, extravergine e altri crostini. Delizia.CP

Salone del Gusto: debutta La Fucina

Ciociara

Ciociara

È ormai quasi pronta ad accendersi la Fucina del Salone del Gusto dedicata a pane e pizza. Non una semplice cucina, infatti, ma una vera e propria “fucina” – di idee, pensieri, storie e naturalmente cose buone preparate nel forno – sarà lo spazio dedicato a maestri pizzaioli e panettieri per la decima edizione del Salone del Gusto, la manifestazione biennale di Slow Food che raccoglie al Lingotto di Torino tutto quello che ruota intorno al mondo del buono, pulito e giusto auspicato da Carlo Petrini. Uno spazio didattico, prima di tutto, visto che i grandi artigiani che si alterneranno per i laboratori della Fucina – 11 pizzaioli e 5 panettieri provenienti da ogni parte d’Italia – sono anche docenti ai corsi di Alto Apprendistato dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo realizzati in collaborazione con Slow Food, e non si limiteranno a proporre assaggi ma cercheranno di trasmettere la loro passione e le loro conoscenze su impasti, condimenti e cotture.

Dal 23 al 27 ottobre, nella Fucina si parlerà dunque di grani autoctoni e scelta di materie prime, di bighe e poolish, di sperimentazioni e collaborazioni – diversi gli interventi a due, che sia tra pizzaioli, panettieri, coltivatori o vignaioli – e si impasterà e sfornerà in diretta per dar seguito con i fatti alle parole. Per quel che riguarda la pizza, tutti gli incontri guidati dai due appassionati conoscitori Sabino Berardino – medico fiorentino conquistato da vino e pizza – e Antonio Puzzi di SlowFood Campania, affiancati dagli studenti dell’Alto Apprendistato e da esperti “pizzologi” di diversa provenienza, sono ormai tutti sold out.
Buon per quelli che si sono aggiudicati i biglietti per assistere – solo per citarne alcuni – all’incontro “tra Nord e Sud” in cui Franco Pepe e Patrick Ricci (nella foto, la sua Ciociara) parleranno di ricerca su grani e digeribilità, alla “matematica certezza del piacere in pizzeria” di cui si farà interprete Beniamino Bilali o al racconto (e all’assaggio) della verace pizza napoletana proposta da Corrado Scaglione in terra brianzola all’Enosteria Lipen, a dimostrazione che sull’Arca del Gusto non ci sono confini.LS

Novità Grigoris: cucina, pizze alla romana e dolci

Pizza in teglia con ricotta di bufala, culaccia e giardiniera di verdure in agrodolce

Pizza in teglia con ricotta di bufala, culaccia e giardiniera di verdure in agrodolce

Il futuro è di chi osa, di chi investe, di chi innova: così Lello Ravagnan non ha dormito sugli allori del crescente successo, la sua Grigoris registra un +70% negli ultimi due anni, «si lavora tanto, siamo sempre pieni». Anzi: proprio il costante “fully booked” lo ha spinto a cercare nuove strade, altri prodotti da proporre, che vadano oltre la classica pizza “alla napoletana”, che poi qui di classico ha ben poco: miscela di farine italiane macinate a pietra con utilizzo di crusca di grano germinato Brick di PetraViva 4210, lievito madre, prodotti selezionati tra i migliori italiani, molti Presidi Slow Food (provate quella con capperi di Salina, fiordilatte di Agerola, origano selvatico e alice “masculina da magghia” del Golfo)…

Detto, fatto: vecchia cucina dal ferrivecchi, da due mesi il locale di Chirignago (Ve) vanta nuova strumentazione e dislocazione; l’investimento è stato importante, ora vi è un parziale affaccio sulla sala e soprattutto un grande forno per la panificazione, «che ci consentirà un’evoluzione ulteriore – spiega– Potremo fare anche la pizza in teglia alla romana». Pronte le prime proposte sul tema, tra le quali spicca una golosa Pizza in teglia con ricotta di bufala, culaccia e giardiniera di verdure in agrodolce (in foto). Esultano i buongustai, ma gioisce anche Pina Toscani, che di Lello è peraltro moglie e che qui fa il genio della pasticceria, chiedere conferma a Corrado Assenza: col nuovo forno, è già prevista la produzione di deliziosi panettoni, ora che il Natale è alle porte o quasi.
Non è l’unica novità sul lato D, dove la lettera sta per “dessert”. Tra qualche giorno saranno pronti i nuovissimi baci di cioccolato targati Grigoris, chi li ha già assaggiati assicura che sono una bomba e c’è da credergli, ancora risuonano gli applausi al termine della lezione che “la dolce Pina” tenne all’ultimo congresso di Identità Milano (lo accennammo qui), dove venne spiegata l’idea dei “piccolini”, dolci italiani in misurasmall per contenere le calorie, ma extralarge quanto a qualità delle materie prime e bontà.CP

A scuola di lievito madre con Renato Bosco

Renato Bosco

Renato Bosco

Oltre a essere un bravissimo pizzaiolo e un appassionato sperimentatore – da cui il titolo diPizzaRicercatore – Renato Bosco si dedica sempre di più anche all’insegnamento. Non solo è un punto di riferimento della Scuola del Molino – per cui insegna ai colleghi pizzaioli o aspiranti tali all’Università della Pizza, ma anche all’Accademia del Pane e ai corsi di Pizzeria e Pasticceria Dinamica, essendo un grande conoscitore dell’arte bianca e della lievitazione a 360º – e di altri corsi professionali in tutta Italia. Adesso anche i lievitatori casalinghi possono apprendere da lui i segreti di farine, condimenti e lievito madre “vivo” (a cui Renato ha dedicato il bel progetto Figli di Pasta Madre) con i corsi organizzati presso il suo locale di San Martino Buonalbergo, l’Officina Saporè.

Due giornate in cui – nella sala del locale trasformata in un’aula – si studiano e si discutono tutte le fasi e gli elementi alla base della pizza, o del pane, dalla A alla Z: si parte dalla scelta delle farine e dalle diverse tecniche di creazione e “gestione” del lievito madre (legato o in acqua), poi si passa alla messa in forma, al condimento e alla cottura. E se gli allievi diventassero talmente bravi da non venire più a mangiare le sue pizze? «Al contrario: questo è un modo per fidelizzare i clienti, mostrando loro come si lavora e facendogli scoprire prodotti eccellenti di tutta Italia, dai pomodori alla mozzarella». Spiega Renato «Più che di lezioni frontali si tratta di “tavole rotonde”, in cui ognuno racconta la sua esperienza e le sue idee. Sono rimasto sorpreso non solo dalla quantità di iscritti, ma anche dalla loro preparazione e passione per l’argomento: a volte dimostrano volontà e perseveranza superiori a quella dei professionisti. La voglia di sapere quel che si mangia è cresciuta tantissimo soprattutto grazie al web e i consumatori sono molto più esigenti e consapevoli».
E proprio questo è il fil rouge dell’attività di docenza di Bosco: «Anche noi pizzaioli ci stiamo rendendo conto che dobbiamo fare sempre più qualità, e trasmetterla. Ecco perché i corsi professionali sono importantissimi: per noi è arrivato il momento di aprire le porte del laboratorio e della mente, uscire in sala, parlare con i clienti oltre che servire loro la migliore qualità possibile». Una delle lezioni fondamentali cheRenato e i suoi colleghi impartiscono ai corsi dell’Università della Pizza.LS

Da Zero a Vallo della Lucania: pizza cilentana
Da Zero, moderno e accogliente locale di Vallo della Lucania

Da Zero, moderno e accogliente locale di Vallo della Lucania

Se fino a qualche tempo fa era difficile trovare una pizza di qualità – leggi: farine selezionate, impasto con lievitazione attenta, materie prime d’eccellenza come condimento – oltre qualche chilometro a sud del Vesuvio, ora il buon esempio dato dai pizzaioli “apripista” arriva anche oltre. È il caso di Da Zero, moderno e accogliente locale diVallo della Lucania che ha portato nel principale centro del Cilento meridionale la nouvelle vague della pizza.L’idea nasce diversi anni fa quando Giuseppe Boccia, giovane appassionato di gastronomia, assaggia la pizza di Enzo Coccia e ne rimane folgorato. Da lì parte il suo percorso alla scoperta delle migliori pizze d’Italia, napoletane ma non solo: Pepe, Salvo, Padoan&co gli mostrano la strada, insieme ai format dei loro locali di successo. Ultimo step, convincere i soci della bontà del suo progetto: Paolo De Simone – già titolare di uno dei migliori forni cittadini – e Carmine Mainenti. Da luglio scorso il forno Ferrara sforna ottime pizze, frutto di un’attenta ricerca in ogni dettaglio: dagli impasti curati da Paolo (due, entrambi in stile napoletano: quello “tradizionale” a base anche di farine locali provenienti da una vicina azienda agricola, e quello “integrale” a base di farina Petra 9, dal gusto più rustico) agli ingredienti per i condimenti: dalle eccellenze locali – mozzarella nella mortella, salumi e formaggi in bella mostra nel bancone accanto al forno e proposti anche in stuzzicanti taglieri – a quelle di tutta Italia come il prosciutto cotto mantovano, la ‘nduja di Spilinga o il Parmigiano 36 mesi.

Le pizze vanno dalle classiche come la Margherita (pomodoro San Marzano, fiordilatte, basilico ed extravergine cilentano) e la Cilentana (con l’aggiunta del gustoso cacioricotta di capra) fino alle più complesse come la nuovissima “Ai Siddi” (mozzarella nella mortella, funghi porcini del monte Gelbison, salsiccia di maiale di Massa Carrara, patate schiacciate di Avezzano, basilico e olio extravergine). Frutto di attenta selezione anche i dessert, con i buonissimi gelati dell’Antica Gelateria Di Matteo di Torchiara. Insomma, gli “ingredienti” per il successo – e per una bella esperienza – ci sono tutti, e ben vengano iniziative del genere che forse non avranno una formula originalissima ma hanno il merito di tenere alto il livello della pizza anche da Napoli in giù.LS

Sua maestà la Margherita, 125 anni e non sentirli

Pizza Margherita

Pizza Margherita

A giugno scorso ha compiuto 125 anni, ma resta la più amata dagli Italiani. Stiamo parlando dellaMargherita, la pizza tricolore (mozzarella, pomodoro e basilico) che – stando alle ricostruzioni storiche – vide la luce proprio la sera dell’11 giugno 1889 quando la regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, chiese di assaggiare la famosa pizza venduta dai pazzarielli ambulanti nei vicoli della città che le veniva decantata dai domestici. A prepararla fu chiamatoRaffaele Esposito, primo pizzaiolo di quella che oggi è l’Antica Pizzeria Brandi, a pochi passi dal Palazzo Reale. La regina ne chiese espressamente tre tipi diversi: una condita con formaggio, basilico e strutto (la mastunicola oggi tornata di moda), una con i cecenielli (minutaglia di pesce) e una con pomodoro e mozzarella.

Su quest’ultima la moglie di Esposito propose di aggiungere una foglia di basilico a evocare i colori della bandiera italiana in omaggio alla Regina, da cui la pizza prende il nome. Proprio a giugno la Coldiretti ha diffuso il report “La crisi nel piatto degli italiani nel 2014” che contiene anche alcuni dati sulla pizza – di cui la Margherita è senz’altro la regina – che per il 39% degli italiani rappresenta il simbolo culinario del Belpaese. Ma tale successo, secondo il report, è messo in pericolo dall’uso sempre più diffuso di prodotti non italiani (e di scarsa qualità) per i topping, dalle “cagliate” est-europee al pomodoro cinese. Proprio la Margherita allora, nelle sue migliori interpretazioni dal Nord al Sud, diventa l’emblema della difesa del Made in Italy di qualità.
Citiamo ad esempio quella di Simone Padoan – che alla Margherita dedica un intero menu con 4 varianti, dalla classica con pomodoro San Marzano e fiordilatte di Alberobello a quella con pomodoro datterino al basilico e mozzarella di bufala di Paestum – la Stramargherita della Gatta Mangiona a Roma, con pomodoro San Marzano in cottura e fiordilatte di Morolo a fette aggiunto a crudo insieme a basilico fresco e un filo di extravergine (in menu altre 4 versioni, tra cui quella con origano in omaggio al padre del patron Giancarlo Casa) o quella napoletana verace di Enzo Coccia (foto): Margherita Dop con Pomodori San Marzano Dop, Mozzarella di Bufala Campana Dop, basilico, olio extravergine di oliva Dop e formaggio pecorino grattugiato.LS

Bread Religion: altre due tappe (a sorpresa)

Bread Religion

Bread Religion

Macché “gran finale”, come avevamo annunciato noi stessi: per oraBread Religion non finisce affatto e prosegue anzi con nuove tappe, a grande richiesta, mentre la manifestazione conclusiva, inizialmente programmata per lo scorso fine settembre, slitterà a primavera. E’ questo quanto deciso dagli organizzatori, dato l’interesse suscitato dall’evento itinerante dedicato al panino imbottito visto non più come mediocre e poco digeribile assemblaggio spezzafame, ma come eccellenza golosa, sulla base di pane di qualità, lievitato con lievito madre e abbinato a ottime imbottiture.

Almeno due i nuovi appuntamenti già fissati, mentre altri potrebbero presto aggiungersene: il primo a Milano, dal 15 al 17 novembre, presso lo Superstudio Più di via Tortona 27, ovverosia all’interno dell’ormai classica rassegna del gusto Golosaria, voluta dai Club di Papillon di Paolo Massobrio. Bread Religion tornerà poi, un paio di mesi più tardi, anche a Rimini, dove era già stato a fine maggio: questa volta il panino d’autore spiegherà se stesso in Fiera nel corso di Sigep, l’ormai storico Salone internazionale dedicato alla gelateria, alla pasticceria e alla panificazione artigianale, giunto alla 36^ edizione. Alla base dei due nuovi appuntamenti, lo stesso lavoro di squadra che ha dato vita a quelli passati: agricoltori, mugnai, panettieri, cuochi, nutrizionisti, esperti accademici, tutti insieme per dimostrare che anche uno degli esempi più comuni di junk food, il panino imbottito, può diventare un pasto gustoso, che racconta il territorio e in linea con una corretta dieta mediterranea.
Specie se a scegliere le imbottiture sono pezzi da novanta della ristorazione italiana, il fior fiore dei “pizzaioli creativi” del Belpaese: nei mesi scorsi, lungo le varie tappe del tour, abbiamo visto all’opera professionisti dell’impasto” (e non solo) del calibro di Simone Padoan, Antonio Pappalardo, Renato Bosco, Gianni Dodaj, Roberto Porcu, Giulia Miatto, Roberta Pezzella, Massimo Giovannini… Tutti intenti a dimostrare che il panino può essere sano e buonissimo, basta abbinare grandi materie prime a farine di qualità, come Petra di Molino Quaglia, che nasce dalla macinazione integrale di grano 100% italiano.
Identità di Pizza n° 18 – 21.02.2014,
la newsletter di Paolo Marchi
Per gentile concessione
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